Padania, così in terra come in cielo…

Fiume_Podi ANDREA ROGNONI – Prima ancora che in Terra la Padania esiste in cielo. Tra le costellazioni del cielo campeggia infatti quella
di Eridano, con una forma del fiume che viene composto, come in un gioco enigmistico, congiungendo i punti formati dalle varie stelle fisse, che non lascia dubbi. Come diceva lo stesso Erodoto quel fiume è il Po e il mito che lo riguarda, tratto dalla più complessa
mitologia della storia umana, quella greca, ben più ricca sicuramente di quella romana, parla della padanità, del suo destino e del suo ruolo giocato all’interno dell’Europa e del mondo. «Come in cielo, così in terra», affermava Marsilio Ficino nell’epoca d’oro del Rinascimento toscopadano. Guardate quindi anche al cielo per comprendere che cosa accadrà in terra. Non senza spunti profetici.
Il primo mito esterno alla padanità, parla di un figlio del Dio Sole, Elio, e della dea dell’Oceano, Climene. Costui si chiamava Fetonte, letteralmente il Radioso, e seppe guidare per tantissimo tempo il carro del padre che attraversava, giorno dopo giorno il cielo stesso dall’alba al tramonto, ma, arrivato davanti al segno dello Scorpione, che rappresenta tradizionalmente le velenose forze del male, si spaventò e lasciò andare definitivamente le briglie dei cavalli, che caddero in basso verso la Terra, infiammandola per il calore, mentre il
fumo saliva verso il cielo arrivando a formare la via Lattea. Le acque del fiume Eridano, il nostro grande Padre Po, spensero le fiamme, facendo andare tra l’altro i cavalli impazziti verso il mare. Le sorelle di Fetonte, caduto anch’egli nel Po, piansero tanto per la morte del fratello da far crescere, sulle rive del fiume, i semi degli alberi più diffusi in Padania, i pioppi.

Qualche tempo dopo giunsero in Padania gli Argonauti, che risalirono il Po dalla foce alle sorgenti, toccando così il punto più occidentale del loro viaggio alla ricerca del vello d’oro. Dalla saga astrale risalta sicuramente la funzione ignifuga e la proprietà cacofobica della Padania. La terra più fertile del mondo spegne con le sue acque, che fanno capo al Po, i progetti faraonici, globalizzanti e isterici di chi, partendo da madre Oceano, vuole infiammare il mondo con una condotta votata all’ omologazione sotto un unico Sole etnico e culturale.
Forte di un’economia idrica, ricca ma umida e femminea, cioè atta a scivolare in altre mani non senza spunti di generosità e passività, la Padania svolge nel contesto europeo e mondiale il ruolo di castigamatti, in nome della libertà di tutti i popoli.

 

Rimane, nel firmamento, il simbolo del fiume per eccellenza, che si oppone al mare, cioè dell’identità naturale e culturale nei confronti del reimpasto delle lingue e delle culture in un’unica onda oceanica. Così quella che qualcuno chiama valle perduta diventa il perenne catalizzatore di un mondo fatto di acque dolci e naturali, che scorrono nei rispettivi bacini a difesa delle singole e sacrosante forme di
vita e di civiltà. C’è come un disegno trascendente che chiama la padanità a svolgere, col suo potere ignifugo, un’azione anticonformistica nei riguardi di ogni tipo di superpotere, tendente a derogare dal suo lecito mandato. Il Po annega l’arrogante Fetonte e ne mostra il cadavere puteolente agli Argonauti ansiosi di trovare il tesoro. Da quel momento gli Argonauti invertiranno la rotta del loro viaggio perché hanno capito che più a ovest non possono trovare quel tesoro, da reperire invece dentro il loro cuore.

 

Del resto è nei pressi del Po che Fetonte aveva cominciato a sentire la morsa delle chele scorpioniche, le uniche in grado di frenarne la folle corsa genocida. L’archetipo scorpionico rappresentato da Roma stessa, l’altra faccia del Sole invictus. La Roma laica genera costantemente le energie infere, è il regno di Plutone simmetrico a quello dell’aereo e oceanico governo eliaco e fetontino. Dalle viscere della terra fa emergere quelle forze demoniche che contendono il mondo all’Oceano stesso: mentre l’anglosassone Fetonte propone un modello di iperattività (lavorare appunto dall’alba al tramonto, esprimersi in un’unica lingua semplificatrice, risolvere ogni problema attraverso soluzioni estreme come la tecnocrazia internettista e la clonazione) la mediterranea e scarabeica Roma oscilla dalle istanze sanguinarie dell’antichità a quelle abuliche cleptomaniche e burocratiche della sua modernità.

