Oneto: l’occasione fa l’uomo ladro… Sempre.

ladrodi GILBERTO ONETO – Anni fa, in piena fregola sessantottesca, era comparsa la notizia che il vescovo di Tolosa avrebbe sottoposto l’ultima classe del suo Seminario a una sorta di verifica finale della vocazione sacerdotale, spedendo una ventina di (quasi) pretini ad affrontare le tentazioni di una casa di tolleranza. Si raccontava allora che solo uno di loro si sarebbe ripresentato in sede, ma forse più sorretto da anomale preferenze sessuali che non da indomita vocazione. La saggezza popolare ha istituzionalizzato rassegnata la debolezza della carne anche in presenza di uno spirito palestrato nel proverbio “l’occasione fa l’uomo ladro”. La fragilità umana è ben nota alla Cristianità, che nella propria preghiera più importante chiede di non essere “indotta in tentazione”: che è come a dire che bisogna essere pronti a tutto, ma è meglio che non si venga messi alla prova. Viene anche accettata la precisa relazione dimensionale fra l’occasione e il peccato: la piccola occasione è più facile da rifiutare, ovvero la grande occasione fa dell’uomo un grande ladro. Le pene vanno di conseguenza: chi si frega una mela se la cava con una tirata di orecchi, chi ruba in banca finisce diretto in Purgatorio, chi ruba i risparmi della povera gente si deve aspettare solo l’Inferno.

Così ci si immagina la giustizia divina, perché sappiamo che quella terrena (e soprattutto, con semplice cambio di vocale, quella italica) si comporta seguendo altri criteri di giudizio. L’ineluttabilità dell’umana debolezza è raccolta anche da un altro proverbio (la cui collezione costituisce davvero la saggezza dei popoli) che afferma con molta drasticità che “chi va al mulino si infarina”, che potrebbe anche essere preso a motto della pubblica amministrazione.  É infatti proprio nel mulino pubblico che si macina la maggior quantità di farina altrui, che c’è più grande via-vai e che i controlli sono meno oculati. Succede così che qualcuno si limiti a infarinarsi ma che altri se ne escano con sacchi in spalla o guidando tir pieni fino al soffitto. Ci sono solo due soluzioni al malaffare: selezionare i frequentatori del mulino o diminuire la farina macinata.
Nel primo caso i criteri discriminanti sono l’intelligenza e l’onestà, quelli che determinano quattro categorie di genere Cipolliano: gli intelligenti onesti, gli intelligenti disonesti, gli stupidi onesti e gli stupidi disonesti. Ma si tratta di una geografia che può cambiare solo in peggio, nel senso che uno stupido non riuscirà mai a diventare intelligente, ma un onesto può sempre diventare (per emulazione o stanchezza) disonesto. Il contrario avviene solo alla porta di Damasco, che è però piuttosto stretta e impervia. Quella della moralizzazione della vita pubblica attraverso la trasfusione di gente per bene è così, purtroppo, una strada che non porta molto lontano:
“le mele marce fanno marcire quelle sane” chiarisce il solito dovizioso proverbio.

Con il tempo (e con l’andazzo) quella che era una probabilità (l’infarinarsi) diventa una quasi certezza: questo fa sì che i pochi onesti che bazzicano il mulino facciano sempre più fatica a spolverarsi prima di uscire e che – in ogni caso – vengano additati come mosche bianche, non senza una forte incongruenza cromatica. Questo spiega anche perché la cosiddetta società civile se ne resti lontana dalla politica (il mulino): questa riesce infatti ad arricchirsi anche lavorando onestamente e senza pagare i prezzi che comunque comporta anche l’infarinatura più astuta. La seconda soluzione è altrettanto difficile ma sicuramente più efficace. Se non c’è nulla (o poco) da rubare, i ladri se ne stanno alla larga. Se il potere pubblico viene sottoposto a un’energica e salutare cura dimagrante, se agli enti pubblici restano pochissime e smilze competenze, allora non serve più l’esercito di burocrati che ruminano palline di farina e alle cariche pubbliche arrivano solo quelli che sono animati da spirito di servizio (visto che resta proprio solo lo spirito, dopo la scomparsa della carne e della trippa) o spinti da ambizione. Ma, per fortuna, essere ambiziosi non significa necessariamente essere mascalzoni.

Le cariche pubbliche smetterebbero di essere un piacere (e una tentazione) e tornerebbero alla loro giusta dimensione di dovere comunitario: la Serenissima Repubblica di Venezia è vissuta sfarzosamente per quasi mille anni anche perché le cariche pubbliche erano un obbligo, non rendevano nulla e, quando gestivano qualche risorsa, erano determinate tramite complessi sistemi di elezione e di estrazione a sorte delle persone e con un oculato, quasi poliziesco, controllo dei loro comportamenti.

Alla morte del Doge si istituiva un attento processo al suo operato e a quello del suo parentado, e ogni anche minima furberia (o infarinamento) veniva fatto pagare in maniera esemplare alla famiglia e agli eredi. Questa sembra essere la migliore lezione veneziana: se è l’occasione che fa l’uomo ladro, si deve limitare al massimo l’incidenza delle occasioni e, in ogni caso, si deve sottoporre a uno strettissimo controllo l’uomo per evitare che la tentazione non lo sfiori neppure, per paura delle conseguenze se non per profumata virtù. Riportato nel mondo di oggi, questo insegnamento non può che essere tradotto in una drastica riduzione delle competenze pubbliche, in una loro distribuzione lungo l’asse della sussidiarietà, affidando più mansioni agli enti territoriali minori più controllabili e meno poteri a quelli statali o centrali. Meno quattrini gestisce l’ente pubblico, più efficace e limpido è il suo operato. Meno farina viene macinata nel mulino pubblico e meno facilmente si resta infarinati, volontariamente o involontariamente.
Se poi ci si trova nella condizione di voler perseguire questo disegno di pulizia della vita pubblica, allora il mulino non lo si dovrebbe vedere neanche in fotografia.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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1 Commento

  1. Fil de fer says:

    Il federalismo unito a leggi più severe potrebbero essere due grimaldelli contro i politici corrotti.
    Infatti come mai la G d F non effettua controlli sui politici ? Avete mai sentito di indagini sui beni dei politici e dei loro più stretti parenti ? Quando entrano in politica i politici dovrebbero essere fotografati fiscalmente e quando lasciano idem, poi se hanno sgarrato pene severissime e restituzione del mal tolto con tanto di ammenda salatissima.
    La Serenissima che Oneto conosceva benissimo non è mai stata studiata a fondo da chichessia delle istituzioni iitaliote, perché? Perché sarebbe stupido darsi la zappa sui piedi o no ?
    La Serenissima era implacabile, con chi e chiunque fosse , contro coloro che rubavano o si creavano privilegi con i soldi della Repubblica. Addirittura nei casi più gravi che rasentavano persino il tradimento della patria, si abbattevano le case del condannato, si mandava in esilio perpetuo o addirittura si tagliava la testa in mezzo alle due colonne in piazza S. MARCO.
    Misure Draconiane, drastiche, ma se i politici non capiscono niente…..allora mezzi estremi sono necessari.
    WSM

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