Parigi, il giorno prima. Quando il Tribunale di Milano disse: sono guerriglieri, non terroristi. Storia di Mohamed Daki

di STEFANIA PIAZZO

Chi è Mohamed Daki? Il suo nome fissa un principio sancito dieci anni fa a Palazzo di Giustizia a Milano: il terrorismo non sempre è reato. Le sentenze non si discutono, altrimenti sono guai. Ma il problema è che la nostra memoria è labile e fissa solo i twitter ormai. Invece bisogna sforzarsi di voltarsi qualche volta indietro per non essere ripetitori di ovvietà.

La vicenda di Parigi è figlia di una cultura arrendevole? Di uno stato di diritto molto abbondante di taglia? In parte sì e ne è permeata tutta la società, anche quella giuridica. La storia che ripercorriamo, per non perdere l’abitudine nel ricordare chi siamo e da dove arriviamo ma, soprattutto, perché arrivano tanti islamici, sta dietro il nome di Mohamed Daki.

La vicenda giudiziaria vedeva a quel tempo a processo, correva il 2005, dieci anni fa circa, tre cittadini di origine araba, accusati di  terrorismo internazionale. Non di furto al mercato. Un’accusa insomma pesante. I  tre islamici vennero prosciolti in primo grado, non senza code polemiche, da un giudice il cui nome divenne inevitabilmente famoso:  Clementina Forleo. La terza Corte d’assise d’appello confermò l’assoluzione del  marocchino Mohamed Daki e dei tunisini Maher Bouyahia e Ali Ben Saffi Toumi dall’accusa di terrorismo internazionale, il reato 270 bis del codice penale introdotto dopo gli attentati dell’11 settembre.

Che gridarono i tre dopo la pronuncia della sentenza in aula? “Allah è grande” e “Viva l’Italia”.daki

Daki venne prosciolto, gli altri due vennero condannati solo a tre anni di carcere  dopo aver derubricato il 270 bis in associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Punto e a capo? Al momento pareva di sì. La decisione dei giudici non faceva altro che sposare la tesi della Forleo, che aveva definito gli imputati  “guerriglieri” e non “terroristi”, condannandoli solo per reati minori. Fu un pandemonio di reazioni.

Daki, dichiarò: “Sono contento. Grazie alla giustizia italiana, grazie al giudice Forleo, grazie a questi giudici che mi hanno riconosciuto innocente. Ho sempre pensato bene perché non sono un terrorista. Ora festeggerò con il mio avvocato e altra gente. Rimarrò in Italia. Voglio continuare a studiare e trovare un lavoro”.

Uno dei difensori dei tre affermò che si trattava di una  sentenza “storica perché ha vinto la tesi Forleo”. E per il giudice? Era  “un’importante sentenza, una vittoria dello Stato di diritto e del principio dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge”. Sentenza importante, ha aggiunto a caldo il magistrato, “soprattutto alla luce dei vergognosi attacchi alla mia persona e alla mia sentenza, in quanto essa è stata la prima ad aver affermato principi di diritto, anche internazionale, evidentemente sconosciuti da persone che si presume debbano avere esperienza in materia”. Era il 28 novembre 2005. Due anni dopo, il 23 ottobre 2007, venne rivoltata la frittata: entrò di scena un altro collegio di giudici, che  ribaltò la lettura dei fatti.
Daki venne condannato a 4 anni di reclusione   con l’accusa di terrorismo internazionale. L’accusa caduta in sede di rito abbreviato dal gup Clementina Forleo, e in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano, tornò a farsi concreta per un’altra corte d’assise d’appello milanese, dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio l’assoluzione confermata in secondo grado, sempre a Milano. Insomma, fu un capovolgimento…. Vennero condannati anche gli altri due amici, a 6 anni di reclusione.
Ma tra un appello e l’altro, vi fu un altro fatto rilevante, ovvero l’ordine di espulsione del marocchino per mano del Viminale. Espulsione nel dicembre del 2005, quindi seguente all’assoluzione…! ”E’ stata eseguita sabato ‘espulsione dal territorio nazionale dei sospetti terroristi Daki Mohamed (Marocco) e Gharsellaoui Mohamed Akremi (Tunisia) per motivi di sicurezza e di ordine pubblico”. Che disse il Viminale? “Sono stati accumulati e valutati scrupolosamente gravi indizi ed elementi probatori non sufficienti alla magistratura per una sentenza di condanna, ma più che sufficienti al Ministro dell’interno per stabilirne la pericolosità”:, aveva affermato l’allora  ministro dell’ Interno Giuseppe Pisanu. Per i legali si trattò di una rivalsa.Scriveva negli atti il giudice Forleo: “… Non risulta invece provato, nonostante gli encomiabili sforzi investigativi compiuti, che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti o in altri prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nell’ambito delle attività di tipo terroristico di cui all’art.270 bis c.p. come novellato all’indomani dei noti e tragici fatti dell’11. 9.2001. La nozione di terrorismo, com’è noto, diverge da quella di eversione e come questa non è definita in via normativa, dovendosi dunque ricavare in via ermeneutica, sia sulla base del contenuto delle convenzioni internazionali sul punto, sia, soprattutto, riflettendo sulla “ratio” e sulla genesi della norma penale in questione”.Così non la pensarono Viminale  e i suoi colleghi. Allah è grande, ma non per tutti.forleoInfine, ma non ultimo, la sorpresa, trovata pescando nel web le immagini di quel processo…. Questa volta però la cronaca torna recente perchè è la Gazzetta di Reggio a scrivere il 9 gennaio scorso, che le forze dell’ordine stanno controllando il territorio. E la cronaca fa ancora rimbalzare, a distanza di anni, ancora il nome di Daki!  “Da quanto “filtra” sono una decina gli individui “monitorati” dagli investigatori in queste ore febbrili”, si legge. “Si tratta di stranieri finiti o lambiti da inchieste…”. Chi vivrà, vedrà.Clementina Forleo non finì intanto di occupare le cronache. Anni dopo, fu al centro di un’altra polemica: venne “martirizzata” colpevole di essere andata in tv, alla trasmissione Annozero,   denunciando le pressioni dei «poteri forti» sull’inchiesta Bnl-Unipol, la scalata della assicurazione «rossa» alla Banca Nazionale del Lavoro. Il Csm la trasferì a Cremona per «incompatibilità ambientale», con una decisione annullata dal Consiglio di Stato. Poi, tornò ancora a Milano, ma il Csm non finì le sue azioni: le vennero negati gli avanzamenti di carriera che le sarebbero spettati. La legge del taglione?
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