Paesi Baschi, un nuovo percorso tra pace ed indipendenza

di GIANNI SARTORI

Tra le manifestazioni, sia di ambito nazionale che internazionale, che hanno caratterizzato i nuovi scenari politici nei Paesi Baschi, quella di Bilbao del gennaio 2013 (e di cui si parlava nell’intervista con il portavoce di Herrira) è stata sicuramente tra le più significative, ma non certo l’unica. Appare evidente come sia largamente diffusa la volontà di proseguire nel processo di soluzione politica del conflitto al fine di costruire “una pace giusta e duratura, basata sul rispetto della libera volontà dei cittadini di Euskal Herria”. Purtroppo, di fronte al grande impegno collettivo del popolo basco, si erge il sostanziale immobilismo (ma forse si dovrebbe parlare di involuzione) dei governi spagnolo e francese.

Nell’ottobre 2012, in coincidenza con l’anniversario della dichiarazione di Aiete, il Basque Friendship, costituito da europarlamentari attivi nella valorizzazione del processo di pace, aveva presentato una valutazione dell’ultimo anno trascorso sottolineando il valore storico della dichiarazione di Aiete e dando un giudizio positivo in merito all’attribuzione del Nobel per la Pace all’Unione europea. Un Nobel che, a giudizio di Basque Friendship, avrebbe dovuto anche “spingere la UE a contribuire alla soluzione del conflitto nel Paese Basco”. Nel novembre 2012, di fronte alla mancanza di proposte governative e al blocco del dialogo, Jonathan Powell, uno dei promotori della dichiarazione di Aiete, annunciava la creazione di una commissione incaricata di vigilare sull’effettiva applicazione delle indicazioni e raccomandazioni contenute nella dichiarazione di Aiete.

Nel dicembre 2012 Bake Bidean aveva organizzato a Baiona (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese) un Forum per la Pace con l’obiettivo di far conoscere i principi di Aiete nel nord del Paese Basco e coinvolgere settori più ampi della popolazione basca. All’iniziativa avevano preso parte sia rappresentanti della società civile di Ipar E.H. che personalità internazionali con esperienza di soluzione politica dei conflitti.

Nel marzo 2013 a Bilbao e Irunea (Pamplona) con il Forum sociale organizzato da Lokarri e Bake Bidea, si individuava una road map per superare la fase di stallo con proposte concrete, in particolare su alcuni punti critici: il disarmo, la smilitarizzazione, la “reintegrazione” dei prigionieri e degli esuli, le garanzie in materia di Diritti Umani, la riconciliazione e la memoria. Esperti in soluzione politica dei conflitti (Sud Africa, Irlanda, Perù…) avevano presentato le loro esperienze. A conclusione del Forum, esperti e organizzatori presentavano un documento comune con 12 raccomandazioni per promuovere e risolvere positivamente il processo di pace. Per Sortu il documento rappresenta un “valido riferimento” e quindi intende “partecipare a ogni iniziativa per sviluppare tali raccomandazioni portando il nostro attivo contributo”. Tra le questioni ritenute determinanti (così come era stato per il Sudafrica e per l’Irlanda), ancora quella dei prigionieri politici. Un’ampia mobilitazione – con manifestazioni sia in Euskal Herria che in varie parti del mondo – ha reso possibile che il prigioniero Iosu Uribetxeberria, gravemente ammalato, venisse rimesso in libertà. Il governo spagnolo aveva tentato con ogni mezzo di non liberarlo, confermando che la politica adottata da Madrid (e di riflesso anche da Parigi) nei confronti dei prigionieri baschi rimane alquanto dura. Per la sinistra abertzale semplicemente “crudele”. Attualmente sono almeno una quindicina i prigionieri politici baschi tenuti in carcere nonostante siano gravemente ammalati e senza che vengano loro fornite cure adeguate.

