Palach e Bobby Sans. Sacrifici lontani anni luce dai nostri partiti “combattenti” per la libertà

La vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, al suo arrivo alla riunione della direzione nazionale del Partito Democratico. Roma, 21 settembre 2015. ANSA/ CLAUDIO PERI

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di LORENZO BUSI -Praga, Belfast e la fiaccola delle nostre libertà. Max Stirner sosteneva che l’uto-pia non costituisse l’irrealizzabile, bensì l’irrealizzato. Le giovani generazioni hanno spesso cercato di dar esito ai pro-pri tentativi in tal senso, rifacendosi a figure che che pur avendo un’esperienza di vita limitata negli anni, avessero già maturato convinzioni così radicate da esser rivendicate con la terribile arma del martirio. Due delle più note nella storia recente d’Europa son certamente quelle di Jàn Pàlach, e di Robert Sands.
Il primo caduto nel 1969 per rivendicare l’indipendenza del proprio Paese dalla tutela di Mosca, l’altro nel 1981 contro l’arida determinazione della baronessa Margaret Thatcher, che vedeva nell’Irlanda del nord-est e nelle Malvinas, minuti lembi di terra a cui il vecchio orgoglio britannico non avrebbe potuto mai rinunciare. Se l’isola verde ha sempre presentato delle caratteristiche di scontrosità interconfessionale molto cruda, secondo alcuni “lembo dei Balcani” nell’Europa occidentale, la Cecoslovacchia della guerra fredda rappresentava una delle realtà meno chiuse del blocco sovietico, forse per la sua funzione di luogo d’incontro per la discussione delle controversie internazio-nali che il Paese aveva saputo conquistarsi.

L’atto dimostrativo di Pàlach giunge dopo cinque mesi di occupazione sovietica, iniziata in seguito alla “Primavera di Praga” del gennaio del ’68, che aveva visto con le riforme di Aleksander Dubcek l’incrinatura di quella cortina di ferro che per decenni ha rappresentato un macabro simbolo di divisione intereuropea; principale obbiettivo della protesta universita-ria era in favore della libertà di stampa, intro-dotta dal Dubcek e repressa dall’occupante. I digiunatori dei Blocchi H, presso cui Sands era ufficiale comandante dei militanti dell’Ira, chiedono l’umanizzazione di una struttura carceraria che mirava a storpiare i detenuti politici nell’animo oltre che nel corpo, mediante cinque richieste più che ragionevoli.
La prima di queste verteva sulla possibilità di indossare abiti civili al posto delle uniformi comuni, il rifiuto di rinunciare alla propria personalità e farsi omologare al sistema britannico. Il paragone che durante lo sciopero della fame andava per la maggiore era fra la detenzione di Sands e quella di Nelson Mandela, non solo per gli storici legami di collaborazione fra i due movimenti di liberazione da questi rappre-sentati favorita dalla presenza di molti irlandesi nell’Anc, o per il fatto di essere stati classificati dalla Lady di Ferro rispettivamente come “criminale” e “terrorista”, ma per la somiglianza delle durissime condizioni di vita presso le carceri di Long Kesh e Robben Island. La morte di Pàlach veniva invece paragonata spesso a quella del suo concittadino arso sul rogo Jàn Hus, come ci ricorda Francesco Guccini in un suo famoso componimento. Entrambi i giovani vittime delle logiche di Yalta e della brama di potere degli stati, entrambi testimoni dell’Europa profonda e verace, quella delle cento bandie-re e della democrazia partecipativa, refrattaria agli imperialismi e alle tendenze autoritarie.

