Oneto: Pensieri in libertà se c’è una casa comune libera

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Abbiamo iniziato da settimane a riproporre preziosi articoli di Gilberto Oneto pubblicati durante la mia direzione al settimanale “Il Federalismo” e che attingo dal mio archivio personale per condividerle con i lettori. Diversamente, sarebbero rimasti tra la polvere, visto che l’editore,  in quegli anni, non ritenne importante conservare e stampare queste “memorie” che sono delle fucilate culturali e politiche di primo rango.

Ma ritengo che, tra tutti, quello che andiamo a leggere sia uno dei migliori, se non in assoluto il più bello.

Nel convegno recente sulla stampa indipendentista promosso dal nostro quotidiano, ho avuto occasione di premettere su tutto e su ogni cosa, che la stampa o è indipendente, o non è se stessa. Non è informazione ma plagio, sonno delle coscienze. Occorre che vi siano spazi di libertà, garantiti, conquistati, per scrivere di libertà. Il giornalismo, deve essere indipendente. Oggi lo può essere ancora?

La questione è dunque, come spiegava Oneto su un altro piano, quello della politica, la possibilità di avere una casa comune delle libertà. Lì dentro si potrà essere diversi rispetto agli altri, ma liberi di dirlo, di professarlo. Ste.Pi.

di Gilberto Oneto – Un settimanale si presta alla perfezione a sollecitare e ospitare dibattiti. Accolgo perciò con grande gioia l’invito del nostro direttore a utilizzare il federalismo per innescare una discussione su uno dei temi che stanno alla base dell’esistenza stessa della Lega Nord e di tutto il composito mondo che le ruota attorno. Il punto riguarda l’affermazione della specificità che è allo stesso tempo principio vitale da cui nasce ogni aspirazione all’autonomia, ma anche origine di frammentazioni e contrapposizioni che da sempre – in ogni tempo e paese – hanno indebolito tutti i Movimenti indipendentisti.

Ideologie massificanti e illiberali necessitano di (e vogliono costruire) masse umane indistinte, siano esse utopici mucchi di proletari, di “piagnoni”, di consumatori o schiere di camerati allineati in un perfetto ordine da caserma. Chi predica le libertà e il rispetto delle differenze finisce inevitabilmente per dover affrontare gli individualismi, i ribellismi e i particolarismi che sono allo stesso tempo la forza e la debolezza di ogni lotta contro l’oppressione, lo sfruttamento e l’omologazione.

Questo non implica che se ne debba subire passivamente l’ineluttabilità: la conoscenza del meccanismo e di tante esperienze del
passato devono anzi indurre a cercare di contenerne gli effetti negativi. Il grandissimo merito della Lega e la felice intuizione di Bossi sono proprio consistiti negli anni passati nel superamento dei particolarismi geografici, culturali e ideologici in nome del comune obiettivo delle libertà della Padania, intesa come forte espressione di connotazione identitaria, ma anche di dimensione ottimale della
lotta politica. In nome di un intelligente progetto comune sono state non accantonate ma unite le differenze fra le varie comunità che compongono la grande Patria padana, sia in senso territoriale (si sono raggruppate tutte le 12 piccole Patrie identitarie) che culturale più ampio: divisioni di credo religioso, di ceto sociale, di aspirazioni e comportamenti personali, di basi ideologiche, di visioni economiche.

Si tratta di un’unità di intenti che si è in qualche modo appassita cammin facendo con l’emersione di connotazioni “altre”, derivate
inizialmente da diverse opinioni circa le modalità di raggiungimento del comune obiettivo, ma poi degenerate in diverse opinioni “tout-court”. Chi faceva prevalere istanze di anti-statalismo libertario ha finito per trovarsi a fianco di tutti i nemici dello Stato, non solo dello Stato italiano. Chi faceva prevalere istanze di classe ha finito per tornare a una generica lotta contro lo sfruttamento economico e non solo di quello italiano ai danni della Padania. Chi dava una forte connotazione religiosa al suo impegno padanista ha finito per ritrovarsi intruppato nelle schiere cattoliche, punto e basta.

Chi ne faceva principalmente un’azione di lotta contro l’oppressione fiscale si è ritrovato a combattere tutte le rapine e non solo quella romana. Chi ne faceva primariamente una lotta all’immigrazione si trova di fianco a gente poco presentabile che ne fa una questione di razza. Alla fine tutte le componenti della variegata galassia padanista possono trovare sul mercato qualcuno che offre loro della mercanzia che ritengono più appetibile ma che li distoglie dal disegno complessivo di libertà.

Provo perciò ad aprire un dibattito proprio su questo punto fondamentale: si ritiene prevalente l’obiettivo o le modalità (sia strettamente politiche che di connotazione ideologica) con cui lo si persegue? Chiedo a tutti quelli che la pensano in tutto
o in parte come me, ma anche (e soprattutto)a quelli che la pensano diversamente di partecipare a questo dibattito, di inviare le loro osservazioni. Pubblicheremo tutto purché in buon toscano e di affermata paternità.

