Italia paese di merda: col Grande Fratello fiscale siamo indifesi

di MATTEO CORSINI

Il signor Paolo Zucca, sul giornale di Confindustria, ha scritto quanto segue: “L’Italia è una nazione di recente benessere, i soldi – dopo che se ne sono visti pochi – si vogliono vedere e toccare. Meglio se nessun altro, tanto più un’amministrazione statale che ha bisogno di denaro, può vedere. La nuova anagrafe è un fastidio? Forse. Non più di doversi togliere davanti a tutti cintura, scarpe, cellulare, monetine, chiavi prima di passare da un metal detector. Avendo in cambio un beneficio di sicurezza personale e collettiva”.

Negli ultimi tempi il Sole 24 Ore è stato prodigo di consigli e commenti in merito alla partenza dei primi flussi di dati, quelli relativi al 2011, che gli intermediari finanziari devono inviare all’amministrazione finanziaria in merito ai rapporti della loro clientela. Non solo dati anagrafici, come già avviene da diversi anni, bensì anche saldi iniziali, finali e movimentazione. In pratica, il fisco ha la possibilità di monitorare ogni movimento fatto da chiunque intrattenga rapporti con intermediari finanziari in Italia.

Ho già scritto altre volte che questo rappresenta il passo definitivo verso la perdita sostanziale di ogni difesa da parte del cosiddetto contribuente, e che a poco valgono le rassicurazioni date dal fisco circa l’utilizzo “appropriato” dei dati. Sarebbe come un lupo famelico che rassicura un gregge di agnelli dopo aver scardinato la porta dell’ovile. Se posso capire l’atteggiamento dei rappresentanti dell’amministrazione finanziaria dello Stato, molto meno comprensibile, se non inquadrandolo nella volontà di servire lo Stato, mi pare il tono dei commenti di diversi organi di informazione, a partire da quello confindustriale. Prima dicono, come nell’articolo dal quale ho tratto le parole che ho riportato sopra, che sarà meglio tenere documentazione di tutte le operazioni effettuate; poi però aggiungono che si può stare tranquilli e che, in fin dei conti, si è già tutti abituati a rilasciare a soggetti privati una grande quantità di dati personali.

Peccato che si tratti di cose ben diverse. I dati personali possono essere rilasciati volontariamente a soggetti privati, e nel caso siano carpiti è possibile agire in giudizio contro chi li ha illecitamente ottenuti (sulla efficacia di tali azioni in giudizio forse si potrebbe discutere, ma non è questo il punto). In ogni caso, non vi è alcun obbligo da parte dei titolare di quei dati a rilasciarli.

Quanto alla faccenda dei controlli negli aeroporti, credo si potrebbe discutere sul giro di vite post 11 settembre 2001, ma il paragone con il grande fratello fiscale mi pare anche in questo caso fuorviante. In primo luogo, chi effettua i controlli negli aeroporti può guardare cosa una persona porta con sé, ma non è lo stesso soggetto che può anche decidere quanto prelevare dal portafoglio dell’individuo controllato. In secondo luogo, ancorché la cosa possa talvolta essere disagevole, esistono mezzi di trasporto alternativi all’aereo. Infine, ma non meno importante, credo sarebbe una pericolosa illusione credere che il grande fratello fiscale rappresenti maggiore “sicurezza personale e collettiva”. Sarebbe bene rendersi conto che, al di là della tanto invocata lotta all’evasione fiscale, lo strumento può essere usato per aumentare la (re)pressione fiscale, lasciando tutti quanti effettivamente nudi davanti allo Stato. Che non è un buon padre di famiglia, ancorché a taluni piaccia dipingerlo così.

Mi si potrebbe comunque far notare che esistono anche alternative agli intermediari finanziari; è vero, ma va ricordato che, parallelamente ai controlli su saldi e movimenti, da anni è in atto la cosiddetta guerra al contante. Tutto per il nostro bene, per chi ci vuole credere.

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