Partiti e consenso: che democrazia può essere quella che sceglie i leader su facebook?

da facebookdi ROBERTO PISANI – Si parla tanto della crisi della politica, del distacco dei cittadini, in special modo per quanto riguarda le giovani generazioni, dalla vita sociale, civile e politica. Ma cosa fanno i partiti per far fronte a tutto ciò? Niente, proprio niente, anzi sembrano godere di questa tendenza.

Purtroppo, o per fortuna, per questioni anagrafiche ho vissuto e mi sono formato politicamente alla fine degli anni ’70. La seconda repubblica era ancora lunga da venire e si era nel pieno dell’egemonia democristiana e comunista, con qualche eccezione costituita da socialisti, missini e poco altro. In quegli anni i dibattiti politici si svolgevano all’interno delle sezioni. I partiti avevano costituito una rete capillare di militanti locali che, ritrovandosi nelle sedi partitiche, sviluppavano dei dibattiti interni che sfociavano in considerazioni ed idee da riportare ai diretti interlocutori con ruoli più importanti, nel pieno rispetto di una scala gerarchica di cui la base costituiva le fondamenta.

In questo modo la cosiddetta democrazia rappresentativa era pienamente esercitata.

Alla base del sistema partitico vi erano i congressi, cittadini, provinciali e nazionali. Erano momenti di discussione e sviluppo della linea politica e in base a quale corrente risultava vincente, venivano eletti i vari segretari, veri portavoce della base.

Era un sistema democraticamente perfetto, almeno sulla carta. Ma com’è la situazione attuale? Esattamente l’opposto! La tendenza in questi anni è quella di chiudere le sezioni, non di aprirle e di trasferire tutto sui social.

E il dibattito politico? Inesistente! Ormai la linea politica viene dettata dal leader di turno, la maggior parte delle volte con una diretta Facebook o Twitter, usando uno smartphone, oppure tramite la messaggeria istantanea dei telefoni stessi. E tutti a dire: si signor si, come le pecore di un gregge. E subito a condividere e a mettere dei like perché più veloce si fa più ci si sente soddisfatti, appagati, servili alla causa. E i congressi? Un ricordo lontano. Ormai non si fanno più, anche quando lo statuto lo prevede. Pochi i leader di partito che amano confrontarsi con la platea degli iscritti, esponendosi ad eventuali critiche o mozioni.

Insomma siamo passati dalla democrazia rappresentativa dei partiti ad una specie di dittatura con il leader di turno che gestisce la massa dei militanti, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma la cosa più inquietante è che noi tutti affidiamo a questo sistema antidemocratico la gestione di una città, di una regione e dello stato, e per le provincie, se possibile, ancora peggio.

Insomma la democrazia in mano ad un sistema partitico antidemocratico. Naturalmente qualche eccezione c’è, rara ma c’è.

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