Oneto interrogava…. Indipendentisti, uomini o caporali?

di GILBERTO ONETO

È stato da poco pubblicato un bel libro  di un giovane studioso, Damiano Minante, che parla di federalismo e di indipendenza veneta con serietà e competenza: Il Neofederalismo. Unica via possibile all’indipendenza del popolo veneto (Rimini: Il Cerchio, 10 Euro).

Il lavoro è interessante perché riesce a unire passione patriottica e cultura federalista, sogni e progetti, aspirazioni e impietosa analisi della realtà. Il fatto che sia dedicato a Miglio e  che si ispiri al suo insegnamento è una ulteriore garanzia di serietà. Sono però due i punti trattati che meritano una particolare attenzione: la disamina serena della pasticciata situazione del movimentismo venetista e l’esame sensato delle opzioni realisticamente percorribili nel cammino dell’autonomia.

La storia del venetismo militante è un groviglio di entusiasmi ma anche di piccole miserie, è una selva di sigle quasi sempre autoreferenziali che intessono un gomitolo di belle aspirazioni, sogni, frustrazioni e delusioni.  L’autore riporta anche un grafico piuttosto significativo (“Albero Genealogico dei Movimenti indipendentisti del Veneto”,  tratto dai Quaderni Veneti, 2009) che cerca di illustrare il complicato affardellarsi di unioni, scissioni e gemmazioni che in  pochi lustri ha prodotto un repertorio di sigle in cui annaspa  ogni residua considerazione sul buon senso di certo autonomismo autolesionista. La mappatura  si limita alla metà degli anni ’90 ed è un peccato perché il seguito avrebbe richiesto capacità documentarie e la stesura di grafici quadridimensionali (c’è anche una evidente dimensione psichedelica) davanti alle quali l’autore giustamente si arrende: la sua rinuncia è il più drammatico dei giudizi di merito.

Altro punto interessante è il confronto con le tre possibili alternative fra le quali i venetisti  dovrebbero scegliere il loro obiettivo: 1) la creazione di uno Stato autonomo, indipendente e sovrano; 2) uno Stato federale italiano comprendente il Veneto autonomo; 3) la formazione di una Repubblica federale di Padania comprendente Stati liberi fra cui il Veneto. C’è una quarta opzione: tutto resta immutato e ai veneti si continuano a propinare stangate e promesse. L’autore per ovvie ragioni omette questa triste eventualità che è purtroppo quella continuerà a prevalere, visto lo stato di confusione e di masochismo in cui si dibatte oggi il venetismo.

Il nostro giornale da continua e puntuale cronaca di tutte le ebollizioni del nervosissimo  autonomismo veneto ed è giusto che continui a farlo dal momento che – pur con tutti i suoi limiti e le sue strampalatezze – esso rappresenta la porzione più vitale dell’indipendentismo padano, altrove davvero troppo sonnecchiante. L’Indipendenza (e tutti non con essa) osserva con speranza e partecipazione queste pulsioni, ma deve anche registrarne i limiti e gli errori e segnalare quando le aspirazioni degenerano in flatulenze. Premesso che sia unanime e condivisa la convinzione che l’autodeterminazione debba passare dalle istituzioni esistenti e perciò principalmente dalle Regioni, che  fra i regionalismi padani quello veneto sia oggi il più robusto e avanzato in termini di proposte referendarie, e che tutti (padanisti o regionalisti) siano concordi nel ritenere la battaglia venetista giusta, buona e conveniente per tutti, non si può non richiamare gli amici venetisti per alcuni errori che stanno commettendo e che danneggiano loro e tutti gli altri indipendentisti.

