Islam e Francia, da Parigi a Nizza: il tramonto dell’Occidente

banlieu2di ROMANO BRACALINI – Liberté, fraternité, egalité». Vacilla, e non da oggi, il trittico giacobino della società aperta e solidale. Il corpo estraneo inglobato nell’Esagono aveva già mostrato velleità “separatiste”, l’estraneità con la società francese e l’ostilità al concetto vacuo e ingannevole di patrimonio comune e di cultura condivisa. Ciò che non potrà mai essere. La cattedrale di Notre Dame, Giovanna D’Arco, la Bastiglia, perfino il “drapeau” rivoluzionario, saranno sempre indigesti, negati nel loro significato profondo di appartenenza, alla comprensione dei “meteque” che rivendicano la storia delle origine nel rifiuto espresso
della cultura europea e occidentale.

“Meteque”, in francese, designa lo “straniero” levantino, africano, che non cambia la sua natura estranea anche se in possesso di passaporto francese. Anzi, è col passaporto francese che gli immigrati, i “meteque”, le facce d’arabo, hanno legittimato le loro pretese. Non li puoi cacciare, non li puoi “assorbire”. Li devi sopportare, con aggravio del bilancio pubblico pagato dai francesi veri.

Così il dogma “egualitario” dell’assimilazione dei vecchi sudditi delle colonie africane ha trasformato la Francia in due nazioni avverse e ostili, una dentro l’altra, come scatole cinesi, e il preteso egualitarismo
ha creato una classe di cittadini che sono francesi naturalizzati di seconda e terza generazione ma restano “meteque”, cittadini di serie B.

Tempo fa alla Madeleine presi un taxi per tornare al mio albergo. L’autista era un nero africano. Aveva l’aria ostile, poco simpatica, guidava ascoltando alla radio pallosissime nenie africane. Che ci stava a fare a Parigi se continuava a sognare il villaggio tribale? Ci stava male, ma sempre meglio che a casa sua, dove non avrebbe goduto dello stesso benessere e delle medesime libertà. Ma senza esserne grato alla Francia,che gli immigrati di colore non considerano una patria, ma matrigna. Vecchia dominatrice.

Più di mezzo secolo dopo la decolonizzazione, gli ex colonizzati, figli degli ex fellahin algerini, marocchini, tunisini, hanno preso atto della loro “diseguaglianza” che il mito giacobino pretendeva di aver cancellato. Emarginati dalla Francia bianca, europea, cattolica si sono rinchiusi volontariamente nei ghetti riscoprendo ed esaltando l’identità africana, tornando alla lingua, alle tradizioni e alla religione che gli stessi padri avevano abbandonato. Cittadini africani con passaporto francese che non conoscono la lingua francese, fischiano la Marsigliese e sputano sul tricolore. Sono francesi per convenienza. Dello Stato efficiente francese (mica come quello italiano) godono i vantaggi sfruttandone le risorse i mezzi non lavorando o lavorando poco. Ma rifiutano la cultura francese (giustamente, perché non sarà mai la loro); e il passaporto non è un veicolo sufficiente per decretare la parità e l’equivalenza delle razze.

Gli basta il sussidio, vivono con poco. Mai morti di fatica. Il lavoro è un’attività poco dignitosa che lasciano volentieri agli altri e alle donne. L’uomo “maschio è”; e i baffi sono un attributo di virilità e di comando. Vai a spiegare Tocqueville a un “meteque”! I sociologi dell’aria fritta hanno spiegato che la doppia identità ha portato al “conflitto d’identità”. L’asserzione è vera a metà. Il fatto incontrovertibile è che gli immigrati di colore la doppia nazionalità non l’hanno mai accettata (se non, appunto, per convenienza), tranne quelli di
prima generazione, che abbandonarono le ex colonie nordafricane subito dopo l’indipendenza, per i quali diventare francesi a tutti gli effetti era un vanto e una promozione sociale.

I loro figli, i “beurs”, facce d’arabo, che nel confronto con i coatenei bianchi traggono motivi di umiliazione, hanno scelto loro spontaneamente di vivere in una sorta di apartheid etnico-religiosa. Non è stata la miseria e l’abbandono delle “banlieu”, ridotte a latrine proprio da loro; non è stata la disoccupazione, peraltro, è
vero, altissima tra i “beurs” (non a caso), a innescare l’insurrezione delle periferie ma il rancore a lungo covato, il risentimento di chi non potrà mai essere uguale, a onta dei codici della “Grande Rivoluzione” normativa.

