Pagliarini: così truccano i bilanci. E Battiato cantava…”Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni”

paglia 2004di GIANCARLO PAGLIARINI* – Da giovane – ormai è passato tantissimo tempo – per 9 anni sono stato il vice presidente dell’Aiaf, l’Associazione italiana degli analisti finanziari. In quegli anni ho visto tanti di quei “crimini contabili” che non ne avete l’idea. Dai costi contabilizzati in deduzione del patrimonio netto iniziale acrobazia contabile nella quale dopo tante società quotate a New York si era “esibita” anche l’ultima Ferruzzi, al “furbissimo”
modo con cui la Olivetti di De Benedetti negli anni Ottanta contabilizzava le differenze tra il prezzo pagato e il patrimonio netto contabile delle società comperate che entravano nell’area di consolidamento.

E tantissime altre “invenzioni” che avevamo codificato nel famoso principio contabile anglosassone dell’Omss. Si pronunciava “o em double es” e la sua traduzione in italiano era “osteria me sun sbaia”, da pronunciare sempre dandosi una pacca sulla fronte con la mano destra. Ricordo anche che quei crimini contabili erano quasi sempre benedetti da sindaci e revisori dei conti che spesso (a quei tempi, tanti anni fa) avevano più la natura di “alibi” per i
Consigli di amministrazione che di “tutela” dei risparmiatori e del mercato.

 

 

Malgrado quella bella ed utile scuola, devo confessare che quando ho avuto a che fare per la prima volta nella mia vita con la contabilità dello Stato italiano mi ero trovato in difficoltà perché non riuscivo a capire cosa erano le “spese sotto la linea”, tra le quali c’erano perdite di cambio per cifre significative e cose del genere. Avevo un dubbio, ma mi dicevo che no, non è possibile… lo Stato italiano non può fare cose del genere. Alla prima occasione lo chiesi ad Andrea Monorchio, uno dei più simpatici “ragionieri generali” che lo Stato italiano abbia mai avuto. La sua spiegazione confermò i miei dubbi e fu di una chiarezza ed onestà esemplari: «Si chiamano “spese sotto la linea” perché sono “sotto la linea di visibilità”: così non si vedono». Un mito, un vero mito!

 

Una cosa del genere l’ho trovata nella legge Finanziaria che stiamo discutendo in questi giorni. Vediamo. Articolo 35, intitolato “demanio e patrimonio pubblico”. Comma 19, intitolato “Vendita di tratti della rete stradale nazionale”. Siamo nel settore della legge Finanziaria dove ci sono le “disposizioni in materia di entrata”: cioè dove ci sono gli articoli finalizzati a fare entrare altri quattrini nelle casse dello Stato.
La sostanza dell’operazione è questa: – Lo Stato ha bisogno di quattrini. Potrebbe emettere titoli di debito pubblico o comunque farsi prestare degli euro da qualche banca, ma così aumenterebbero i suoi debiti, e questo comporterebbe dei problemi con i parametri del trattato di Maastricht perché dobbiamo dimostrare all’Ue che il rapporto tra i debiti accumulati e il Pil tende senza interruzioni verso il 60%, che è il massimo previsto dal trattato di Maastricht. Per la cronaca siamo sul 106%, un po’ meno del doppio.

 

Così, tra le tante “una tantum”, si è trovata anche questa brillante soluzione (non scherzo, come vedrete è brillante davvero): lo Stato “vende” a se stesso dei
tratti della rete stradale nazionale. Ho scritto che “vende a se stesso” perché la legge prevede che la vendita sia fatta “a società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato”.

Il testo della legge per il momento non chiarisce se la “vendita” avverrà attraverso lo strumento della concessione per un certo numero di anni o se consisterà invece in un vero e proprio definitivo trasferimento di proprietà. Personalmente ritengo che alla fine ci saranno contratti di concessione per 40 anni. Questa è l’ipotesi che si può leggere nella relazione tecnica alla legge Finanziaria.

