PETROLIO: TRA CRISI E CONSUMI UN MERCATO CHE CAMBIA. E L’IRAN…

di MARIETTA CEVAPCI

Siamo alle soglie di una nuova crisi petrolifera globale. Anzi no. È un mercato nervoso e palesemente contraddittorio quello che fa i conti con la nuova corsa al rialzo dei prezzi (+4,3% il Wti nell’ultima settimana), con un rallentamento della domanda (che quest’anno dovrebbe salire “solo” di 900 mila barili al giorno, a quota 88,8 milioni) e con le mutazioni nello scenario di paesi produttori e paesi consumatori.

Le scoperte annunciate negli ultimi mesi e le potenzialità dei petroli non convenzionali (con prospettive di estrazione che hanno toccato i 1900 miliardi di barili, più del greggio classico) hanno portato a una revisione delle stime sulle riserve, mentre la conferenza sulle nuove tecniche di produzione, che si è aperta ieri in Kuwait, evidenzia la forbice in cui si muovono le aziende del settore.

Negli ultimi 20 anni, infatti, i costi per la scoperta dei nuovi giacimenti si sono ridotti del 75% mentre quelli di sviluppo ed estrazione si sono raddoppiati. Un dato che porta i produttori ad allungare il più possibile la vita utile dei giacimenti già operativi ed espone il mercato globale a possibili “vuoti” nel caso di problemi geo-politici.

È evidente che una eventuale escalation militare delle tensioni con l’Iran (con l’incubo di un blocco dello stretto di Hormuz) manderebbe all’aria qualsiasi previsione sui prezzi, risospingendo il mondo in una nuova crisi petrolifera, proprio mentre si riaffaccia lo spettro di una recessione double-dip. Tenuto conto che anche numerosi grandi produttori africani – dalla Nigeria al Sud Sudan – stanno sperimentando forti tensioni interne e problemi produttivi, si spiega l’allarme della Deutsche Bank che di recente ha osservato come “dalla fine degli anni Settanta- inizio anni Ottanta non c’è mai stata una minaccia tanto seria alle forniture di petrolio”.

Fin qui gli scenari peggiori, che però non tengono conto dello scenario energetico globale sempre meno ostaggio di pochi produttori, come dimostra il fatto che la quota di produzione giornaliera dell’Opec sia scesa a gennaio a 30,89 milioni di barili, contro i 52,40 milioni dei paesi non Opec. Uno squilibrio sul quale non potrà pesare più di tanto il progressivo recupero della produzione della Libia , che a gennaio è tornata a quota 1 milione di barili al giorno contro 1,6 milioni del 2010. Come dire, che il greggio estratto negli Stati Uniti, in Canada, Russia, Azerbaigian o Brasile “pesa” a livello di mercato quasi il doppio rispetto a quello dei riottosi e divisi membri dell’Opec: un elemento che fa guardare con occhi diversi alla cancellazione – a causa delle sanzioni internazionali – dei 600 mila barili al giorno esportati dall’Iran verso l’Europa.

Sulle prospettive della stessa Organizzazione con base a Vienna, d’altronde, incombe la nomina del prossimo Segretario Generale. Mancano ancora quattro mesi al meeting dell’Opec che dovrà affrontare la questione, ma la battaglia per la successione del libico Abdullah al-Badri è già aperta. E, siccome questa poltrona è lo specchio degli equilibri geopolitici del cartello petrolifero, dall’esito di questo scontro si potrà avere una indicazione del mercato energetico dei prossimi anni.

Non a caso, l’Arabia Saudita per la prima volta dagli anni Sessanta, ha proposto con forza un proprio candidato, l’attuale rappresentante di Riad presso l’Opec, Majid Al-Moneef. Dal consenso che la candidatura Al-Moneef riuscirà a coagulare sarà possibile valutare la forza delle “colombe” nell’Organizzazione e quindi la possibilità di mantenere i prezzi stabili intorno ai 100 dollari, soglia indicata più volte dai sauditi come equilibrio ottimale per il mercato.

A raffreddare i prezzi anche l’evoluzione del principale consumatori, gli Usa, dove la produzione petrolifera è al massimo degli ultimi otto anni, mentre i consumi sono scesi sotto quota 18 milioni di barili al giorno. Così, a gennaio 2012, il livello delle importazioni è sceso a 8,1 milioni di barili al giorno, il 12% in meno rispetto all’anno passato. Un’evoluzione che – combinata al boom della produzione di gas – riavvicina gli Usa all’indipendenza energetica e promette di raffreddare i prezzi.

Resta, sullo sfondo ma fondamentale, il nodo Cina.

L’idea dominante è che il gigante asiatico sia pronto ad acquistare tutto il greggio in circolazione per sostenere la sua impetuosa crescita. E l’annuncio sul possibile accordo con l’Iran per assorbire altri 500 mila barili al giorno sembra confermare questa tesi. Ma le cifre dell’Opec e dell’Iea mostrano come nel 2012 la Cina dovrebbe registrare la crescita di import più bassa degli ultimi anni (sfiorando, per i consumi, quota 10 milioni di barili). Quanto alla sua produzione dovrebbe salire a 4,17 milioni di barili, riducendo anche qui la sua dipendenza dall’import. L’impressione è che anche Pechino abbia imparato a produrre di più e a consumare meglio. Insomma, il mondo avrà pure sete di petrolio, ma a placarla potrebbe essere quello che lo studioso Daniel Yergin definisce “il quinto carburante”, ovvero l’efficienza energetica.

Nonostante le apocalittiche previsioni dei malthusiani che nel 1970 avevano previsto che oggi, anno 2012, il petrolio sarebbe sparito!

 

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