Una politica quella madrilena che colpisce duramente anche i familiari, costretti a percorrere migliaia di chilometri ogni fine settimana per le visite. E contro questi metodi disumani la società basca è scesa ripetutamente in strada anche nel 2013. Per dire “Basta alla politica di dispersione” e per rivendicare apertamente che “i prigionieri devono essere parte della soluzione del conflitto”. Sulla richiesta che i prigionieri possano essere riuniti e portati nel Paese Basco la mobilitazione è stata continua: ogni ultimo venerdì del mese centinaia di cittadini baschi si radunano nei paesi e nei quartieri chiedendo il ritorno a casa di prigionieri e rifugiati.

Come ogni anno in gennaio, anche nel 2013 si è tenuta a Bilbao una grande manifestazione a favore dei prigionieri. Vi hanno preso parte oltre centomila manifestanti con lo slogan “Diritti Umani, soluzione, pace. Prigionieri baschi in Euskal Herria”. Sempre a sostegno dei prigionieri baschi, in marzo numerose personalità hanno presentato un manifesto (“En el Camino de la paz respetad los derechos de las personas presas”) chiedendo ai governi di Madrid e Parigi di compiere un passo avanti sulla questione carceraria. Il Collettivo dei prigionieri politici baschi (EPPK) è intervenuto anche recentemente per ribadire il proprio coinvolgimento nella nuova fase politica sia con comunicati che con interviste. Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il Collettivo degli esiliati politici baschi nel corso di un’iniziativa che si svolgeva a Biarritz (Ipar E.H.).

Euskadi Ta Askatasuna (sono ormai trascorsi quasi due anni dalla dichiarazione di fine dell’attività armata) ha confermato la sua volontà di contribuire alla soluzione definitiva delle conseguenze del conflitto. Già un anno fa, con il comunicato del settembre 2012 in occasione del Gudari Eguna (“Giorno del soldato basco” in memoria di Txiki e Otaegi fucilati da Franco nel 1975) ETA esprimeva il suo “coinvolgimento totale con il processo di liberazione e con la possibilità di soluzione politica”. Successivamente aveva inviato ai governi spagnolo e francese una “agenda di dialogo” incentrata sulle conseguenze del conflitto: prigionieri e rifugiati, disarmo, smilitarizzazione.

Oltre che di resistenza pacifica e disobbedienza civile, i recenti episodi denominati herri haresia (muro popolare) di Donostia (San Sebastian) e Ondorroa, hanno rappresentato un esempio di grande capacità di mobilitazione e di solidarietà. Con il “muro popolare” centinaia di manifestanti avevano cercato di impedire l’arresto di cittadini baschi impegnati politicamente. Una ferma, dignitosa risposta alla criminalizzazione dei movimenti.

In questi mesi, nonostante le immaginabili difficoltà giuridiche e politiche, si è anche completata la costituzione di Sortu come partito legale degli indipendentisti di sinistra. Al processo costituente hanno partecipato migliaia di cittadini baschi con centinaia di assemblee popolari in ogni angolo di Euskal Herria. I militanti di base hanno potuto discutere e decidere la linea politica e le basi ideologiche della formazione abertzale. Dibattiti molto partecipati, intensi, le cui conclusioni venivano poi presentate nel Congresso costituente in febbraio. Al momento Sortu rappresenta un interlocutore obbligato per la maggioranza dei soggetti politicie  sociali baschi. Come ricordava un recente comunicato “Gli uomini e le donne che formano Sortu sono convinti che il nostro popolo merita un futuro migliore, un futuro in pace, una pace giusta che rispetti la memoria di tutti, in cui si conosca tutta la verità, tutto il dolore. Un contesto in cui basche e baschi possiamo decidere liberamente il nostro futuro senza alcuna ingerenza”. Alla nuova formazione politica basca sono giunti numerosi riconoscimenti internazionali e l’invito a partecipare a congressi di partiti politici in varie parti del mondo.