 

La società controllata dallo Stato che “compera” le strade troverà i soldi indebitandosi con le banche oppure emettendo delle obbligazioni e darà questi soldi allo Stato. Nel bilancio dello Stato questi soldi non entreranno come debito ma, questo è il punto importante, entreranno
come corrispettivo di una vendita. La società controllata dallo Stato che compera le strade è “al di fuori del perimetro della Pubblica Amministrazione” (fonte: sito del ministero dell’Economia del 5 ottobre). Ai fini del trattato di Maastricht nel bilancio della Repubblica italiana dunque entrano dei soldi senza che si accenda nessun nuovo debito. Miracolo.

 

In realtà a mio parere i debiti ci sono eccome. Successivamente, per 40 anni, lo Stato “riverserà quindi al soggetto terzo una certa quota percentuale necessaria a coprire la remunerazione del capitale” (fonte: audizione del ministro Siniscalco in commissione bilancio a Montecitorio mercoledì 6 ottobre).

In pratica avete capito che la sostanza è questa: una società controllata dallo Stato i indebita, dà quei soldi allo Stato, che glieli restituisce, prendendoli dalle tasse, in quarant’anni. Più gli interessi. Più i soldi per fare le manutenzioni. Per gli automobilisti non cambierà assolutamente niente. Ma per i nostri figli sì, perché questa operazione determina oneri per i bilanci futuri.
A questo punto si possono fare tre considerazioni.

 

Prima: l’operazione, tutto sommato, non è poi così grave: nel senso che negli anni abbiamo visto molto di peggio. Basta pensare che tra i debiti degli Stati
membri dell’Ue non figurano i valori attuali dei debiti pensionistici già maturati. Certamente non è il massimo della trasparenza. La stessa identica operazione si potrebbe fare con il Quirinale, con il Colosseo, col Monte Bianco e con una infinità di altri beni. Infatti lo Stato potrà sempre vendere a se stesso questi beni, incassando subito dei soldi che rimborserà negli anni successivi pagando l’affitto per l’uso che il presidente Ciampi e i suoi successori faranno del Quirinale, rinunciando a incassare il biglietto che pagheranno i visitatori del Colosseo, o pagando per il passaggio sul Monte Bianco di alpinisti e sciatori. Il problema, molto serio, però è: “di questo passo dove andremo a finire?”.

Secondo: in questo modo si incassano dei soldi oggi e si rinviano dei costi, che senza questa operazione lo Stato non sosterrebbe, agli anni futuri. Oppure si rinuncia ad incassi futuri. Per questo sarebbe importante che l’utilizzo dei soldi che incassiamo oggi sia vincolato per fare degli investimenti. Perché
in questo modo i nostri figli dovranno restituire quei soldi ma se non altro si troveranno delle nuove strade, o degli ospedali, o delle scuole costruite con
quei quattrini. Almeno questa volta la partita tra i nostri egoismi e le generazioni future finirebbe in parità. Uno a uno e palla al centro. Se invece quei
soldi saranno usati, che so, per coprire le perdite dell’Alitalia o per pagare stipendi o pensioni ci sarebbe, una volta di più, una grave mancanza di
equità economica verso le generazioni future.

 

Terzo: con il “codice dei beni culturali e del paesaggio” il ministro Urbani ha cominciato a mettere un po’ di ordine in un demanio da Unione
Sovietica e a coinvolgere sempre di più i privati nella gestione dei musei. Paolo Vagheggi su Repubblica del 29 aprile ha domandato al ministro Urbani: «Ma gli Uffizi o il Colosseo potranno essere affidati in gestione ai privati?». Risposta: «Potrebbero essere affidati, ma non lo credo prossimo, alle nuove fondazioni di gestione». Il bravo sottosegretario Daniele Molgora ha “osato” dire, riferendosi al Colosseo e in generale ai beni culturali che «…pensare di darli in concessione ai privati, sotto il controllo della Soprintendenza, significherebbe prevedere introiti per il Paese». (Corriere della Sera dell’ 11 ottobre).

Con questa ragionevole proposta Molgora non ha fatto altro che recepire l’articolo 115 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che prevede la possibilità di affidarli in concessione.. Ma guardate le reazioni del sindaco di Roma e di altri a questa considerazione: gli hanno detto che vaneggia, che bisognerebbe mettergli la museruola, che offende la capitale e tutto il Paese, e che il pensiero leghista dovrebbe essere espatriato. Più o meno lo stesso trattamento era stato riservato al sottoscritto quando ho cercato di spiegare la sostanza dell’operazione di vendita di tratti della rete stradale nazionale.