Ma c’è dell’altro che non si vuol dire; e cioè che sulla rivolta, che all’inizio non aveva né capo né coda, s’è fatto sentire il richiamo forte del fondamentalismo islamico antioccidentale, anche se gli iman di Francia, per stornare un legittimo sospetto, tentano di apparire come saggi e pacifici mediatori. La Francia sta pagando caro i propri errori storici. Ed è proprio dalla Francia, che pretendeva di imporre un modello esemplare e unico di multiculturalità, che arriva la prova del suo fallimento storico. L’arroganza francese, cullata in un sentimento di superiorità e di patetica “grandeur” ha sempre imposto modelli politici deleteri e dubbi valori morali. Il motto rivoluzionario “Liberté, egalité, fraternité” garriva sulla ghigliottina, che imponeva la “libertà” col taglio della testa. Curioso assioma.

Del vasto impero coloniale in Africa, l’Algeria faceva parte integrante del territorio metropolitano francese (un po’ come fece Mussolini con la Libia). L’esperimento, grandioso e retorico come ogni cosa francese, resse finché i colonizzatori non vennero cacciati dai colonizzati. Il regista Gillo Pontecorvo sciolse un inno alla “guerra di liberazione” col film La battaglia d’Algeri, che rientrava nella logica della nascente ideologia del terzomondismo comunista.

Oggi, cambiati i tempi e le circostanze, Pontecorvo non girerebbe un’ipotetica Battaglia di Parigi senza doversi chiedere perché le “facce d’arabo”, dopo l’ubriacatura dell’indipendenza nazionale, scelsero in massa la Francia e oggi la rifiutano con altrettanta violenza d’allora. Ma la situazione è profondamente diversa. Ieri erano a casa loro. Oggi sono “meteque” in casa d’altri. Chissà se valgono per i francesi bianchi le stesse motivazioni morali e patriottiche dei combattenti algerini d’allora?

Anche la Francia, come l’Italia, ha la sinistra che si merita. Comunisti e Verdi francesi (non ancora esposti nel Museo delle cere di Parigi) hanno criticato la durezza del ministro degli Interni Sarkozy nel reprimere la rivolta e imponendo il coprifuoco. Sono gli stessi cascami dell’ideologia internazionalista che, durante la
guerra d’Algeria, approvavano gli attentanti dinamitardi degli algerini nei caffè e nei locali pubblici di Algeri, come oggi, senza dirlo, giustificano le gesta di Al Qaeda. I socialisti si sono limitati a non commentare. Solo Jack Lang, stagionatasfinge socialista, già ministro della Cultura con Mitterrand, ha detto che «il Governo
ha tradito un egualitarismo radicato da secoli della storia francese». Povero monsieur Lang. La dottrina residuale marxista gli annebbia il cervello. Non ha capito che la “cultura” dei “beurs”, facce d’arabo, è estranea all’etica politica dell’utopia rivoluzionaria e che i padri fondatori dell’illuminismo la concepirono nel Settecento quando l’Africa era ancora immersa nelle tenebre della barbarie.

Concepire una società virtuosa e solidale con ceppi etnici e apporti diversi tra loro, diciamo incompatibili, e meravigliarsi di quel che succede, come fa Lang, è abbastanza triste e non fa sperare in un pronto ravvedimento. Oggi in Francia, e forse presto in Inghilterra (che ha commesso il medesimo errore di dare il passaporto agli ex colonizzati), in Belgio, Olanda, Germania e forse in Italia se l’immigrazione non verrà
regolata e se non si cacceranno gli elementi di disturbo, maghrebini, romeni, albanesi, rom, spacciatori, stupratori, sfruttatori, ladri e grassatori, prima che l’Italia  rilasci il passaporto a cani e porci. L’Europa è a un bivio, come mai lo è stata nella sua storia. Osvald Spengler, filosofo tedesco, più di 90 anni fa ne aveva previsto l’esito scrivendo il libro famoso: Il tramonto dell’Occidente.

Il pericolo non viene tanto dall’invasione barbarica dal Terzo Mondo, quanto dall’Europa stessa, dalla sua improntitudine e viltà, da questa Europa smarrita e rinunciataria, relativista, senza più orgoglio né missione di cultura, a fronte di un’immigrazione rapace e parassita che cerca pane e rivincita, e l’Islam pronto a uscire dall’ombra delle sue cautele. Dovrebbe essere abbastanza chiaro ormai che la cultura occidentale non solo
è incompatibile ma non è gradita a neri e marroni che apertamente la rifiutano in blocco per sostituirla un domani con la loro. I ventri delle donne islamiche son sempre gonfi. Ma a tre arabi preferiamo un bergamasco, che lavora come tre di loro.

