PRIMARIE AMERICANE, ALEGGIA LO SPIRITO DI LINCOLN

di STEFANO MAGNI

Il tempo di elezioni, negli Usa, è anche il momento migliore per le calunnie e il gossip politico. I candidati tirano fuori le magagne degli avversari risalendo fino alla loro prima infanzia, se necessario. Il fatto che, queste che si stanno disputando in America, siano delle elezioni interne a un partito, quello Repubblicano (si deve selezionare il candidato che andrà a sfidare Barack Obama il prossimo novembre), non smorza i toni della polemica. Il candidato di testa è Mitt Romney nella foto a destra), sostenuto dai vertici del partito. Il principale avversario interno che si staglia all’orizzonte è Ron Paul, arrivato terzo (in un quasi testa-a-testa) in Iowa e secondo, con un dignitoso 23% dei voti, nel New Hampshire. Ora la prossima battaglia sarà nel South Carolina. Il fuoco dell’establishment del Grand Old Party sarà dunque concentrato contro Ron Paul. Così come lo è stato sin dal mese scorso, d’altra parte. Di Paul (nella foto a sinistra) si è detto già tutto il male possibile, ma un argomento, in particolare, potrebbe far presa sull’elettorato del partito che fu di Abraham Lincoln: il giudizio storico sulla Guerra di Secessione (1861-1865).

“La Guerra Civile non era necessaria” ha dichiarato Ron Paul in un’intervista televisiva del 23 dicembre 2007, ora ripresa in tutti i siti repubblicani a lui contrari. I commenti degli utenti a queste dichiarazioni eretiche si sprecano, da “Mi sento oltraggiato”, a “Ron Paul vuole risparmiare le sofferenze ai padroni bianchi per tenere schiavi i neri”, per giungere al: “Questa è la dimostrazione che Paul non è adatto (“unfit”) a guidare la Nazione”. Lo scandalo è provocato, soprattutto, dalla visione storica più diffusa sulla Guerra di Secessione: “una guerra combattuta dagli stati del Nord per liberare gli schiavi del Sud”. La secessione degli stati del Sud e la loro costituzione di una nuova entità confederale (la Confederazione degli Stati Americani, Csa) nel 1860-’61, è vista dalla vulgata storica solo come un espediente per proteggere l’istituzione della schiavitù, nell’interesse dei grandi proprietari terrieri. Ma al di là dei luoghi comuni, scritti soprattutto dai vincitori, possiamo solo constatare che Paul non ha tutti i torti.

Prima di tutto, la schiavitù fu solo una delle cause del conflitto e nemmeno la più importante. Abraham Lincoln, eletto presidente nel 1860, era personalmente un abolizionista, ma nel suo programma non c’era la liberazione degli schiavi. Su questo tema era disposto a trattare. E almeno dal 1840 era in discussione, quale soluzione al problema, un riscatto su larga scala: il governo avrebbe potuto comprare tutti gli schiavi per dar loro la libertà. E’ una soluzione citata anche da Ron Paul, nella sua controversa intervista, quale alternativa al conflitto. Dall’altra parte, anche nel Sud non mancavano gli abolizionisti. E nel 1865 fu il governo della Csa a liberare tutti gli schiavi che si fossero offerti volontari nell’esercito.

Dal marzo dell’ultimo anno di guerra, unità di neri combattevano anche sotto le bandiere della Csa oltre che dell’Unione. Se la guerra non scoppiò per la schiavitù, allora perché? Gli storici più inclini al marxismo sono soliti indicare cause economiche: il Nord era industriale e aveva bisogno di protezionismo. Il Sud era agricolo e voleva frontiere aperte. Non a caso i liberali di allora tifavano per il Sud, nonostante gli schiavi. Ma anche questa interpretazione è riduttiva. Infatti, il problema della duplice realtà economica era sì molto grave, ma durava dall’inizio dell’Ottocento. E fino al 1861 non portò ad alcuna guerra.

Il problema centrale, se escludiamo tutti quelli risolvibili pacificamente, riguarda la costituzione: Stato unitario o Confederazione? Diritti federali o diritti degli stati? La forma originaria degli Stati Uniti, dopo l’indipendenza proclamata nel 1776, era quella della Confederazione. I primi 13 stati americani (ex colonie britanniche) avevano stipulato, fra loro, un patto che prevedeva essenzialmente due obblighi: frontiere aperte e mutua difesa. Fermo restando, però, che ognuno di essi, era riconosciuto nella sua indipendenza e nella sua sovranità, mantenendo il diritto di secedere dalla Confederazione. Questo sistema è stato soppiantato da uno Stato unitario federale, con l’approvazione della Costituzione degli Stati Uniti d’America, adottata nel 1787. Ma non sono mai mancati, anche fra i padri fondatori (Thomas Jefferson, tanto per fare un esempio), i sostenitori dei diritti degli stati, favorevoli al ritorno a una forma di stato confederale e non federale. Negli Stati del Sud è sempre prevalsa quest’ultima visione politica. La Csa, nella sua breve vita, rifletteva i principi della prima America. La secessione, un processo avviato, proprio nella South Carolina (dove si voterà la settimana prossima) nel dicembre 1860, riguardò 11 stati che temevano troppa concentrazione di potere nelle mani del governo centrale, soprattutto dopo l’elezione di Abraham Lincoln, il più centralista dei candidati. Preferirono ribadire il loro diritto di autodeterminazione, dichiarando la secessione.

Perché è importante questo dibattito storico a 150 anni di distanza? Perché Ron Paul non fa mistero di essere un sostenitore dei diritti degli stati. E’ favorevole alla riduzione ai minimi termini del governo federale di Washington per trasferire gran parte delle competenze (e dello stesso potere legislativo) ai singoli governi locali. E’ curioso che questo dibattito si riaccenda proprio nel partito che fu di Abraham Lincoln.

 

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