1 – Il primo è una loro presunzione di “differenza”, il credere cioè di essere in qualche modo diversi dagli altri popoli padani al punto di ritenere giusta la ricerca di un percorso non solo autonomo ma addirittura antitetico: la pretesa di essere più simili ai loro vicini d’oltralpe che non a quelli di oltre Mincio e Po, o – peggio – la dichiarazione (s’è sentita anche questa) di preferire il centralismo romano a quello lombardo, peraltro inesistente.  È funzionale a questa presunzione di diversità la ricerca di origini etniche e storiche aggrappate a onirismi stralunati: i veneti non hanno la faccia da paflagoni ma somigliano agli sloveni, ai brianzoli e ai biellesi. Tutte le gloriose balle su Antenore e i troiani le ha inventate Tito Livio, che era un padovano, forse anche un po’ celta, che si era venduto ai romani e che doveva dimostrare una comunanza inesistente per giustificare la differenza fra i suoi concittadini e quelli insubri: il vero inventore del “Divide et impera” con cui i romani (e oggi gli italiani) hanno sempre fregato chi abita sopra l’Appennino. I veneti attuali sono celti, veneti, liguri e longobardi proprio come tutti gli altri padani: forse ripassare gli scritti di un grande veneto e venetista come Gualtiero Ciola eviterebbe certi scarrucolamenti storici. I soli discendenti dei paflagoni che si trovano in Veneto oggi sono forse alcuni curdi senza permesso di soggiorno.

2 – Anche il riferimento alla Serenissima è buono e giusto ma non si può continuare a confonderla con il Veneto che ne era solo una parte e neppure la più antica. Fino alla caduta di Costantinopoli, Venezia ha rappresentato un’idea sovraterritoriale, quasi universale, di cultura, commerci e libertà.  Una vocazione a “Coltivar el mar e lassar star la terra”, secondo l’espressione di Tommaso Mocenigo, che riguardava anche l’indifferenza per l’entroterra veneto.

Dopo Venezia ha cercato di espandersi risalendo il Po, di diventare Padania: il non esserci riuscita ad Agnadello ha segnato il suo destino. Aveva cercato di diventare uno Stato territoriale moderno per competere con quelli che stavano nascendo a occidente ma non c’è riuscita: se li è trovati tutti contro, proprio come oggi ai poteri forti non piace l’idea di una Padania libera e prospera.

La Serenissima è stata orgogliosa città libera (governata da famiglie veneziane che la storia ha oggi consunto ed esaurito) con vocazione mercantile oppure aspirazione alla Padania: in ogni caso non il Veneto.

Cercare la rifondazione della Serenissima – come molti venetisti fanno – è entusiasmante ma si dovrebbe comprendere anche posti come la Romagna, Cremona, Piacenza, Pavia e Lodi che sono state veneziane o che che hanno a un certo punto espresso “dedizione”. Siamo tutti d’accordo: facciamo la Padania!

3 – La lingua è un derivato dalla presenza culturale veneziana ed è oggi un potente strumento identitario. Ma va impiegato coerentemente: come si spiega che il dibattito più importante per il futuro dei veneti sia avvenuto in Consiglio regionale in italiano? Come si spiega che non esista un poderoso impegno nella pubblicistica, nella letteratura, nell’informazione per l’uso del veneto? Così fra un paio di generazioni anche l’oggi ancor vitale veneto diventerà un reliquiato come quasi tutte le altre lingue gallo italiche, e cioè padane.

4 – La cultura è uno straordinario strumento politico e di affermazione identitaria.  La riproposizione di simboli storici è fondamentale in ogni processo di “nation building” ma fa fatta con serietà  e senza invenzioni fumettistiche: non serve inventarsi progenitori anatolici, polacchi o bretoni, non servono troppo benevole revisioni storiche: il giuramento di Perasto è stato – ad esempio – fatto in croato, è perfetto per segnare la fedeltà che era data alla Serenissima ma non c’entra un fico secco con il venetismo.  Non serve neppure inventarsi – come è stato fatto su questo giornale – l “genocidio di 20.000 istro-veneti infoibati nel 1945”.  Non serve inventarsi grafie piene di Kappa o esagerare con le maiuscole per sostantivi e aggettivi: se una identità ha bisogno di queste miserie, siamo messi proprio male.

Non aiuta neppure il ricorso a certe invenzioni fasciste come il Triveneto: Venezia euganea, giulia e (figuriamoci!) tridentina.