La Padania sta tra l’incudine e il martello ma sa che entrambi i contendenti non saranno mai in grado di fare il bene del genere umano. E
propone ai duellanti del palcoscenico mondiale i suoi valori e le sue tradizioni, partendo dalla riscoperta dei suoi Celti, popolo saggio
e colto, bistrattato da quella storia che ha esaltato le etnie e i personaggi che partendo dall’alto o dal basso hanno voluto reprimere o
annientare le sane abitudini degli abitanti del nostro pianeta. I miti celtici della Padania possono esser divisi in tre comparti: il primo
comprende le saghe di fondazione o insediamento nelle nostre terre, il secondo quei miti che sono stati importati dall’Oltralpe e infine il terzo le storie a sfondo cristiano che fanno capo ad Artù, al Graal e alle manifestazioni graaliche e templariche all’interno delle regioni
e delle nazioni padane.

 

Il secondo stock rappresenta secondo me un patrimonio importante, a dispetto di chi pensa che tutto ciò faccia parte di un armamentario allegorico ormai superato. Il calderone di Bran o la leggenda della testa mozzata rimangono delle alternative validissime alle mani bruciate di Scevola e al ratto delle Sabine, proprio per il fatto che sono spie della nostra mentalità atavica, sono sigilli che hanno contato per sempre nel nostro costume e nei nostri stili di vita. Le stesse istanze totemiche del protoceltismo, presenti peraltro anche nei miti fondativi (si pensi, come in parte già detto, all’esempio del cinghiale mediolanense), non vanno vissute come un ritorno all’idolatria ma come un’armatura simbolica, supportata dalla psicologia analitica, che aiuta a capire meglio le trame della nostra cultura, in alternativa alla forza ideogrammatica della lupa capitolina o del toro mediterraneo.

 

Ma in particolare ritengo consustanziale alla tradizione padana il contesto archetipico che ruota attorno all’alfabeto oghamico. C’è una
saggezza lignea, cioè un ruolo degli alberi nella formazione della cultura umana che parte dalle varie lettere dell’alfabeto celtico per
arrivare a difendere il senso e la funzione della figura e delle proprietà ideali e taumaturgiche di ogni elemento vegetale corrispondente a
ciascuna lettera, in alternativa sostanziosa al disprezzo per la vegetazione manifestata atavicamente dalla cultura mediterranea, italiota e
romana.
Naturalmente tra i vari alberi sacri del celtismo c’è anche il pioppo, sì il figlio delle Fetontidi che è tanto famigliare nelle nostre campagne. Il pioppo corrisponde alla combinazione vocalica “ea”, sigla corrispondente al termine ebhadh, che significa appunto pioppo in irlandese. Il glifo a base di figurazione arborea che presso gli antichi Celti simboleggiava il pioppo è costituito da due bastoni incrociati a forma di X. Nel linguaggio runico la X corrisponde alla lettera G, che esprime il concetto di dono e sacrificio. Ma X è anche croce cosmica e croce di Sant’Andrea, con valenza di energia sacrificale e trascendente. Visto come alfabeto arboreo la griglia interna del nostro sole delle Alpi è costituita dal glifo del pioppo, la X appunto e dal glifo dell’abete-pino (bastone orizzontale) il che corrisponde perfettamente alla prevalente composizione vegetale della Padania, il pioppo della pianura più la conifera dell’arco alpino e prealpino.

 

Quanto poi alla mitografia cristiana dobbiamo riconoscere il forte legame tra la complessa e affascinante teoria geostorica del Graal con il contesto padano. La Padania, come in altri casi, si propone Terra di Mezzo tra la plaga franco-britannica in cui è stata lanciata la saga graalica e le città di Roma e Gerusalemme che si propongono da sempre come civitas Dei. In particolare la parabola di ritorno della coppa del sangue di Gesù da Glanstonbury ove la portò Giuseppe d’Arimatea nel 60 dopo Cristo, alla città del Santo sepolcro, vede
la Padania protagonista per vari motivi. Innanzitutto è l’ultima terra celtica prima del Mediterraneo, in grado quindi di far incontrare l’allegoria arturiana, intrisa di filosofia boreale, con il mondo della Chiesa istituzionale, calato su un precedente patrimonio latino e orientale. Secondariamente la mitografia graalica ha trovato da noi delle reificazioni importantissime, che fanno capo alla Sindone di Torino, al Sacro Catino di Genova, i vasi ematici di Mantova, i cicli pittorici arturiani di Saluzzo, Modena, Alessandria, i cavalli di San
Marco a Venezia e via dicendo.

L’ampolla del Po degli ultimi anni vuole essere evidentemente un’ulteriore ritualizzazione del Graal, mentre tantissimi sono i simboli
e i simulacri che passano attraverso la storia, la geografia, l’agricoltura e l’urbanizzazione delle nostre terre, dal vinosangue del Monferrato all’isola Comacina come rifugio del Graal secondo un’altra leggenda, dal passaggio decisivo dei Re magi a Milano all’epopea cavalleresca dei Gonzaga, dalle cattedrali gotiche al culto del Sacro Cuore, traduzione corporale del sacro calice che tanta fortuna ha avuto in epoca moderna nelle città e nei santuari padani.

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