Resta intanto operativo l’armamentario giuridico e repressivo di Madrid, anche a costo di sabotare il processo di costruzione di una pace giusta. nelle ultime settimane è giunta notizia di 2 processi contro, complessivamente, un’ottantina di cittadini baschi. Nel processo conosciuto come Sumario 35/02 (o anche delle Herriko tabernas, i locali sociali della izquierda aberzale) e avviato una decina di anni fa, verranno giudicati 40 militanti tra cui ex parlamentari e dirigenti politici. Nel secondo processo saranno sottoposti a giudizio 40 giovani accusati di appartenenza all’organizzazione Segi.

Per il futuro immediato, in ottobre (10 e 11) è prevista a Donostia, nel Palazzo di Aiete, una Conferenza internazionale di sindaci e rappresentanti municipali: “Construyendo la Paz desde el ambito local” per sottolineare l’importanza delle realtà locali nei processi di soluzione politica dei conflitti. La Conferenza era stata annunciata e presentata a Hirosima al Congresso di “Mayors for peace” e sarà aperta a tutti i sindaci e amministratori locali che si sono impegnati in processi di soluzione dei conflitti politici.

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One Comment

  1. Gianni Sartori says:

    ELEZIONI PROVINCIALI A BOZEN E CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA:
    NE PARLIAMO CON CON EVA KLOTZ
    (Gianni Sartori, novembre 2013)

    D.Una tua valutazione sulla situazione dei partiti che si richiamano all’identità tirolese dopo le recenti elezioni provinciali di fine ottobre…
    R. Ritengo alquanto significativo che per la prima volta la Sudtiroler Volkspartei si sia fermata al 17% e abbia così dovuto rinunciare alla maggioranza assoluta. Finora non era mai scesa al di sotto dell’indispensabile 18% e ora dovranno ripensarci, valutare le ragioni di questa batosta che mette in crisi la loro credibilità politica. Sicuramente non hanno giovato alla SVP gli scandali in cui sono stati coinvolti alcuni esponenti del partito, scandali che hanno portato alla condanna di un ex membro della Giunta provinciale e di altri funzionari che in Provincia gestiva l’energia elettrica. Tutti i membri SVP della Giunta hanno perso voti e sono convinta che se anche Duruwalder si ricandidava ne avrebbero persi ancora di più. Come capolista hanno presentato Arno Kompatscher, un volto giovane che dovrebbe esprimere un altro stile rispetto alla vecchia nomenklatura.
    Per quanto riguarda i Die Freiheitlichen, hanno raggiunto il 17% passando da 5 a 6 consiglieri.
    Noi, Sued-Tiroler Freiheit, siamo passati da 2 a 3 eletti. Bernhard Zimmerkofer è un collega della Ahrntal (Valle Aurina), molto radicato, molto tirolese. Nel complesso è andata bene per i patrioti e per tutti quelli che lavorano per la libertà e per l’autodeterminazione.

    D. E per quanto riguarda il referendum autogestito?
    R. Al momento il referendum autogestito è ancora in svolgimento. La conclusione è prevista per il 30 novembre, i risultati entro dicembre. Si può votare in quattro modi: con internet, con sms, per posta o direttamente nei banchetti che organizziamo nei centri abitati.
    Tutti gli aventi diritto al voto per il consiglio provinciale hanno ricevuto una lettera in tedesco, ladino e italiano (complessivamente ne sono state inviate 400mila), un codice personale e busta bianca con scheda per rispondere Si o No in merito all’autodeterminazione per i sud-tirolesi. Con la risposta viene restituito anche il tagliando con il codice personale in modo che quelli che esaminano possano controllare se la persona aveva già espresso il suo parere in altro modo. Allo spoglio saranno presenti osservatori e giornalisti così che non si possa parlare di brogli. Per chi non ha ancora votato, saremo in piazza nuovamente il 23 novembre.
    Abbiamo voluto farlo in periodo di elezioni per promuover l’idea dell’autodeterminazione e affinché gli altri partiti prendessero posizione. La SVP ha già dichiarato che intende rimanere con l’Italia, mentre Die Freiheitlichen sono a favore di uno stato tirolese indipendente. Noi invece diciamo che non può decidere un solo partito, ma ogni abitante del Sud Tirolo. E’ un principio democratico fondamentale. In prospettiva, resta valido il ricongiungimento all’Austria dato che la legittimità delle nostre rivendicazioni deriva direttamente dalla forzata separazione come conseguenza della Prima Guerra Mondiale.

