Pensioni alla cilena per non morire esodati. Una vecchia storia, che non conviene al mangia mangia

pensioni

Nei giorni scorsi in un articolo ripreso da più parti, Carlo Lottieri su Il Giornale ha proposto la privatizzazione della previdenza, ponendo come esempio il modello cileno. In estrema sintesi: incassi quanto versi, vai in pensione quando vuoi. Niente più esodati o pensioni da morti di fame. La questione cilena fu proposta in tempi non sospetti anche sul settimanale che dirigevo, “Il Federalismo” , il 12 Luglio 2004, 11 anni fa, da Giancarlo Pagliarini. Vista l’attualità e la gravità del quadro pensioni, ripropongo quel servizio che coraggiosamente pubblicammo, anticipando le analisi e la tragedia di oggi. Ora basterebbe che qualche forza di governo o di opposizione che sventola la bandiera della giustizia sociale, prendesse in seria considerazione il coraggio di una riforma che taglia fuori del tutto il meccanismo assistenziale e ricrea equità. Un sistema, insomma, salvaladri. Propononiamo rispettivamente  le due letture, Pagliarini e Lottieri, per un un più ampio confronto sul tema. stefania piazzo)

 

di Giancarlo Pagliarini

Nell’Unione Europea le certezze sono (1) la morte, (2) le tasse e (3) l’assoluta necessità di una riforma dei sistemi pensionistici. È necessario passare dal sistema a “ripartizione” a quello a “capitalizzazione”. Motivo: le macrotendenze demografiche. La maggiore aspettativa di vita e la riduzione dei tassi di natalità, accelereranno la crisi dei sistemi pensionistici “a ripartizione”, specialmente nelle economie sviluppate. A un certo punto i figli non saranno più in grado di finanziare l’egoismo dei padri. È una questione di matematica,  oltre che di politica e di etica.

I numeri dicono che nel medio periodo non ci sono alternative. Il costo dell’invecchiamento globale sarà di gran lunga superiore ai mezzi di qualsiasi nazione, anche della più ricca. Se i sistemi delle prestazioni previdenziali non saranno radicalmente riformati si verificheranno crisi economiche e politiche di enormi dimensioni. Ma anche se questo cambiamento è logico, sarà necessario vero coraggio politico, perché con questa riforma i professionisti della politica, i burocrati e i sindacati perderebbero una parte significativa del loro potere.

E questi signori sanno come difendere le loro posizioni, anche a costo di far colare a picco interi paesi. Può essere istruttivo vedere cosa è successo in Cile, il primo Paese che ha avuto la lungimiranza di fare questa riforma. Tra pochi giorni gli editori Facco e Rubbettino pubblicheranno un libro intitolato Pensioni. La sfida della responsabilità individuale. L’autore è José Piñera, che è stato il ministro del Lavoro che ha inventato la riforma “a capitalizzazione, privata e concorrenziale” cilena. Ho avuto la fortuna di leggere in anteprima la bozza di quel libro, che è la fonte delle notizie esposte qui di seguito. In Cile la legge di riforma delle pensioni è stata approvata il 4 novembre 1980. In quel Paese era stato creato un sistema pensionistico statale nel 1925. Era un sistema “a ripartizione”, come il nostro.

Negli anni Settanta quel sistema era sull’orlo della bancarotta malgrado gli elevatissimi contributi sociali sui salari. Come da noi c’erano tanti vantaggi per i rappresentanti dello Stato, per i politici, per i loro amici e per gli amici degli amici. Tutti mantenuti dai contributi sociali versati dai lavoratori, che erano sfruttati in modo vergognoso in nome della soldarietà. Insomma, proprio come da noi. Pochi giorni prima dell’approvazione della legge il ministro del Lavoro José Piñera era stato invitato a una riunione con una trentina di rappresentanti sindacali, che gli avevano detto: «Noi signor ministro siamo disposti a concederle pubblicamente il nostro appoggio, a patto che lei si mostri ragionevole e sia disposto a modificare un semplice dettaglio della futura riforma». Incuriosito, Piñera ha chiesto quale fosse questo “semplice dettaglio”. La risposta è stata: «Semplicissimo, anziché concedere ai lavoratori il diritto di scegliere a chi affidare la gestione dei loro conti previdenziali, questa decisione dovrebbe essere affidata in esclusiva ai capi dei sindacati ai quali i lavoratori appartengono.