Il “risveglio” del Terzo mondo che si riappropria delle antiche “culture” preoccidentali, dall’Africa tribale all’America centrale e meridionale precolombiana, si mescola e fa lega con gli ultimi sussulti dell’ideologia no global, anarcomarxista d’antica scuola antieuropea, antisemita e antiamericana. Criminalità comune, “feccia” d’ogni genere, insieme a Parigi con le “facce d’arabo”.

La rivolta verrà sedata o dalla Polizia o dall’esercito. Ma il problema non si risolve  misure d’ordine pubblico. Va rivisto il cosiddetto “sistema d’accoglienza”! L’Europa meticcia non funziona e non la vogliamo. Non vogliamo vivere eternamente sulle barricate. Abbiamo già dato. E non si può nemmeno pretendere che l’Europa prosciughi il serbatoio africano e si faccia pietosa soccorritrice del mondo povero. Il re del Marocco ha dichiarato che sarà impossibile fermare la corrente che dal mondo povero si riversa sul mondo opulento. Perché non comincia lui a dare il buon esempio offrendo qualche risorsa in più al suo popolo ed elargendo il suo tesoro personale? Qualcuno ha dichiarato che l’immigrazione risolverebbe
anche il problema demografico dell’Europa. Non ci avevamo pensato.

Ma che Europa sarebbe quella abitata in maggioranza da “meteque” e punteggiata da tucul e di moschee? Se non si troveranno rimedi efficaci democratici, di legittima difesa, l’Europa rischia la guerra o la dittatura. L’uomo forte è impetrato dalle democrazie imbelli. Lo “stato illegale” dentro lo Stato francese che l’immigrazione di colore vorrebbe costituire, sulla spinta delle medesime ambizioni musulmane, è la bomba che ci siamo allevata in seno. Noi i colpevoli. E le bombe sono destinate a deflagare.

I cicli storici possono variare ma si ripetono puntualmente. I presupposti di un’altra guerra totale ci sono tutti. Solo l’Europa può decidere se anticiparla o scongiurarla definitivamente con una politica di severità e di rigore rimuovendo drasticamente le cause della crisi d’identità che l’Europa attraversa, grazie alle
complicità trasversali del “fronte interno”. L’Italia e gli altri Paesi europei devono trarre un utile insegnamento dalla amara lezione francese.

Le cause lontane prima o poi vengono a maturazione. La viltà europea nel 1938 favorì l’escalation di Hitler e condusse guerra. Francia e Gran Bretagna furono altrettanto colpevoli di Italia e Germania. L’Europa è destinata a sbagliare, ma stavolta rischia di soccombere. La Prima guerra mondiale derivò da uno scontro di prestigio tra le potenze europee; la Seconda dallo scontro insanabile tra democrazia e tirannide. Il conflitto tra Occidente e Terzo Mondo è già in atto, ma siamo al prologo prima della corsa finale al disastro e alla distruzione. Non c’è più molto tempo.

(da “Il Federalismo”)

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One Comment

  1. Ric says:

    Superpeffetta analisi ;
    Sommessamente riterrei di aggiungere alle aggravanti del nostro contest la mutazione genetica e bastarda operata da simbiosi mutualistica del catto-comunismo , casta ideologica di razzismo compiuto saldato dalle generazioni d’immigrazioni interne , dall’indole e similitudini che richiamano spesso assioma col retrivo sentire , dal delitto d’onore ai giorni nostri , dalle tre mafie a tempo pieno , alle saldature di tutto ciò che sia “comando” istituzionale ” puzza d’imprimatur aimè a noi conosciuto e , al netto di buone volontà individuali o perle storiche asettiche per ingegno ed unicità ,per il resto l’humus “culturale ” presenta forti assonanze per atteggiamento mentale e pratiche tipiche certamente distanti dal lavoratore Bergamasco , comparato nell’esempio . È tutta la letteratura e la retorica su brigantaggio , rapimenti , anonime varie , e i citati simboli delle antimafia , eroi e martiri , comunque sempre ad aggiustare cose loro ! Se la suonano e se la cantano , ma se chiudi causa loro tassazione ……”C…i tuoi !
    Il sistema Italia è quella roba lì , ed i garantitoni all inclusive sono di mescola catto-comunist+iva.
    Ricordo a tal proposito nelle cittadine le abitazioni con usci di casa aperti , con una piccola caserma con maresciallo e un paio di carabinieri , quanto bastava .
    Se tanto mi dà tanto ….

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