    D.A proposito di Guerra Mondiale. In Italia si vanno preparando i “festeggiamenti” per il primo centenario del grande macello patriottico. Un tuo commento in proposito…
    R. All’epoca tutti i maschi tirolesi tra i 18 e i 48 anni vennero arruolati nonostante gli Schutzen fossero una milizia di difesa territoriale. Così il fior fiore della nostra gioventù venne inviato a combattere in Galizia, sul fronte orientale. Nel 1915, con l’imprevista entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria, a difendere il territorio tirolese rimanevano soltanto i giovanissimi (letztes aufgebot, l’ultima leva) e gli anziani. Nessun militare italiano aveva comunque messo piede in Tirolo fino alla fine del conflitto, quando il confine era ancora sotto il lago di Garda. Per l’Austria l’armistizio cominciava il 3 novembre, ma l’Italia proseguì la guerra per altre 36 ore facendo 300mila prigionieri che avevano già deposto le armi. Questi fatti e la successiva divisione del Tirolo rappresentano il centro delle nostre celebrazioni. Naturalmente la tragedia complessiva della guerra con i suoi milioni di morti viene considerata con tutta l’attenzione e il rispetto che merita.
    D. L’anno scorso, finalmente, è stata pubblicata l’edizione in lingua italiana del tuo libro (“Georg Klotz una vita per l’unità del Tirolo” Effekt!Buch, Egna). Emerge con chiarezza non solo la grande umanità e l’amore disinteressato di tuo padre per la libertà e il diritto dei popoli, ma anche il clima da “guerra sporca” (torture, squadre della morte…) che negli anni sessanta prefigurava la futura “strategia della tensione” e le stragi di stato (Piazza Fontana, Brescia, Italicus…). E’ probabile che anche il Sud-Tirolo (come l’Irlanda del Nord e il Paese Basco) sia stato un “laboratorio repressivo” di sperimentazione politico-militare nei confronti di una comunità non omologata. Non sarebbero mancate infiltrazioni e strumentalizzazione da parte dei servizi segreti come aveva documentato Gianni Flamini (“Brennero Connection. Alle radici del terrorismo italiano” Editori Riuniti, 2003). Pensi che tuo padre ne fosse consapevole?
    R. Dopo i tragici avvenimenti della notte tra il 6 e il 7 settembre 1964, quando Luis Amplatz venne assassinato dall’infiltrato e rinnegato Christian Kerbler, mio padre si era reso conto di “essere ormai circondato”. Era sicuramente “consapevole della presenza di spie”, ma non avrebbe mai pensato che vi potesse “essere un traditore su tre persone riunite”. Mio padre morì nel gennaio 1976 e nel dicembre dello stesso anno Kerbler venne arrestato in Gran Bretagna. Chissà, forse dopo la morte di Georg si era “rilassato”, aveva abbassato la guardia. Nonostante la formale richiesta di Londra, sia l’Italia che l’Austria non ne chiesero l’estradizione e alla fine Kerbler venne rilasciato facendo perdere definitivamente le tracce. Evidentemente nessuno voleva un processo da cui potevano emergere aspetti non chiari dell’operazione del settembre 1964.* Quindi, pur non conoscendo tutti i retroscena, possiamo intuire quale sia stato il ruolo dei servizi segreti. Nel caso di mio padre, non escludo accordi intercorsi per eliminare una figura ormai “scomoda” sia per Roma che per Vienna.
    D. In questo colgo un’analogia con Ernesto Guevara (penso alla foto del “Che” esposta nel tuo ufficio a Bozen) che alla fine venne abbandonato e sacrificato in quanto “scomodo”, oltre che per Washington, anche per Mosca. Tornando al Tirolo, qualche ombra sembra gravare anche sulla figura di Fritz Peter Molden che in precedenza aveva appoggiato la lotta di tuo padre. Se non ricordo male, Molden era stato un agente dei servizi segreti americani durante la guerra e poi il marito di Eleanore Dulles, sorella di John Foster Dulles, segretario di Stato statunitense e di Allen Dulles, direttore della CIA. Stando a quanto riporta Gianni Flamini, in un’intervista del 1991 Molden riconosceva di aver preso parte all’organizzazione di “stay-behinds nets” (l’equivalente della Gladio italiana) e che l’organizzazione clandestina sapeva in anticipo degli attentati.
    R. Fritz Molden, oltre che editore, è stato un grande giornalista. Potremmo definirlo l’Indro Montanelli austriaco. Ancora negli anni sessanta, a spese proprie, aveva realizzato un’indagine con l’Allensbacher Institut da dove emergeva che la maggioranza dei sud-tirolesi (l’82%) auspicava un futuro separato dall’Italia. E ben il 26% era favorevole anche alla resistenza armata. Per molti anni Molden aveva finanziato la resistenza tirolese per poi ritirarsi dall’impegno quando erano emerse divergenze e posizioni contrastanti. Una parte del movimento voleva limitarsi ad azioni propagandistiche, le “notti dei fuochi”, di valore simbolico. Un’altra componente, tra cui mio padre e una parte del BAS (Benfreiung Auschus Sudtirol, Comitato per la liberazione del Sudtirolo), avrebbe voluto andare fino in fondo, altrimenti, sostenevano “era meglio neanche cominciare”.
    A questo punto Molden si era ritirato convinto che “se le cose andranno così vi faranno fuori…”. Personalmente ho sempre pensato che in qualche modo si sentisse in colpa nei confronti di mio padre…**
    Gianni Sartori

