Orario di lavoro e settimana corta, in Italia il tabù del part time

LAVORO 3

di SERGIO BIANCHINI – Cito da Wikipedia
“Se otto ore vi sembran poche è un canto popolare politico italiano, di autore anonimo, originario dei primi anni del XX secolo. Nasce come canto di protesta delle mondine, teso a rivendicare “le otto ore” come massimo orario di lavoro giornaliero ed è riferibile all’iniziativa del deputato socialista Modesto Cugnolio, che presentò un progetto di legge in tal senso (1906).
Divenne popolare nel periodo del biennio rosso (1919-1920).”

Cito da
“Il 10 Marzo 1923 il Consiglio dei Ministri approva finalmente il decreto legge relativo alla riduzione della giornata lavorativa……

La giornata di 8 ore ……(nacque, nota mia) dalle rivendicazioni operaie e contadine che cominciarono a imporsi con insistenza nei primi decenni del XVIII secolo, per giungere ai primi riconoscimenti con i moti rivoluzionari del 1848. ….Marx non disprezzava affatto la regolamentazione dell’orario per legge (che veniva rifiutata dai proudhoniani) pur sapendo bene che la riduzione effettiva sarebbe stata in definitiva il frutto di mutati rapporti di forza e non soltanto di una legge. Su proposta di Marx .. nel primo congresso dell’Internazionale (Ginevra 1866) fu votata questa risoluzione: “Noi dichiariamo che la limitazione dell’orario di lavoro è la condizione indispensabile perché gli sforzi per emancipare i lavoratori non falliscano”, e di conseguenza veniva proposto che il limite legale per l’orario di lavoro fosse di 8 ore.”La legge fu varata nel 1923 dal governo fascista.

Le ferie retribuite hanno una storia parallela, cito da https://www.focus.it/cultura/storia/da-quando-esistono-le-ferie-pagate) “ Il primo atto ufficiale al riguardo, denominato “Bank Holiday Act”, fu approvato in Inghilterra nel 1871 e sanciva quattro giorni di ferie per i dipendenti delle banche in Inghilterra, Galles e Irlanda.
Da lì il modello, che non valeva però per tutte le categorie di lavoratori, fu esportato con successo in Canada e negli Usa.
Lo Stato che per primo ideò un periodo di ferie “pagate” esteso a tutti i lavoratori fu la Francia; il progetto di legge fu presentato e approvato nel 1925; ma la legge venne promulgata dal Front Populaire solo undici anni dopo, il 20 giugno 1936.
Con una certa enfasi Lèo Lagrange, primo segretario di Stato al “tempo libero”, proclamò il 1936 “Anno I° della felicità”, con tanto di biglietto ferroviario popolare. All’inizio i giorni – concentrati d’estate – erano solo 15, ma già nel 1956 erano saliti a 21.
…… anche in Italia, durante il regime fascista: la Carta del Lavoro del 1927 sanciva il diritto “dopo un anno di ininterrotto servizio” a un periodo di “riposo feriale retribuito” (art. 17).
Nel 1948 la Costituzione repubblicana ribadiva il concetto di “vacanza obbligatoria”: “Il lavoratore ha diritto a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” (art. 36)………”

Il sabato libero in Italia è introdotto nel 1972 al termine dello storico contratto triennale dell’autunno caldo del ’69.

Quindi da circa 50 anni il tempo di lavoro in Italia non viene cambiato se non con l’introduzione nel pubblico impiego delle 36 ore settimanali. Ma all’improvviso dalla Cina giungono notizie della possibile introduzione, là, della settimana lavorativa di 4 giorni. Ecco il link che ne parla.

https://it.sputniknews.com/economia/201808066333070-Cina-settimana-lavorativa-giorni/?fbclid=IwAR3RKwJxs2VhDXDGTxqS0yTvnHdjC6cdbOE3ofvv3ktwy_qq9ane3N0cxKc

Mi chiedo, cosa pensa l’Europa e l’europeismo su questo punto? E cosa ne pensa il sindacato italiano?
Personalmente sento urgente in Italia anche un’altra questione. Io vorrei una totale espansione del lavoro part time per chi lo desidera. Questo consentirebbe una grande flessibilità nelle scelte esistenziali senza, a mio parere, danneggiare l’apparato produttivo.
Un giovane che inizia la giornata sapendo che dopo 4 o 5 ore sarà libero può fare qualunque lavoro di buona lena e quindi fare esperienze diverse economicamente utili e fonti preziose di esperienze. Oggi il Part time esiste ma è ostacolato dal sindacato e penalizzato sul piano fiscale e previdenziale. Due giovani part time costano di più di uno solo full time. Come minimo dovrebbero costare ugualmente per non costringere l’imprenditore alla scelta monolitica.

Di più. Sarei perfino favorevole al part time per tutti fino a 25 -30 anni e poi ad una uscita graduale dal lavoro a 55-60 anni con riduzione progressiva dell’orario giornaliero fino a 2/3 ore al giorno senza limiti di età.
Ad esempio se dopo i 55 anni si scendesse a 6 ore al giorno e dopo i 60 a 4 ore al giorno e dopo i 65 anche solo a 2 ore sarebbe un bene per tutti, per l’INPS e per la salute mentale del povero pensionato che passando di colpo da 8 ore a zero spesso ha un tracollo, specialmente se è maschio.
La totale opposizione al part time fu, assieme alle pensioni baby, una delle ragioni per cui lasciai la CGIL 35 anni fa.

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One Comment

  1. caterina says:

    Mi sembra un articolo che se inviato alle testate giornalistiche, meglio tutte cosi’ si fanno coraggio e lo pubblicano per non trovarsi fuori con l’etichetta di conservatori nemici di proposte innovative, si avverrebbe un dibattito e alla fine, non essendoci accordo per il conservatorismo dei sindacati malati di presunzione infinita, sortira’ sicuramente qualche effetto… se qualche imprenditore piu’ illuminato adottera’ l’opzione proponendola ai propri dipendenti altri lo imiteranno e via via si estendera’ il principio dell’utilizzo del proprio tempo secondo le priorita’ che ognuno ha o, diciamo pure per ora, avrebbe il diritto di considerare.

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