Padania. Anno zero, come la Germania del 1945. Dalle rovine, la ricostruzione della comunicazione?

di STEFANIA PIAZZOpadania1

La Padania chiude. Che sia un addio o un arrivederci non è questo il punto. Il 9 maggio del 1945 la Germania si trovò davanti ad un bivio. Risorgere o restare perdente. Auferstanden aus Ruinen. E così fu: risorti dalle rovine. L’inno della Ddr declamava:

“Risorti dalle rovine e rivolti al futuro, (…) Se ci uniamo fraternamente sconfiggeremo il nemico del popolo! (…).

Orsù, ariamo e costruiamo, imparate e create come mai prima e, fiduciosa nella propria forza, sorge una stirpe libera…”.

Il punto curioso, vorrei dire ai colleghi de la Padania, e a chi l’ha malamente dileggiata e disprezzata, a partire dai suoi principali azionisti, non prima di averla spremuta come inutile velina, pensando che le idee si contassero come i bulloni della fonderia, anziché farne un’avanguardia culturale,  è che le metriche dell’inno della Germania unificata,  Das Lied der Deutschen e di Auferstanden aus Ruinen sono (intenzionalmente) identiche.

Hanno una base comune, l’inno popolare austroungarico di Haydn,  e quindi possono essere cantate l’una sulla musica dell’altra. Capito? Questo non lo dicono in seconda serata in tv, non lo dicono gli slogan elettorali, non lo scrivono i twitter che rincorrono il quotidiano per fare tendenza, ma se si ha memoria di ciò che si è stati, e lo si può scrivere, si fa la differenza. …Auferstanden aus Ruinen….

Tu devi prendere il potere! Sapere, studiare, leggere, informarsi, confrontarsi, fa la differenza nel momento del sorpasso e anche nel momento della disgrazia. “Compagno leggi, compagno studia, compagno imbraccia un libro… Tu devi sapere, per comandare devi sapere. Tu devi prendere il potere!”, invocava Brecht parlando agli operai perché la base, il popolo, avesse consapevolezza che la cultura fa girare la ruota del potere. “Sapere”, appunto! …Auferstanden aus Ruinen

Oggi né più né meno la nostra gente ha fame di sapere e di anima, di speranza, non di primarie del centrosinistra o del centrodestra. La mercanzia che manca è la speranza ed è la cultura che l’alimenta, niente meno che attraverso la comunicazione, attraverso i giornali, sì, attraverso i giornali, non i comizi. Perché si sta perdendo  coscienza di vivere in una terra attratta dal Nord, verso il Nord, che ha come casa la Mitteleuropa, una storia di relazioni, di un’anima e di un’identità in gran parte sommersa ed espropriata dalla storia “artificiale” di uno Stato-Nazione. Che mancano, o sono troppo pochi e frammentari, sono proprio i luoghi dove raccontarla, dove dare cibo a questa memoria, a cui la politica preferisce ora la tattica…Auferstanden aus Ruinen…

Si ricostruisce, dalle rovine si ricostruisce. Da una matrice identitaria comune si può ricostruire.  Oggi, più che mai, quest’area di pensiero che ondeggia tra l’indipendentismo e il federalismo e lo scontro frontale contro il neocentralismo ben rappresentato da destra e da sinistra, perfettamente intercambiabili, in un paese senza opposizione nonostante un partito – in dissoluzione – col 25% in Parlamento, ebbene, in quest’area che aspira a grandi libertà i cittadini leggono facendo zapping sul web, trovando un frammentato – seppure nitido –  panorama della comunicazione di area autonomista, indipendentista, riformista. I mezzi non sono tanti ma neppure pochi e l’idea che deve farsi strada per non disperdere le energie è quella di unire le forze migliori, di chi sente di avere più energia per costruire, adesso, accanto alle proprie testate e alla propria identità giornalistica, una piattaforma comune di comunicazione libera, per dare più velocità a quest’area di pensiero. E’ un sogno? Serve solo un po’ di tempo, ma si può fare….Auferstanden aus Ruinen…

Non è tempo per i necrologi. Quando un giornale muore, si spegne la luce su tutto il suo patrimonio di umanità e professione (chi scrive vi ha sempre lavorato – dal primo giorno di vita – e prima ancora su Lombardia Autonomista – fino a dirigerne le sorti, per poi lasciare visto che  altri criteri ne dirigevano il percorso). Chi fa questo lavoro sa cosa significhi costruire un giornale, portarlo in stampa la sera, raccogliere le idee, difenderle dalle incursioni di un partito o della politica. A volte ciò che sopravvive di sè e della propria libertà di pensiero, dentro ad un quotidiano così voluto, è residuale. Ma poco è infinitamente più di nulla. Ora, dove non arrivano gli ideali, arrivano gli interessi. Ma sulle rovine lasciate dagli altri, si può ricostruire la comunicazione. La comunicazione, non i comunicati stampa. Perché la propaganda, come la Messa di Nanni Moretti, è finita.

Ma leggono, i politici? No, contano le foto

No, i politici leggono poco e male. Governano e hanno potere per investitura, non hanno bisogno di sapere altro. E la Padania, i politici che ne erano principali azionisti, erano i primi a non prenderla in considerazione. Sono stati i primi ad affossarla. A seconda dei consigli d’amministrazione che la controllavano si scatenavano simpatie o antipatie. Erano perlopiù affaccendati nel telefonare, ministri o segretari regionali, per dirti, incazzati neri e permalosi: “La mia foto è a pagina 5 e 7, quella dell’altro è in prima pagina e a pagina 3”. O, ancora, per chiederti: “Se lui per difendersi dal suo scandalo ha avuto il titolo d’apertura, a me devi dare altrettanto per difendermi dalle accuse sulle cose mie”. Indifendibili, magari. Insomma, più che un giornale, a volte si era alla conta delle figurine.