I lavoratori, signor ministro, non sanno come prendere una decisione di questo tipo. Alla maggior parte di loro, molto probabilmente, la questione non interessa neppure. D’altro canto, noi siamo nella posizione migliore per stabilire quali istituti finanziari produrranno i maggiori vantaggi per i lavoratori. Se riusciremo a trovare un accordo sotto questo aspetto, saremo estremamente lieti di poterle essere d’aiuto in futuro». Piñera resta allibito non solo dall’impudenza dell’offerta, ma anche e soprattutto dal disprezzo per la libertà e la dignità dei lavoratori. Sceglie la via del sarcasmo e la sua risposta è questa: «Amici miei, mi piacerebbe moltissimo poter contare sul sostegno di dirigenti quali voi siete. Ma, sfortunatamente, non posso accettare l’offerta che avete voluto avanzare. E non posso accettarla… perché voglio salvarvi l’anima».

«Che vuol dire con questo?», gli chiedono subito i sindacalisti. «Avete sentito bene, signori. Non ho il minimo dubbio che, se la scelta della società di gestione dei fondi dovesse spettare ai dirigenti sindacali, anziché ai singoli lavoratori, verreste subissati da un numero tale di pressioni, che per voi non sarebbe facile mantenere la vostra integrità. I direttori di quelle società, ansiosi di gestire i risparmi previdenziali di gruppi numerosi di persone, penserebbero che è molto più facile corrompere i dirigenti sindacali anziché competere sul libero mercato, ottenendo la gestione dei conti grazie a un rendimento migliore o a commissioni più ridotte. Non accetterò la vostra offerta, perché si presta a tentazioni che nessuno di voi dovrebbe affrontare». Dopo quelle parole, si legge nel libro di Piñera, nessuno alza più la voce e la riunione viene discretamente aggiornata. La visita successiva è stata quella dei direttori delle più grandi banche cilene.

Questi ultimi accettano l’idea dei conti privati di risparmio previdenziale, ma vogliono che il sistema venga gestito esclusivamente dalle banche. C’è anche un banchiere che improvvisa un’appassionata difesa dell’idea di impedire che istituti finanziari “stranieri” gestiscano i risparmi dei lavoratori cileni. Come nel caso dei dirigenti sindacali, Piñera esamina e discute i loro argomenti, ma alla fine respinge interamente la loro posizione. La concorrenza è un elemento essenziale perché qualsiasi cosa a questo mondo funzioni in modo giusto, efficiente ed onesto.

Questo, ci tengo a dirlo, è un principio che secondo me vale per tutto, anche per la vita privata, per il Federalismo, per la politica e naturalmente anche per la gestione delle pensioni. Le alternative sono la cultura degli “amici degli amici”, del “mi manda Picone”, del “Dio voto” e alla fine della inefficienza e delle tangenti. Sono passati 24 anni. Oggi mi dicono che il nuovo sistema in Cile funziona veramente molto bene. Un aneddoto: gli autisti cileni non devono aspettare di smettere di lavorare per cominciare a godere dei vantaggi della loro pensione. Infatti questi vantaggi possono essere apprezzati ogni giorno da migliaia di autisti che hanno bisogno di utilizzare l’autostrada a pagamento “Rutas del Pacifico”, che parte da Santiago. Quell’autostrada è stata inaugurata il 13 aprile 2004 ed è stata costruita emettendo obbligazioni che sono state sottoscritte dai gestori dei fondi pensione cileni. C’è questo cartello: «I tuoi risparmi stanno finanziando questa autostrada, e questa autostrada sta finanziando la tua pensione».

 

Ed ora la proposta di Lottieri…

di Carlo Lottieri

(da  Il Giornale)

Deve riformare il sistema pensionistico così da ridurre (o quanto meno non accrescere) il prelievo parafiscale sul lavoro, garantire la tenuta dei conti dell’Inps e assicurare un reddito adeguato a chi per una vita ha versato contributi e ora vanta una legittima pretesa nei riguardi di quanti gli hanno sottratto tanti soldi.

