Ogni riferimento all’italianità è estraneo alla cultura Alpina

di ALESSANDRO ZERBINATO

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde. Incipit de “Il Sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern.

E’ innegabile che, nelle regioni del nord e nel Veneto, uno dei collanti dell’italianità sia costituito dagli alpini che con l’ANA danno vita a manifestazioni che negli ultimi anni si sono moltiplicate interessando moltissimi Comuni riempiendoli di tricolori.

Riguardo a tale sfoggio tricolorito, a questo gran pavese itinerante di un’italianità sempre meno sentita, un indipendentista veneto prova sentimenti contrastanti poiché se è vero che questo spirito patriottico provoca una certa nausea per l’evidente falso storico su cui è costruito è anche vero che proviamo grande rispetto per gli alpini.

Le truppe alpine furono usate senza criterio nella guerra fascista prima contro la Grecia e poi… CONTINUA A LEGGERE QUI

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28 Comments

  1. marco svel says:

    Altra cosa simpatica: gli alpini da sempre sono stati reclutati presso le popolazioni alpine ossia le più nordiche e più germaniche tra quelle “padane” e quindi le meno itttaGliane: vedere un alpino nordico che impugna il tricolore é come vedere un ebreo con la svastica

  2. marco svel says:

    Onore ai ragazzi veneti e nordici morti tra le fila degli alpini per difendere una patria mafiosa che li mandò al macello.. Detto questo sono felice che oggi questo corpo sia ormai estinto.. Almeno non proveremo più imbarazzo nel Dover giustificare dichiarazioni stile Gentilini piene di amor patrio..a Trento a dicembre ho sentito una marmaglia che emanava un tipico mediterraneo inquinamento acustico. Mi sono girato per osservare questa marmaglia di sauditi e con una certa soddisfazione il mio sguardo non più di tanto incredulo ha potuto constatare che si trattava di militari con la penna nera! Il mio cuore veneto e più in generale del nord ha esultato: anche l ultimo mito farsa che ci lega all ittaglialandia é stato eliminato! E per di più non abbiamo neppure dovuto lottare per questo

  3. Ric says:

    Se lo spirito che stimola considerazioni intorno ad un corpo militare contraddistinto per passione umana più che a quella bellica , allora tale spirito ha i piedi sprofondati nel paradosso e nella contraddizione , pertanto si impegola a sostenere un pensiero debole. Non solo non se ne esce più, ma si rischia di perorare causa che intimamente si vorrebbe e dovrebbe abbattere : lo sfruttamento delll”uomo sull’uomo è il primo concetto su cui riflettere , è il crimine alla libertà , fondamenta alla costruzione di vera indipendenza . Vincere le contraddizioni che si hanno in zucca è vincere la stupiditá di vanificare sforzi importanti al conseguimento dell’obbiettivo finale che deve essere di valore , non dal sapore da bar , e poi tutti a casa come pecore , lasciando al parassita invasore tirare la conclusione della morale sulla storia scritta ad uso e consumo pro domo proprio , specchio delle allodole dei cucchi , alpini compresi.

  4. Heinrich says:

    Gli Alpini sono stati fondati per opera del capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perucchetti (Regio Decreto n. 1056 del 15 ottobre 1872) come truppe di montagna per la difesa dei confini montani del regno sabaudo ma, anche se il Corpo nasce più tardi, le truppe da montagna sabaude già fecero la loro prima comparsa nella Guerra di Crimea (1853-56), a memoria della quale i reparti Alpini valdostani usano ancora oggi quale slogan il motto evidenziato in grassetto di una canzone nata durante quella guerra in Crimea.

    La creazione di queste truppe alpine fu sin da subito chiara espressione del nazionalismo imperialista italiano, nato nel XIX secolo, che poneva un’attenzione sempre maggiore sul preteso confine naturale del paese lungo l’arco alpino.
    Già nel 1888 gli alpini, nati per difendere questo confine, furono invece inviati in Africa a conquistare delle colonie per l’Italia.

    Alla guerra contro l’Impero Ottomano (1911-12), iniziata dall’Italia per annettersi le province turche della Tripolitania e della Cirenaica (Libia), nonché le isole egee del Dodecaneso, parteciparono dieci battaglioni di Alpini.
    Reparti di Alpini furono anche coinvolti nella dura repressione del movimento per la liberazione della Libia, durata fino al 1933.
    La popolazione libica fu decimata nei campi di concentramento, con marce di morte nel deserto e con le armi chimiche usate anche contro i civili.
    Questa guerra crudele viene ricordata dal monumento all’Alpino di Meran e, al cimitero di Brixen, dalla scritta sotto il busto del brissinese Heinrich Sader, morto in circostanze misteriose in Libia.
    “Caduto in terra d’Africa per la più grande Italia” recita questa scritta,, cioè per le guerre imperialiste italiane.
    Secondo la propaganda, ripetuta ancora oggi, l’Italia avrebbe portato cultura e civiltà; in realtà ha portato solo morte e distruzione. “I veri barbari siamo noi”, scrisse a suo tempo il giornale socialista italiano “Avanti”.

