Pacifinti o pacitonti? Venti di guerra, due pesi due misure

di AGILULFOrussia2

Venti di guerra. E come sempre due pesi e due misure. Prese di posizione diverse, da sempre. E allora ricordiamo come siano diversi certi pacifisti a seconda delle convenienze.

«Morale è ciò che serve alla Rivoluzione», disse Lenin agli ufficiali dell’Armata Rossa, allibiti per l’ordine di sparare sugli operai in sciopero a San Pietroburgo. Era il 1921 e la Rivoluzione si stava affermando, contro tutti e contro tutto, soprattutto contro l’interesse del popolo russo. Ne furono vittima persino i movimenti di sinistra non in linea con il Partito Comunista, con i quali, anzi, la macchina repressiva fu particolarmente cruenta. «Morale è ciò che serve alla Rivoluzione», ripetevano i Brigatisti negli anni Settanta, a giustificazione dei loro crimini efferati, che spesso avevano come vittime proprio i figli del proletariato, fossero essi gli uomini delle scorte o semplici cittadini. La Sinistra italica ha imparato la lezione del massimalismo rivoluzionario sin da quel fatidico 1921 e continua a misurare le proprie scelte intorno a quel «morale è ciò che serve alla Rivoluzione», anche ora che quasi nessuno sa più che cosa sia questa Rivoluzione e che essa si confonde sempre più con un vago mondialismo incolore e insignificante.

Anche la scelta e la difesa della pace dipende da questa opzione e si accende e si spegne a intermittenza, a seconda di chi sia il “nemico” di turno. Chi ha avuto la ventura di viaggiare nei paesi dell’ex blocco sovietico sa quanto ossessionante fosse la ripetizione della parola “pace”: sui monumenti pubblici, sui muri delle fabbriche come su quelli degli abnormi e informi caseggiati popolari, sulle porte delle scuole e delle università, sui cancelli delle caserme e sui grembiuli bianchi dei “pionieri” dal fazzolettone rosso intorno al collo …

Eppure quei regimi sostenevano attivamente la guerra, che era sì “fredda” in Europa, ma sanguinaria nel resto del mondo. Eppure quei regimi – oggi è provato – sostennero anche la guerra del terrorismo rosso, in Germania e in Italia, contro le istituzioni dell’Occidente democratico. E a due passi da casa nostra giustificarono, sempre in nome della pace, l’infoibamento o la deportazione di decine di migliaia di persone colpevoli solo di appartenere ai popoli veneto-istriani in terre occupate dai comunisti di Tito. La pace è una cosa seria e ogni persona seria la desidera profondamente. Per questo la macchina propagandistica del comunismo ha sempre fatto leva su di essa, ovviamente solo a parole. La pace è una cosa tanto seria da escludere qualunque tipo di guerra, a meno che si tratti di legittima difesa. Non esistono guerre di sinistra o di destra: esistono solo guerre ingiuste (quasi tutte) e guerre di difesa, che si fanno malvolentieri in nome della giustizia che si deve anche a se stessi e alla propria gente. Per questo è molto ipocrita il silenzio rispetto a chi fa finta di non vedere che gli interessi in gioco sono molto più complessi di quanto vorrebbero farci credere le grandi lobbies internazionali. Per questo, però, è altrettanto ipocrita chi, in passato, se l’è presa solo e a senso unico con gli Stati Uniti e con le loro opzioni di politica estera, ieri come oggi. Oggi, che la guerra è a due passi da noi, mentre le nostre terre sono invase da migliaia di rifugiati o presunti tali (in Tunisia non è in atto nessuna guerra e, di solito, i profughi sono soprattutto donne e bambini, non maschi tra i venti e i trent’anni) colpisce l’assenza delle (cosiddette) bandiere della pace, colpisce l’assenza di girotondi e il silenzio di vescovi e parroci pacifisti militanti e militonti. Colpisce e fa pensare, perché, appunto, la pace è una cosa troppo seria per lasciarla a chi se ne occupa a comando e solo quando serve alla Rivoluzione, qualunque essa sia.

 

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

Leave a Comment