    * Non poche le ombre sull’operazione che portò all’uccisione di Amplatz e al ferimento di Klotz. Stando al diario del generale Manes pubblicato nel 1991 “la pistola usata per uccidere Amplatz era del maresciallo della compagnia di Bressanone” e secondo il senatore Boato “Kerbler fu fatto fuggire all’estero dai carabinieri”.

    **Tra gli episodi (ricordati anche da Gianni Flamini) a conferma dell’intervento dei servizi segreti, le attività di alcuni fascisti italiani (tra cui Sergio Tazio Poltronieri, legato al SIFAR) che compirono attentati in Austria. Recentemente è uscito un libro su Cima Vallona, basato su ricerche di archivio, in cui si sostiene l’innocenza delle persone giudicate e condannate all’ergastolo (ma rifugiate in Austria senza che l’Italia ne abbia mai chiesto l’estradizione). All’epoca la polizia italiana impedì a quella austriaca di compiere il minimo sopralluogo sul luogo dell’attentato (nel territorio di San Nicolò Comelico) costato la vita a un carabiniere, un alpino e due paracadutisti. Anche la proposta austriaca di istituire una commissione mista di indagine venne rifiutata. Secondo Corrado Galimberti, uno degli imputati, Peter Kienesberger “era sul libro paga dei servizi segreti italiani”. Inoltre, in base alla documentazione dell’avvocato Peppino Zangrando, a una decina di chilometri dal luogo dell’attentato si celava un deposito Nasco della Gladio. Un altro preannuncio della “strategia della tensione”?
    Va comunque sottolineato che Georg Klotz si era sempre dichiarato contrario all’uccisione di persone.

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