5 – Le recriminazioni giuridiche possono essere un interessante strumento di dibattito culturale ma non hanno alcun peso nella lotta di autodeterminazione, se non come  rafforzante morale. La Serenissima è finita perché così voleva la storia e non serve cercare cavilli normativi. Non esiste alcun documento di autoestinzione dell’Impero sumero né di quello romano: li ripristiniamo ope legis? Tutti i plebisciti di annessione all’Italia erano farlocchi, qualcuno – come quello lombardo – più farlocco e truffaldino degli altri: ricorriamo a qualche tribunale?  L’autodeterminazione si basa sull’espressione attuale della gente: questa va ricercata e non serve scavare negli archivi notarili ma cercare consenso.

6 – Serve un progetto chiaro che definisca l’obiettivo e tracci un percorso per arrivarci. In questo tutti i movimenti autonomisti e indipendentisti (non solo veneti) non sono meglio della Lega. La confusione regna sovrana: si discute molto di più (anzi, quasi solo) di poltrone e cariche che non di progetti, percorsi e programmi. Sarebbe bello che i gruppuscoli venetisti (e non solo loro) si accapigliassero  su quesiti referendari, su progetti istituzionali, su forme di attuazione del federalismo: sarebbe un bel passo avanti.

7 – Per combattere lo Stato italiano – diceva Miglio – occorre la forza contrattuale giusta: bisogna essere in tanti e concordi per abbattere i muri della prigione e organizzare un’evasione di massa. Chi si scava il suo buchetto o si cala con le lenzuola dalla finestra non va lontano. Piaccia o no, lo schema di battaglia giusto è quello padano: ogni altra pulsione micronazionalistica è velleitaria e suicida. È sacrosanto affermare la propria specificità e lottare per un sistema che la istituzionalizzi ma non si può, in suo nome, continuare a mortificare tutte le identità e costringerle nella prigione italiana.  Quello che ci unisce sono le nostre diversità (alla svizzera) ma soprattutto (sempre alla svizzera) la consapevolezza che le si può affermare e difendere solo assieme; ci uniscono poi fondamentali comunanze socio-economiche (la Padania è un ininterrotto reticolo di attività produttive) e la comune convinzione della giustezza dell’autodeterminazione.  Sono le nostre divisioni che dalla notte dei tempi ci tolgono la libertà:  insubri, cenomani e veneti di due millenni fa; la devastante rivalità fra Venezia e Milano durata molti secoli; oggi le scempiaggini sul lombardocentrismo (che era poi il risultato di un matriarcato siculo-pugliese). È sintomatico cole questa esigenza di “marciare separati e colpire uniti” sia stata perfettamente colta dalla gente più che dai politici o dagli aspiranti stregoni della politica: chi prospettava l’indipendenza della Padania  ha ottenuto il consenso elettorale di più di un terzo dei veneti. Chi parla di patrie sempre più piccole ed esclusive non raccoglie neppure i voti dei parenti stretti.

La considerazione finale riguarda tutti  gli autonomisti e gli indipendentisti, e non solo i veneti, cui tocca più che agli altri perché sono la punta più avanzata e dura del più generale movimento e si riferisce alla necessità di essere seri, colti, corretti e pragmatici.

Seri perché bisogna smettere di giocare a risiko, fare della fantapolitica paflagonica (che sta all’autodeterminazione come la patafisica alla scienza) ed avere grande rispetto dei problemi e delle aspirazioni della nostra gente, anche di quella che non sa di averli.

Colti perché bisogna finirla con le invenzioni abborracciate, con il revisionismo storico belleriano, con la non conoscenza puntuale di cose, numeri e fatti, perché le nostre buone ragioni vanno documentate e spiegate alla gente.

Corretti  perché da troppo tempo la nostra battaglia è inquinata da cadregari, incapaci e autentici lestofanti. Nessuno richiede stuoli di eroi  e di santi pronti al sacrificio e all’abnegazione assoluta: è sufficiente mettere nell’impegno politico la correttezza, l’impegno e la moralità che la maggior parte dei padani mette nel suo lavoro e nel tirar su la famiglia.