Soltanto la Jugoslavia, capofila dei paesi non allineati assieme all’India, biasima in modo esplicito la repressione dei moti di Praga, mentre i digiunatori dei Blocchi H vengono bollati come “capelloni” e “terroristi” dai media occidentali. Bisognerà attendere il 1990 per veder posta nella capitale cèca una targa commemorativa del sacrificio dello studente di filosofia, mentre alcuni anni fa la città di Teheran ha dedicato una via alla memoria del prigioniero irlandese. Del resto, se da una parte i paesi del Patto di Varsavia non si facevano come noto onore nel campo delle libertà, dall’altra Ronald Reagan, considerato l’alter ego della Thatcher, definiva i sanguinari Contras, responsabili della
morte di 50.000 nicaraguegni come “combattenti per la libertà” e “moralmente alla pari con i nostri padri fondatori”. In questo clima di “scontro fra civiltà” le rivendicazioni dei popoli finivano per venir sacrificate alle esigenze delle
diplomazie: i moti riformatori di Praga venivano bollati come eterodiretti dalla Cia, quelli di Belfast dal Kgb, secondo una schematizzazione meschina e irrealistica, derivata in genere da un mix fra cattiva fede e ingenuo complottismo. Ed
è così che Jàn Pàlach appicca sul suo corpo il fuoco in piazza San Venceslao a Praga il 16 gennaio 1969, dopo aver lasciato un comunicato nel suo zainetto abbandonato poco distante ove si leggeva: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo
della disperazione e della rassegnazione, abbia-mo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro grup-po è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana.

Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà».
La lettera manifesto era a firma: la Torcia Numero Uno. Come nel caso dei Blocchi H si tende a ricordare Sands più che non gli altri nove ragazzi morti al suo fianco, così fra Cèchia e Slovac-chia furono almeno altre sette le torce umane
dopo Pàlach, la cui agonia durerà tre giorni, non meno dolorosi dei sessantasei di sciopero della fame di Bobby. L’opzione dell’autocombustione è una modalità di lotta resa nota anche dai bonzi indocinesi nelle proteste per l’indipendenza, e
dai militanti armeni dell’Asala, per obbligare il mondo a ricordare il genocidio dimenticato. Quella di Sands è una scelta che come tutte le decisioni importanti nasce da un lungo percorso
di elaborazione; il giovane metalmeccanico infatti, nato nel quartiere a maggioranza lealista di Rathcole, soltanto con gli anni sviluppa un senso di repulsione per le condizioni in cui versava la gente cattolica, sottoposta a forme di
autentico apartheid, a cominciare dall’insegnamento scolastico fazioso e colonialista, fino alla predisposizione di un sistema elettorale che garantiva una spropositata rappresentanza alla popolazione protestante. Nei suoi diari annota:
«Mia madre mi raccontava le retate di prigionieri politici, gli assalti armati, i morti, o le incursio-ni all’alba, con l’avvento della televisione però, i racconti di mia madre furono sostituiti dalle immagini. Le mie idee si confusero: i cattivi
descritti da lei erano sempre i miei eroi televisivi: i soldati inglesi lottavano per la giustizia e i poliziotti erano invariabilmente bravi ragazzi. Da piccolo io mitizzai le loro gesta e li imitai nei miei giochi infantili. A scuola imparai la storia, ma era sempre storia inglese. Poi cominciai a chiedermi perché non insegnavano mai la storia
del mio Paese, l’Irlanda».
Anche Pàlach ha modo di giungere per gradi alle proprie conclusioni, e trascorre un periodo della propria vita in Unione sovietica per motivi di studio, conservando fin quasi alla fine un atteggiamento di simpatia per questo Paese, che
però viene a incrinarsi davanti alla soggezione cui la propria terra è sottoposta a causa dell’Armata rossa. I metodi repressivi dei soldati di Mosca in fatto di libertà d’espressione facevano il paio con quelli di Londra, se pensiamo alla
strage della “domenica di sangue” del 1972 contro i pacifici manifestanti nordirlandesi per i diritti umani ad opera dei parà del capitano Michael Jackson (poi divenuto – ricorsi della storia – comandante della forza d’occupazione
Nato nel Kosovo). Bobby Sands era sinceramente cattolico, come solo gli irlandesi san essere:come noto durante la prigionia l’unico cibo di cui si nutriva con gli altri digiunatori era la particola consacrata.