La verità è che la situazione del Paese è grave. Non mi riferisco solo alla contabilità, al debito pubblico e alla produzione industriale. Mi riferisco alla cultura, alle ideologie, alla incapacità di ascoltare le ragioni degli altri. E soprattutto alle prospettive per i giovani. E temo che sarà sempre peggio. C’è troppo egoismo, troppe energie non creative finalizzate alla tutela di privilegi, quasi fossero “diritti acquisiti”. Troppa paura del futuro e dei cambiamenti.

Troppa gente incapace di recepire nuovi schemi, di vivere la “modernità liquida” rispettando tutto e la libertà di tutti. Troppo distacco tra la politica e la
gente. E troppe persone che incarnano perfettamente quello che Franco Battiato dice nella sua sempre più attuale “Povera Patria”: «Tra i governanti,
quanti perfetti e inutili buffoni».

(Da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)*

Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, Arnaldo Ferrari Nasi, Piero La Porta e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi. A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.

 

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3 Commenti

  1. luigi bandiera says:

    Cantare, parlare e scrivere (per via dell’art.21) non ci risolve la questione. Rimaniamo sottomessi tout court.
    Quelli del vero potere ci lasciano fare tutto quel che l’art.21 ci dice di fare… salvo non esporre la bandiera dei veneti sul campanil de San Marco a Venexia.
    Voglio dire, se facciamo gli italiani siamo liberi, altrimenti, per esempio fare i veneti (repetita juvant), si finisce in galera. Diritti umani permettendo o IGNORATI..?
    Il diritto romano detta la base giurisprudenziale italiana per cui: la legge si applica contro il nemico (i veneti per esempio) e si ignora per l’amico (quello che ha sempre il tricolore in testa: mafia docet).
    Dirlo e scriverlo e cantarlo, ripetendomi, ci fa sentire liberi e orgogliosi di appartenere ad uno stato che ci lascia “liberi” di cantare: come un canarino i gabbia..!
    Pensa, caro Paglia, che se apri la porticina della gabbia dove e’ in galera il canarino, lui, il cantante o cinguettatore, non se ne accorge e quindi non SCAPPA..! E’ tutto inutile dirgli o suggerirgli: SCAPPA..!
    Non ne sente il bisogno perche’ in GALERA (gabbia) ha tutto l’occorente per vivere. Ha per fino l’altalena.
    Parco giochi insomma… di che si deve lamentare..?
    Delle tasse enormi..??
    Ingrato: non vedi i servizi che hai a tua disposizione..?
    Pensa quanti MANTENUTI lo stato mantiene (e che paghe…) per darti i servizi che sai..?
    Chi si lamenta deve essere proprio un fuori di testa: vero..??
    Buon Natale e Buone Feste.
    Viva la GABBIA… (non del Paragone) una e indivisibile, per il vero potere.

  2. Giancarlo says:

    Caro Paglarini questi non sono gli unici motivi per i quali noi Veneti ce ne vogliamo andare dall’italia e costruirci un futuro migliore, sì perché non potrà che essere migliore.
    Lo sappiamo che l’italia è grave, anzi gravissima, perché la politica è quella che ha affossato questo paese e adesso dopo il disastro vorrebbe farci capire che tutto cambierà e tutto andrà per il meglio.
    Inutile…….noi abbiamo già capito e non ci faremo abbindolare un’altra volta. Basta è finita.
    Non ci crediamo più questo paese di ladri e mafiosi, noi vogliamo la libertà e basta.
    WSM

  3. gl lombardi-cerri says:

    Caro Paglia,

    Caro Paglia, di questi articoli che chiariscano alla gente le truffe sistematiche cui siamo sottoposti, dovresti scriverne uno alla settimana.
    Il lato gravissimo è dato dal fatto che le regole per redigere i bilanci pubblici, sono fatte e corrette dai burocrati a loro uso e consumo e , quelle poche volte che è necessario fissarle con una Legge sgonfiano a balle i parlamentari ( i quali per la maggior parte non sanno leggere neanche la lista della spesa) in modo da poter sempre dire “le regole le ha date il poppolo”!

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