Pragmatici perché i sogni sono belli e ci danno forza, inni e bandiere sono necessari per andare avanti, i simboli sono alla base di tutto ma bisogna essere più furbi e abili dei nostri nemici che sono una ben organizzata masnada di lupi, volpi e sciacalli. Per vincere bisogna essere più forti, astuti, intelligenti e pronti di loro. Se non crediamo di potercela fare, è meglio lasciare perdere, dedicarci al giardinaggio  o rassegnarci a sventolare tricolori paflagonici.

 

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One Comment

  1. Giancarlo says:

    Faccio i miei complimenti a Gilberto Oneto che con questo articolo mi ha dimostrato un certo impegno nel descrivere (la parola la odio…) il “venetismo”. Mi aveva quasi convinto su tutto, ma quale indipendentista veneto di vecchia data che ha vissuto molte delle vicende descritte posso assicurare che sotto,sotto no è proprio così.
    Chiarisco qualche cosa in proposito.
    Il fatto che esistano oltre 28 gruppi, movimenti indipendentisti veneti è per me strategicamente utile.
    Infatti, guai se ne esistesse solo uno. Lo stato italiota lo avrebbe già distrutto in mille maniere.
    Ognuno di essi sta seguendo strade diverse per arrivare all’indipendenza e questo è utilissimo.
    Faccio l’ultimo esempio per capirci. Indipendenza Veneta ( Avv. Morosin ) ha puntato tutto sul referendum istituzionale regionale…..sappiamo come è andata a finire. La consulta oltre a negare l’esistenza del POPOLO VENETO ha negato la via democratica per permettere ai Veneti di esprimersi sull’autodeterminazione. Pertanto da oggi questa strada è stata chiusa dallo Stato italiano.
    Nessun movimento indipendentista seguirà più questa strada. E’ stato utile perseguirla, ma ora rimane solo ed esclusivamente la strada internazionale.
    PLEBISICTO.EU dopo il successo del referendum digitale ha incassato due certificazione ed ora proprio a fronte dell’esito negativo di Indipendenza Veneta, può tranquillamente denunciare all’alta corte di Giustizia dei diritti dell’uomo l’italia colpevole di negare un atto democratico e pacifico al Popolo Veneto di esprimersi. I vari cavilli e cavillini sia in sede interna che internazionale ,adesso non conteranno più perché almeno fuori dall’italia la democrazia è intesa diversamente e concretamente applicata.
    Il Parlamento provvisorio Veneto già costituito e di cui faccio parte si sta adoperando non solo per la definizione delle istituzioni venete, ma già legifera preparando il terreno legislativo quando sarà necessario prendere in mano i nostri destini.
    Alla fine, anche coloro che sarebbero pronti ad usare metodi draconiani pur di ottenere la nostra libertà sono disposti ad attendere l’evolversi degli eventi purché i tempi non siano troppi lunghi.
    Come si vede il tempo è galantuomo e come fu la TURCHIA a permettere che l’italia annullasse la legge sui reati di opinione, adesso la consulta ci favorisce…. e poi ci saranno altri passaggi, non molti in verità che porteranno alcuni paesi a riconoscere l’indipendenza del VENETO ( vedi ESEMPIO Kossovo).
    Ricordo inoltre che abbiamo contatti con decine di paesi amici e ricordo anche che la Serenissima fu la prima nazione europea a riconoscere l’indipendenza degli U.S.A., cosa che ora richiederà la reciprocità.
    Insomma mi fermo qui, ma tutto è in evoluzione e rifaccio i complimento a Gilberto Oneto perché quello che è riuscito a sapere e a descrivere è, dal punto di vista di chi non vive all’interno dell’indipendentismo veneto una descrizione che io stesso avrei magari fatto in maniera meno precisa e puntuale.
    Complimenti !!
    WSM

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