Credo che una prigione non sia il luogo più adatto a discutere su come organizzare la propria vita quando si sarà liberi. Sono
convinto che sia pregiudiziale avere libertà, e che perciò si debbano unire le forze di tutti i prigionieri per abbattere le sbarre dietro le quali si è rinchiusi. Cercare di decidere prima cosa si farà fuori significa distrarre e dividere: ed è proprio quello che vogliono i
carcerieri. In una prigione del genere di quella che ci opprime, le sbarre più robuste sono rappresentate dalle nostre divisioni.

Noi vogliamo riappropriarci di tutte le nostre libertà, sia in termini economici che culturali. Lo si deve fare ricostruendo tutti i
livelli dell’espressione e della gestione delle libertà, da quello più basso, fino a quello statuale, passando per tutti i corpi intermedi.
Bisogna però che lo si faccia in libertà. Oggi viviamo in una situazione in cui le realtà locali non possono gestire le proprie
risorse e sono solo appendici un po’ coloniali del potere centrale.

Tutto va allo Stato e cioè nel nostro caso a Roma (ladrona e questurina), o – peggio – anche più lontano, a Bruxelles, o in luoghi
ancora meno definiti e sotto coperture che non rappresentano nulla in termini di consenso.
Oggi si devono riconquistare tutte le libertà, a tutti i livelli organizzati sulla base dell’identità e della volontà popolare. Per farlo si
devono ritrovare i veri valori di autoriconoscimento, dalle comunità locali alle aree omogenee (i Comuni medievali: per dimensioni
più simili alle attuali Province), fino alle Piccole Patrie riunite in una realtà in grado di ottenere e difendere le libertà: la Padania, comunità europea omogenea per storia e cultura, sufficientemente piccola da garantire le libertà e grande da garantire la
sua difesa economica, politica, culturale e – all’occorrenza – militare.

Per affrontare questo enorme lavoro di ricostruzione serve il concorso di tutti i padani (o della loro maggioranza numerica e morale),
di un popolo intero con tutte le sue componenti sociali, politiche, economiche, al di là delle suddivisioni religiose (senza per questo negare il particolare ruolo storico del cattolicesimo padano che è uno dei fondamentali collanti), ideologiche (servono i padani
di destra e di sinistra), di scelta di vita personali, eccetera. Vanno prioristicamente esclusi solo i nemici di ogni socialità (i delinquenti, i parassiti) e quelli che rifiutano i principi di libertà (totalitari di tutti i colori, statocrati incalliti), di identità padana (i globalisti e i nazionalisti italiani) e di autodeterminazione.

La Lega è stata grande e vittoriosa finché ha percorso questa strada. Gli avversari se ne sono accorti e hanno cominciato a fare leva
sulle differenze. Hanno tentato di approfondire divisioni identitarie (accolte solo da qualche sconsiderato micronazionalista regionale) ma hanno soprattutto giocato sulle implicazioni ideologiche: la destra e la sinistra, i cattolici e i laici (ma anche i protestanti, i pagani e tutti gli altri).

In questo sono stati facilitati da due cose: la scelta elettorale (causata da una legge scellerata), che qualcuno cerca di trasformare
anche in scelta ideologica, e il tempo; quando la gente se ne sta troppo ad aspettare, si stanca; quando non si vedono risultati o c’è qualche briciola da spartire, si litiga. Ecco, oggi siamo a questo punto: il mondo attorno a noi sta rovinando, l’economia va a rotoli, l’invasione foresta è opprimente, la rapina fiscale inarrestabile, l’Islam mette in pericolo i principi del nostro vivere civile, la
criminalità, la corruzione e la nullità della classe politica stanno riducendo la Padania alla triste ombra di un paese civile.

Solo noi autonomisti possediamo l’antidoto in grado di fare rinascere la vitalità, ma dobbiamo fare prevalere i temi identitari e di libertà: cioè l’indipendenza della Padania e l’appropriazione del controllo del suo futuro. Occorre liberarsi da tutte le contrapposizioni
che ci possono dividere e tornare a fare prevalere con forza i temi unitari. C’è – mi rendo conto – chi privilegia altre cose (lo si è visto nel recente referendum): se lo fa in buona fede ce ne spieghi le ragioni e ce ne chiarisca il senso all’interno del progetto padanista. Ci spieghi se la lotta allo Stato in sé debba prevalere su quella allo Stato italiano, se la guerra alla criminalità possa giustificare certe mai sopite aspirazioni italiane all’ordine scelbotto, ci dica se gli immigrati sono un nemico comune o un altro strumento dell’Italia per schiacciare le nostre libertà, se la solidarietà di classe o di credo religioso debbano prevalere su quella identitaria.

Io sono convinto di no, sono – lo ripeto – convinto che l’unico modo di salvare le nostre differenze, le nostre libertà o aspirazioni alla libertà sia di mettere temporaneamente da parte le nostre differenze e combattere per la creazione di una casa libera. Litigheremo dopo, ma fra gente libera. Le sottili disquisizioni ideologiche e morali fra carcerati avvelenano la vita e irrobustiscono le sbarre.

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One Comment

  1. Padano says:

    Paradossalmente, oggi che il movimento padano coglie di gran lunga il massimo del consenso storico, ha semplificato e selezionato notevolmente il messaggio, che si può riassumere in: No ai rom e agli immigrati, No all’Europa. E no alla Padania.

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