Pechino crede più nell’oro che nel dollaro. E Mosca pure

di ANDREA TURATIoro lingotti

Pechino crede più nell’oro che nel dollaro. Sembra questa lo scenario disegnato dalle ultime statistiche del World Gold Council che mostrano per il mese di agosto un aumento di ben 16 tonnellate delle riserve auree della Pboc, la banca centrale cinese. Un dato che si aggiunge alle 19 tonnellate acquistate a luglio e al maxi – incremento di 604 tonnellate a giugno (in realtà una rivelazione di acquisti fatti dal 2009 in poi). Indubbiamente i prezzi da saldo (ad agosto la media è stata di 1142 dollari l’oncia, il 37% in meno rispetto allo stesso mese del 2011) sembrano invogliare gli acquisti di un bene che sta diventando – per la Banca centrale di Pechino – un rifugio di lungo periodo più del dollaro. E’ quanto si deduce dalla notizia del nuovo calo registrato, sempre ad agosto, dalle riserve di valuta estera della Cina, scese di 94 miliardi di dollari a 3.557 miliardi, il valore più basso da due anni e circa 450 miliardi in meno rispetto ai picchi dell’estate 2014. Anche dopo questi ultimi interventi, comunque, i lingotti rappresentano solo l’1,7 % delle riserve totali della Cina, che con 1700 tonnellate ‘ufficiali’ resta il quinto paese per oro accumulato dalla banca centrale, ben dietro a Italia (terza con 2451 tonnellate e una quota del 66% di riserve) e Francia (quarta con 2435 tonnellate, 65%).

Cio’ significa che le possibilità di acquisti da parte di Pechino sono enormi e destinate a sostenere il prezzo del metallo prezioso nei prossimi mesi. Basti pensare che con 36 milioni di dollari si compra una tonnellata di oro, e quindi con le riserve in dollari cedute negli ultimi dodici mesi se ne acquisterebbero 12.500 tonnellate, molto più della somma dei ‘patrimoni’ di Usa e Germania (11.500 tonnellate). Il discorso delle riserve auree di Pechino in realtà è molto più complesso dal momento che la Cina negli ultimi otto anni ha estratto 2851 tonnellate di oro, che non sembrano essere state immesse sui mercati internazionali. Inoltre, dal 2009 ha anche importato 3.300 tonnellate attraverso Hong Kong: anche considerando gli utilizzi in gioielleria e nel settore industriale, resta una parte consistente di lingotti di cui si è persa traccia. E appare singolare la svista di Zhang Bignan, presidente della China Gold Association, che nel giugno scorso a Londra ha parlato di riserve auree cinesi (complessive, quindi non solo quelle depositate presso la Pboc) pari a ben 9.800 tonnellate.

E se Pechino compra lingotti, Mosca non è da meno, visto che dall’inizio del 2015 ha aumentato le sue riserve auree di 80 tonnellate, toccando quota 1288 tonnellate (il 13% delle sue riserve). Ma anche altre banche centrali nei primi sette mesi – Kazakhstan (16 tonnellate) o Giordania (15 tonnellate) – hanno aumentato il loro patrimonio in lingotti, andando in controtendenza con un mercato privato e industriale che nel secondo trimestre ha visto la domanda globale scendere del 12% al minimo degli ultimi sei anni (914 tonnellate). In direzione opposta le scelte delle banche centrali con una domanda – secondo i dati del World Gold Council – è stata superiore a 137 tonnellate, un livello del 15% superiore alla media degli ultimi cinque anni. Di qui il giudizio di ‘Capital Economics’ che vede “gli acquisti delle banche centrali come uno dei molti fattori che nei prossimi due anni dovrebbero sostenere il prezzo dell’oro”.

 

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