Oneto: fa bene fumare la storia senza filtro

poteredi GILBERTO ONETO –   A fronte della stagnante melassa della vita politica italiana, si sta assistendo a uno straordinario momento di grande fervore culturale, che interessa soprattutto il mondo autonomista nelle sue variegate sfaccettature. Sorgono e si diffondono riviste, nascono nuove associazioni culturali libere, si consolidano e crescono quelle esistenti, si organizzano conferenze e presentazioni, vengono stampati libri, è insomma un vitale brulicare di piccole e piccolissime iniziative scoordinate e spontanee. È in particolare il mondo librario a vivere una stagione di grande favore.

Sono infatti moltissimi i libri che vengono pubblicati su argomenti che interessano più o meno direttamente le tematiche autonomistiche, in particolare quelle del revisionismo storico dei più consolidati catafalchi dell’italianità. A puro titolo esemplificativo, si possono qui citare tre dei moltissimi titoli che sono comparsi   per opera di fonti fra di loro totalmente scollegate ma che rientrano in totale coerenza nel filone autonomista.  Giorgio Fumagalli ha pubblicato Milano Celtica e i suoi cittadini. Albo dei distinti cittadini del primo millennio, nella storia della città (Casa Editrice Primordia, Milano). È una straordinaria raccolta di resoconti storici relativa a fatti e personaggi della vicenda del Milano celtico: vi compaiono gesta, avvenimenti, leggende, racconti, e soprattutto nomi di nostri antenati che sono stati dimenticati (o deformati) dalla storiografia ufficiale.

Fumagalli è un attento ricercatore e uno straordinario divulgatore che riesce, con intelligenza, a collegare dettagli e spezzoni di storia per ricavarne una narrazione affascinante e continua, che apre pagine di grande respiro sul nostro passato di comunità antica e negata.
Poi è uscito il  lavoro di Roberto Gremmo: Montanari contro il tricolore. L’insorgenza valdostana del 1853 e l’opposizione popolare a Cavour (Storia Ribelle: Biella). Da anni il Gremmo, vecchio autonomista piemontese, prosegue nel suo infaticabile e insostituibile lavoro di ricerca soprattutto attraverso lo studio di fonti documentarie sconosciute
o relegate in disparte.

Sono ormai moltissimi i suoi libri dedicati ciascuno a una vicenda poco nota ma essenziale della storia risorgimentale e post-risorgimentale che smascherano le omissioni, le menzogne e le deformazioni capziose della storiografia “politicamente corretta”. Questo suo ultimo lavoro racconta della rivolta dimenticata dei valligiani valdostani contro le prepotenze fiscali del governo di Cavour, impegnato a spremere i sudditi per mantenere uno smisurato apparato militare e pagare le folli avventure belliche di un espansionismo gabbato per “liberatore”.

Importante è anche il racconto dei coinvolgimenti economici privati di Cavour nelle vicende che lo vedevano protagonista politico, primo vero caso di conflitto di interesse della nostra storia moderna, antesignano di una lunga serie di personaggi che hanno usato il potere a fini personali. Anche il patriottico tessitore aveva il vizietto di farsi gli affari suoi: nasceva veramente lì l’Italia di oggi.
E’ stato infine stampato il saggio di Eugenio Fracassetti: Risorgimento e Federalismo. Fenomenologia del risorgimento europeo (Editoria Universitaria, Venezia). Da tempo il veneto Fracassetti si dedica ad approfondire taluni aspetti della storia risorgimentale:
si ricordano due suoi documentatissimi studi sul federalismo ottocentesco e sulla morte sospetta di Cavour. Questo suo ultimo lavoro approfondisce le vere vicende politiche dell’italico Mito di fondazione rivelandone retroscena e – soprattutto – abbozzando una serie di interpretazioni che aiutano a comprendere meglio la vicenda e a smascherare le fole patriottiche. Pur non essendo questa una rubrica di recensioni, si è fatto rapido cenno a questi tre volumi (ma se ne potrebbero citare almeno altri sei o sette usciti nello stesso periodo) perché danno modo di fare una serie di considerazioni generali piuttosto interessanti e importanti sul rapporto fra cultura
e politica autonomista.

La prima riguarda l’estraneità dal milieu accademico di larga parte degli autori. Non è solo una caratteristica della pubblicistica autonomista o revisionista ma qui è particolarmente forte: il mondo accademico italiano non produce granché soprattutto se si rapportano i prodotti con l’enorme costo che pesa sulla comunità. Legioni di professori soprattutto universitari prendono stipendi che quasi sempre non sono giustificati da grande impegno e tirano a campare, proprio come tutti i loro colleghi degli altri uffici pubblici. Sono dei burocrati della cultura ufficiale, dei propagatori delle banalità di regime, sono i custodi della tranquilla ovvietà di un repertorio
edificante confezionato per tenere in piedi una bottega che si autoreferenzia.
La seconda considerazione coinvolge invece la contrastante grande vitalità del mondo culturale autonomista (anche di quello marginalizzato e guardato con sufficienza dagli accademici del nulla) e soprattutto della miriade di piccoli editori che, fra mille difficoltà, continuano un lavoro straordinario lontano dalle grandi distribuzioni, utilizzando mille piccoli canali alternativi, quasi come se si occupasse di stampa clandestina (in realtà lo è anche), di un samizdat rigoglioso che erode alle radici il cumulo di menzogne storiche
dell’italianità.

L’ultima considerazione riguarda invece l’estremo disinteresse che il mondo politico autonomista dedica alla cultura che pure ne costituisce le radici vitali. A fronte di un grande attivismo degli operatori culturali c’è l’imbarazzante disorientamento di chi, pur disponendo di strumenti di comunicazione e soprattutto di strutture di collegamento organizzativo, non riesce a coordinare e veicolare l’enorme massa di produzione culturale, così rinunciando di fatto allo straordinario apporto anche in termini di consenso che questa potrebbe dare. Gli avversari accusano il mondo autonomista di scarsa forza culturale e dicono una mezza verità: mentre chi fa cultura si da un gran da fare, chi dovrebbe trasformare la cultura in consenso politico spesso non capisce l’importanza del collegamento. Si crea così una discrasia che non fa del bene a nessuno: a fronte di una grande richiesta da parte della gente si danno informazione e cultura con il contagocce. A fronte della grande vitalità di un esercito di formiche operose che fanno cultura e producono opere straordinarie c’è il disorientante timore a utilizzarne l’enorme potenziale. Un filtro che fa comodo solo a chi comanda.

(da il settimanale “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. renato says:

    Anche questo, come altri estratti da Il Federalismo, ci offre la possibilità di conoscere o riscoprire argomenti spesso sottostimati. Al tempo stesso, e nella speranza di non essere tacciato di blasfemia o ignoranza o qualunquismo, non posso dimenticare che la gente è sovente più sensibile all’immediato, al quasi palpabile, a ciò che non comporta molto sforzo intellettivo. Una posizione non esclude l’altra, possono convivere. Sta al dirigente politico avveduto usare or l’una or l’altra per ottenere il risultato prefisso. Il parlare più alla pancia che alla mente, tanto per usare un neologismo in voga, è talvolta necessario, utile e anche onesto. Purché lo si faccia con la dovuta competenza e franchezza supportate da validi e irrefutabili argomenti.

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