Anche nel campo delle pensioni, però, il comunismo non funziona e non può funzionare. Il sistema attuale è stato riformulato innumerevoli volte, ma senza che se ne mutassero i fondamenti. Pure il fatto di essere passati da un sistema retributivo – dove la pensione è collegata agli ultimi stipendi – a uno contributivo – dove conta l’insieme delle somme versate – non ha modificato la natura di un meccanismo coercitivo, monopolistico, fuori mercato, interamente statizzato.

L’alternativa esiste ed è il capitalismo. In ambito previdenziale si parla proprio di sistema «a capitalizzazione» e di solito si fa riferimento al modello cileno, dove i lavoratori versano ogni mese il 10% del reddito su un conto di loro fiducia e costituiscono in tal modo un patrimonio di cui disporranno allo scopo di avere un vitalizio, sollevando lo Stato da ogni obbligo di assistenza. I fondi dei lavoratori sono investiti e in genere le somme depositate crescono con ritmi assai interessanti.

Dov’è la specificità di tale sistema? In primo luogo nel fatto che ogni lavoratore deve scegliere la banca o l’assicurazione che gestisce i propri risparmi e le varie imprese finanziarie competono tra loro per attirare i clienti. In secondo luogo, l’entità della pensione non è il risultato di una decisione politica, ma discende dalla capacità di dotarsi di un capitale adeguato. Se qualcuno versa molto e per giunta sceglie un buon investitore, può anche andare in pensione a 50 anni. Ma la sua non è una pensione baby «all’italiana», perché egli se l’è pagata da solo e non grava sugli altri.

Si può, anche in Italia, abbandonare il socialismo previdenziale e tornare con i piedi per terra? Certamente, ma sono necessari tagli di spesa e privatizzazioni, perché si tratta di permettere ai futuri pensioni «a capitalizzazione» di accantonare i propri soldi continuando al tempo stesso a onorare gli impegni assunti con quanti sono legati al vecchio sistema. Per avere pensioni «a capitalizzazione», insomma, è necessaria una radicale trasformazione in senso liberale dell’economia.

Il Cile ha delineato il modello più coerente, ma ci sono altri tentativi di lasciarsi alle spalle sprechi e privilegi. In Svezia hanno creato un sistema misto con larghi spazi per i privati e in Nuova Zelanda, invece, hanno ricondotto le pensioni pubbliche nell’ambito dell’assistenza: un reddito minimo e nulla di più. Così che ognuno deve costruirsi da sé il reddito ulteriore per la vecchiaia.

O il governo prende una di queste strade, o tra pochissimo saremmo costretti (alle solite) a riformare la riforma…

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3 Comments

  1. giancarlo pagliarini says:

    Come no. Di corsa! Se eliminiamo le pensioni a ripartizione e passiamo a capitalizzazione vendo la casa e verso subito 276 mila euro. Di corsa. E ci aggiungo una mancia. Perché vorrebbe dire che vivrei finalmente in un paese dove c’è concorrenza e dove , di conseguenza, non comandano politici , sindacati e tromboni. Poter vivere in un paese civile è un sogno che non ha prezzo. Pensioni modello Cileno e costituzione modello Svizzera (articolo 3: la sovranità è degli enti territoriali , lo stato non ha poteri , svolge i compiti che gli enti territoriali gli delegano ed è al loro servizio) : troppo bello!!!

  2. Pagliarini proponeva le pensioni “cilene” PER GLI ALTRI, mentre PER SE’ STESSO ha preferito la pensione italiana: secondo quanto scritto da “Il Giornale” il 24 maggio, l’ex ministro ha versato 264mila€ e percepisce un assegno mensile di 5mila€ e la somma già erogata è pari a 539.892€.
    secondo la pensione “cilena”, Pagliarini è in debito di 275.892€: qualcuno si aspetta che, per coerenza con quanto ha scritto sul Federalismo, li verserà?

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