Palumbo: INPGI e Decreto Crescita, la verità sul salvataggio

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RASSEGNA STAMPA

DI RITA PALUMBO – Dopo mesi di dibattiti parlamentari, si è arrivati all’approvazione dell’emendamento che riguarda la Cassa previdenziale dei giornalisti, che prevede l’obbligo di attuazione di alcune misure e non cita, in alcun modo, i comunicatori. La sintesi di quanto accaduto finora e la posizione di Ferpi in merito, a cura di Rita Palumbo, nella sua rubrica #MercatoLavoro.
La “Crisi INPGI” è una questione complessa e anche – anzi soprattutto – un caso scolastico di disinformazione strumentalizzato per interessi politici.

Tante interpretazioni su numeri e scenari e un unico dato di fatto: l’Istituto di Previdenza dei Giornalisti è in serie difficoltà economiche, il modello contributivo è diventato insostenibile e per poter mantenere in vita la Cassa di previdenza privata, è necessario allargare la platea contributiva.

La vicenda è così tanto complessa e coinvolge così tanti attori, da creare allarmi e preoccupazioni da più parti: giornalisti, INPS, associazioni di categoria ed ovviamente Ferpi.

Considerate le tensioni e le richieste di rassicurazioni da parte di molti colleghi, è bene fare il punto della situazione.

La cronaca. I vertici dell’INPGI già nel 2017 lanciano l’allarme sul disavanzo previdenziale e a metà del 2018 iniziano le consultazioni con Governo e Associazioni di categoria. L’idea: allargare la platea contributiva con soggetti che “più o meno” hanno a che fare con la produzione di contenuti, e quindi i comunicatori in senso lato e generico, anche se professionisti un po’ “disprezzati” dai giornalisti perché portatori di interessi di parte.

Tra le Associazioni coinvolte nelle consultazioni, FERPI conquista un ruolo di primo piano e dice no all’ipotesi di una “deportazione” contributiva all’INPGI fin dal primo incontro della seconda metà di settembre 2018. La posizione di FERPI, condivisa anche da altre associazioni del settore, è motivata concretamente: neanche un esercito di comunicatori, considerati gli squilibri dei meccanismi previdenziali dell’Istituto potrebbe risanarne le casse. E la “deportazione” dall’INPS all’INPGI comporterebbe una situazione di precarietà contributiva, oltre che un danno erariale rilevante. Contrari i comunicatori, contrari anche molti giornalisti.

La cronaca politica. Sulla “Crisi INPGI” il Governo ha due posizioni contrastanti: il Sottosegretario Claudio Durigon sta lavorando alacremente per salvare l’Istituto con l’obiettivo di preservare le caratteristiche peculiari della cassa privata in nome della salvaguardia dell’informazione. Dall’altra parte il Sottosegretario Vito Crimi che, convinto della necessità urgente e prioritaria di una riforma dell’intero comparto giornalistico, mette all’ultimo punto nell’elenco delle questioni aperte il salvataggio dell’INPGI.

Dopo mesi di dibattiti parlamentari, proposte e bocciature di emendamenti, si è arrivati all’approvazione dell’Articolo 16-quinquies. (Disposizioni in materia previdenziale) Comma 2. del Decreto Crescita, in vigore lo scorso 1° luglio. L’Articolo 16-quinquies indica specifiche misure, che posso essere così sintetizzate:

1. Entro il 1° luglio del 2020 l’INPGI dovrà adottare una nuova riforma delle prestazioni previdenziali, che tagli prima di tutto le spese e, in subordine, aumenti le entrate contributive.

2. Entro il 1° febbraio 2021, ovvero dopo 18 mesi dall’approvazione del decreto Crescita, l’INPGI dovrà presentare un nuovo bilancio attuariale per valutare gli effetti della nuova riforma sulla sostenibilità dei conti a medio e a lungo termine.

3. Se nel caso le misure precedenti sintetizzate al punto 1 e 2 non dovessero dimostrare un miglioramento della situazione dell’INPGI, allora il Governo dovrebbe ampliare la platea degli iscritti con uno o più regolamenti.

Quel che ci interessa è quindi la scadenza di febbraio 2021, quando presumibilmente, la situazione INPGI risulterà la stessa e l’ipotesi dell’allargamento della base contributiva ritornerà di attualità. E qui rientreremmo in ballo noi comunicatori, anche se non citati espressamente dall’emendamento.

I numeri e le cifre. A seconda del momento i comunicatori utili all’INPGI sono 13 mila che diventano 17 mila, a volte 20 mila. Ma son numeri molto ipotetici. Per sanare le casse dell’INPGI1, ovvero quello dei dipendenti, occorrerebbero i contributi dei comunicatori dipendenti delle aziende, che sono assunti con i contratti i lavoro collettivi del settore merceologico di apparenza, gestiti da CGIL, CISL, UIL, Confcommercio, Confindustria e sindacati autonomi. Siamo in un ambito fortemente normato attraverso i CCNL. Come individuare quei dipendenti se non c’è un contratto specifico per gli addetti alla Comunicazione, funzione spesso accorpata al marketing che nulla ha a che fare con la produzione dei contenuti?

Così come è vero che noi comunicatori siamo “oggetto” di una contesa che non è la nostra, è altrettanto vero che una “deportazione contributiva” non potrà essere applicata tout court, senza alterare le normative vigenti in materia di contratti di lavoro, senza che il Governo si confronti con tutti gli altri protagonisti del mercato. Ed è per questo che FERPI, insieme agli altri stakeholder coinvolti nella “Crisi INPGI”, chiede con forza l’avvio di un Tavolo del Governo su questi temi, per gestire le dinamiche che riguardano l’evoluzione della professione e della previdenza, che deve rimanere nell’ambito dell’INPS.

La vicenda “Crisi INPGI” ci ha insegnato che dobbiamo continuare a lavorare per rafforzare la rappresentanza degli interessi dei comunicatori e sottolineare l’importanza del nostro ruolo per il Sistema Paese. È un percorso lungo, complesso e quindi non facile, che dobbiamo affrontare insieme alle altre associazioni del nostro mondo per valorizzare la nostra professione.

da https://www.ferpi.it/news/inpgi-e-decreto-crescita-la-verita-sul-salvataggio?fbclid=IwAR2pRqL-CpkCarUbKTnv5400qFp47r8oq1-FcWy_u7Q23bmqvb7TaL6Jed4

 

 

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