Partiti, cambi di gruppo: malcostume che non finisce qui

 

record-cambi-gruppodi OPENPOLIS – Le preferenze dei cittadini che vanno principalmente a 3 poli distinti e una legge elettorale – a detta di tutti – non adatta all’attuale sistema politico italiano non permettono a nessun schieramento di essere maggioranza in parlamento.

Al tempo stesso, la necessità di dare un governo al paese – per “riscrivere le regole del gioco” ma che inevitabilmente sarà chiamato a decisioni sui più diversi temi – spinge i partiti a cercare convergenze post elettorali.

Sono questi i temi principali della campagna elettorale per le politiche 2018, in assenza di dibattito sui programmi – sostituito da promesse per le quali non vengono indicate le coperture economiche – e tantomeno sulla leadership, con i capi partito attenti a evitare qualsiasi confronto diretto.

Ma tutto questo è già avvenuto, proprio negli stessi termini. E’ la storia della XVII legislatura, quella appena conclusa. Quando le attese di rinnovamento che erano riposte nel parlamento più giovane, con più donne e con più ricambio della storia repubblicana hanno dovuto fare i conti con la necessità di costruire una maggioranza in grado di approvare le leggi.

Il malcostume diventa pratica politica
Una politica debole confonde la forma con la sostanza.

Il record di cambi di gruppo fra deputati e senatori, il succedersi di 3 governi e la creazione di maggioranze parlamentari attraverso appoggi esterni o assenze concordate sono il lascito politico della XVII legislatura.

In questi anni in cui il rapporto fra cittadini e politici si è indebolito, il trasformismo ha certamente contribuito. E’ una questione di rappresentanza e anche di rendicontazione. Il transfugo disattende la delega che ha ricevuto con l’elezione e – in diversi casi – porta avanti il suo mandato in gruppi senza una chiara collocazione, dal nome improbabile e in continua trasformazione.

Nonostante ciò, si sta cercando di farne uno strumento legittimo sperando che l’opinione pubblica – ormai abituata – non ne faccia caso.

Se è vero che non imparando dal passato ci si condanna a ripetere gli errori, può essere utile ripercorrere gli ultimi 5 anni di politica parlamentare italiana attraverso il progressivo aumento dei cambi di gruppo e le variazioni nella maggioranza che sostiene il governo.

Larghe intese
Le elezioni del 2013 non hanno avuto un vincitore. Il centrosinistra (Partito Democratico + Sinistra ecologia e libertà) grazie al premio di maggioranza ha i numeri necessari solo alla camera ma non al senato dove si ferma a 128 membri quando ne occorrono 158. Fallito il tentativo di Bersani di guidare un esecutivo di minoranza, la strada individuata dal presidente della Repubblica è quella delle larghe intese.

La nascita del governo Letta richiede un sacrificio, le coalizioni elettorali si sfaldano e la maggioranza parlamentare si sviluppa lungo l’asse Partito Democratico – Forza Italia. Una decisione che produrrà lacerazioni nei rispettivi campi e porterà ad abbandoni e scissioni nel corso della legislatura.

Il fenomeno diviene subito rilevante e aumenta costantemente con il prosieguo della legislatura. Alla fine contiamo 566 passaggi di gruppo, 313 alla camera e 253 al senato. I parlamentari coinvolti da questo moto continuo sono 347, il 36,53% degli eletti. Infatti in molti casi lo stesso politico cambia più volte gruppo e schieramento.

Alla camera il primato è di Ivan Catalano (eletto con il Movimento 5 stelle) e Stefano Quintarelli (eletto con Scelta civica) entrambi protagonisti di ben 5 cambi di casacca. Al senato ci sono tre parlamentari che sono riusciti a fare meglio: Andrea Augello (eletto con il Popolo delle libertà) e Salvatore Di Maggio (eletto con Scelta civica) con 6 cambi, e soprattutto Luigi Compagna, che dal 2013 a oggi si è spostato 9 volte da un gruppo all’altro.

Record di cambi di gruppo
E’ indice della instabilità dei partiti: per molti anni trascurabile, poi una costante e ora fuori controllo.

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