Una filosofia molto simile a quella dell’Irlanda più arcaica forgiata in una mitologia del martirio che da Cù Chulainn arriva a Cristo che porta gli hunger strikers allo sciopero della fame: nell’isola era infatti d’uso sedersi a digiunare davanti alla porta di casa di qualcuno da cui si riteneva di dover avere giustizia, fino alla morte. Qualcosa di simile a quanto fatto dal sindaco di Cork e fra i fondatori dell’Ira Terence McSweeney nel 1920, ma reso anche tristemente noto dalle analoghe proteste degli ultimi anni ad opera delle militanti e dei militanti kurdi detenuti da Ankara in pietose condizioni. Sarebbe però sbagliato e meschino farne, come talvolta è avvenuto in certi settori estremisti e bigotti, una sorta di “kamikaze” al servizio di una causa confessionale. Il sentire religioso di Sands era tanto profondo quanto caritatevole e filantropo, mai strumentalizzato dai suoi a fini politici o peggio in odio alla componente protestante della nazione irlandese, consistente anche nel sud. Del resto il repubblicanesimo anti-britannico ha avuto fra i suoi membri moltissimi non cattolici, a cominciare da Theobald Wolfe Tone fino alla “brigata protestante” dell’Ira di Belfast, e unaben nota canzone feniana invita alla comune battaglia per l’Irlanda cattolici, protestanti, ebrei e presbiteriani: una prospettiva ben differente da quella del settario e segregazionista “orangismo”, che alle sue origini discriminava persino fra aderenti alle diverse confessioni riformate.

Dunque Sands combatteva per l’emancipazione della popolazione nordirlandese nel suo complesso, e per la pacificazione fra comunità diver-se, così come Pàlach mirava a stabilire un equilibrio di parità nei rapporti fra il suo popolo e Mosca, non ad uno scontro etnico o religioso. Del resto un uomo che contribuirà all’autodeterminazione di Croazia e Timor Est di nome Karol Wojtyla invia un crocefisso d’oro a Bobby Sands creando non poche tensioni fra corona e Santa Sede; in questo periodo si diffonde la versione repubblicana della Teologia della Liberazione, in gaelico “Meitheal”, e religiosi cattolici di diverse tendenze sono alla guida dei cortei per i diritti civili e delle battaglie per una
carcerazione più umana, a cominciare dall’arcivescovo Tomàs O’Fiaich.

Sands testimonia come una fede davvero radi-cata nei cuori non abbia bisogno di alimentarsi sull’intolleranza, e come l’autentico identitarismo autonomista non possa che essere radical-mente anti-razzista e promotore della collaborazione fra  le nazioni negate dei più diversi continenti. Il tricolore isolano lanciato nel 1848 dalla “Giovane Irlanda” nasce non a caso per rappresentare la fratellanza (banda bianca) degli autoctoni di religione cattolica (verde) con gli eredi dei coloni riformati prove-nienti da Scozia meridionale e Inghilterra (arancione). A questa bandiera sarà ispirata quella del movimento ghandiano e poi adottata dall’Unione indiana, che mirava a scongiurare simbolicamente la divisione fra indipendentisti fedeli dell’Islam (legati al verde) e dell’Induismo (all’arancio). In particolar modo per l’area identitaria-autonomista Bobby Sands è un punto di riferi-mento, sia per la sua ostinazione a spendere le ore di sofferta prigione nello studio del gaelico, lingua autoctona soppiantata dall’inglese e mai recuperata nell’uso quotidiano, sia per la vici-nanza del movimento repubblicano alle cause di altri popoli oppressi, come possono testimo-niare ancora oggi i murales di Belfast in cui la lotta del Sinn Féin è paragonata a quella dell’Anc e di Batasuna.

da il settimanale Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo

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One Comment

  1. Colono Padano says:

    Non voglio risultare pedante, ma non sono d’accordo sulla scelta delle fotografie : andavano pubblicate solo quelle dei politici leghisti – e poi perché manca la foto di Salvini? Dovrebbe essere la prima della sequenza! – che si sono sempre riempiti le boccacce con l’esempio dell’immenso Bobby Sands (come di quello di Gandhi), insultandone, tra l’altro, la memoria con il loro comportamento e le loro azioni concreta da perfidi collaborazionisti dell’occupante italiano. Tutti gli altri sono storicamente i colonizzatori, non si sono mai spacciati per patrioti padani come i cialtroni di via Bellerio.
    Scusate, ma non capisco, sará che ho dormito poco e male come al solito.

    Padania Libera.

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