E che dire degli appuntamenti del “Qui Lega”? Passavano direttamente dal terzo piano nelle mani del capo della tipografia ed entravano in pagina senza alcuna possibilità di modifica giornalistica. Un dogma, con la beffa che in più ti accusavano di censurare apposta gli appuntamenti dell’avversario. Esemplare fu il periodo della scalata di Maroni alla segreteria. Col veto totale del datore di lavoro di dare notizia dei suoi comizi. Tanto, col cerino in mano restavano il direttore, la redazione.

Non si trattava con segretari di sezione, con bruscolini, ma con politici che, tutti insieme, dicevano di  fare le leggi di riforma della Costituzione, del fisco e che della comunicazione avevano questa visione: ad uso e consumo. Un vuoto spinto che riempiva di vuoto il giornale.

E se non usciva il comunicato del membro della Commissione più girovaga del Parlamento, le urla si sentivano sin sotto via Bellerio. Porco D…. Alla fine, c’era assuefazione. E si lasciavano gridare, poi passava. Toglievi una notizia e mettevi la marchetta. “Con tutti i soldi che il partito dà al giornale…”. E pubblicavi.

E che dire di uno dei primi amministratori del partito che, dopo aver letto il servizio sulla mancata copertura delle pensioni dei parlamentari, telefonò per annunciare: “Oggi io chiedo la sua testa al gruppo, in Senato!”. Mica male.

Memorabile la figuraccia che fece persino Salvini, comunicatore per eccellenza, davanti alla domanda di Gad Lerner, che non si faceva sfuggire nulla dei contenuti una volta tanto azzeccati dal quotidiano: “Ma lei l’ha letto l’articolo Risorgimento e Massoneria su la Padania?” Risposta: “No, non l’ho letto”. Poi Salvini cambiò discorso.

 

O un popolo libero o una massa di voti. Decidano 

Insomma, un giornale di partito è una delle alchimie più difficili da gestire. Sbaglia chi dice che non sentirà la mancanza de la Padania. Questo pensiero passa se si pensa a chi stacca l’assegno tutti i giorni per mantenere Il Corriere, Mediaset, La7, La Repubblica, Il Sole24 ore. Grandi padroni che alimentano la comunicazione e che hanno i soldi per dirigerla dove vogliono. Mentre tante cooperative giornalistiche e altre testate che alimentano il fronte di un’altra comunicazione, senza contributi si spengono. Non è questione di bravura, ma di denaro. Chi ne ha di più vince e prevale. Il fatto è che il pesce puzza dalla testa, sia che si apra sia che si chiuda. E i giornalisti ben poco possono fare per cambiare la volontà dei dei. Ne hanno mai forse avuto la possibilità?

Insomma,se i politici o gli editori, onesti, vogliono un popolo libero e consapevole, è indispensabile che si investa nella comunicazione. Se vogliono una massa di voti, allora va bene così.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

4 Comments

  1. Riccardo Pozzi says:

    Piazzo ha ragione da vendere; disgraziatamente i potenziali lettori del giornale sono affaccendati in drammatiche peripezie di sopravvivenza, ma non editoriale, alimentare.

  2. Andrea says:

    Leggiamo tutti questa Stefania, bravissima.

  3. Cesare Duranti says:

    Leggete l’indipendenzanuova !

  4. Ada Niap says:

    Con rammarico assisto alla chiusura di una voce (vocina) di dissenso dal pensiero unificato. Purtroppo tutta la storia del partito e dei suoi organi informativi (esistiti, esistenti, mai esistiti), inclusa la radio dimostra inequivocabilmente la veridicità dell’ ultima frase del direttore Piazzo:
    “Se vogliono una massa di voti, allora va bene così”
    Alla Lega non è MAI importato di fare comunicazione. MAI ! Persone, strumenti, occasioni e opportunità sono stati sprecati o sacrificati per ignoranza, miopia o deliberato calcolo elettorale. Nessuna vera “elite” intellettuale ha mai trovato spazio nel movimento, anzi. E bene lo sanno i vari Oneto, Percivaldi et similia.

    Questo perche politici ed editori “onesti” non campano a lungo, sono una spina nel fianco (culo) del sistema dato che il loro operato rischia di trasformare gli elettori in “un popolo libero e consapevole”, appunto. Quindi consapevole delle porcate che fanno e libero di mandarli a stendere alla prima occasione se non sono sempre e più che specchiatamente onesti. Il “popolo libero e consapevole” ricorda e vota di conseguenza. Il bue vota (se vota) quello che gli dice la tv ( o don ciccioformaggio).
    Se fossi un politico io non mi metterei mai una simile spada sospesa sulla testa. Io, che sono una brava persona, figuratevi chi scieglie la carriera del politico o del lecchino prezzolato!

    La sola via per liberarsi (temporaneamente, beninteso) dalla gramigna i nostri conterranei non sono pronti a percorrerla, almeno per un’altra intera generazione. Confidiamo nei nipoti della ipad generation, forse la fame li smuoverà. E Requiescat in Pace Padania. R.I.P.P.

Leave a Comment