    Nella guerra d’aggressione contro l’Austria, a partire dal 1915, gli Alpini sostennero gran parte dei combattimenti, soprattutto sul fronte del Tirolo, e dopo la guerra la propaganda fascista creò il mito dell’Alpino come soldato montanaro che avrebbe conquistato per l’Italia quella parte delle Alpi che sarebbe stata destinata all’Italia dalla Natura o addirittura da Dio stesso.

    Almeno fino all’applicazione del trattato di pace del febbraio 1921, non avrebbero potuto cambiare una virgola nei territori occupati del Tirolo e del Litorale, in ossequio a quanto stabilito nella Convenzione dell’Aia del 1907; avrebbero dovuto tenere in vigore le leggi austriache, non avrebbero potuto internare i civili, epurare, licenziare, perseguitare, arrestare, espellere gli “austriacanti” o i reduci dell’esercito austro-ungarico, cambiare i cognomi “non italiani” alla popolazione, cambiare i nomi delle strade, dei paesi e delle provincie, chiudere scuole, distruggere monumenti o innalzarne di nuovi; non avrebbero potuto espropriare, nazionalizzare, imporre loro plenipotenziari quali amministratori di società commerciali, navali ed industriali private. Avrebbero dovuto solo comportarsi come dei diligenti “custodi”.
    Inoltre, la “Brigata Sassari” sedò a cannonate una rivolta cittadina nel quartiere operaio di San Giacomo, a Trieste nel settembre del 1920, che occupavano dal 1918 ed era stata scelta per merito dell’incomunicabilità tra i soldati sardi e la popolazione triestina a causa della mutua incomprensibilità linguistica.

    Un ruolo molto importante, gli Alpini lo hanno svolto nella guerra d’annientamento contro l’impero etiopico (1935-1936).
    Proprio per questa guerra fu costituita il 31 dicembre del 1935 la divisione alpina “Pusteria”, che infanga ancora oggi il buon nome della valle.
    In questa guerra l’Italia fece uso delle armi chimiche in quantità mai viste anche contro i civili, le truppe italiane non fecero quasi mai prigionieri ed anche gli Alpini parteciparono alle uccisioni di massa della nobiltà etiope e dei religiosi cristiani copti: soltanto nella città sacra di Debre Libanos furono uccisi circa 2000 tra preti e monaci.
    La Divisione Pusteria partecipò poi alle battaglie cruente di Tigrai, Amba Aradan, Amba Alagi e Tembien ed ai massacri di Mai Ceu e al lago Ashangi, che continuarono anche dopo la fine ufficiale della guerra.

    Nell’aprile del 1937, la Divisione Pusteria ritornò in Italia e sfilò per le vie di Roma.
    Nel 1938 Mussolini ordinò di persona la costruzione di un monumento a Bruneck per glorificare le “gesta eroiche” della Divisione Pusteria.
    Davanti a questo monumento degli orrori gli Alpini depongono ancora oggi le loro corone.

    La Divisione Pusteria intervenne anche quando l’Italia, il 10 giugno del 1940, dichiarò guerra alla Francia, e successivamente partecipò all’aggressione contro la Grecia, aggiungendosi alla “Julia”, presente in quella campagna sin dall’inizio.
    L’occupazione italiana della Grecia costò la vita a circa 100.000 tra civili e soldati greci.

    La Divisione Pusteria fu trasferita nell’estate del 1941 in Montenegro ed in Croazia, per la lotta contro i partigiani.
    Il comportamento degli Alpini in questi paesi balcanici non fu meno crudele che in Etiopia; interi paesi furono bruciati, persone sospette torturate ed uccise. Alcuni episodi sono noti, come ad esempio quello degli alpini dei battaglioni Ivrea e Aosta, «che rastrellarono undici villaggi in Montenegro e fucilarono venti contadini».
    Ma né più né meno di altri reparti italiani, a meno che non emerga una statistica comparativa.

    Un capitolo a parte merita la partecipazione degli Alpini alla guerra contro l’Unione Sovietica.
    L’Italia dichiarò la guerra all’Unione Sovietica il 23 giugno del 1941, un giorno dopo la Germania nazista; Mussolini inviò tre divisioni di fanteria, il cosiddetto Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), che nel 1942 aumentò a dieci, che formarono la nuova VIII Armata, detta “Armata Italiana in Russia” (ARMIR).
    Di queste dieci divisioni, tre erano divisioni alpine: Cuneense, Julia e Tridentina.
    I comportamenti dei soldati italiani nei confronti della popolazione dei territori occupati non si differenziarono da quelli dei soldati nazisti: secondo le direttive degli alti comandi, ogni resistenza attiva o passiva della popolazione civile era da reprimere con metodi durissimi. Le cosiddette spie erano da giustiziare sul posto.
    Il generale Gabriele Nasci, comandante del corpo alpino, aveva dato l’ordine di rispondere con “rappresaglie di severità esemplare“ ad ogni atto ostile; le truppe dovevano prendere ostaggi ed ucciderli, nel caso fosse necessario, mentre i commissari politici sovietici, i “ribelli” e gli “elementi indesiderati”, come ebrei e zingari, venivano consegnati il più presto possibile ai tedeschi, conoscendo ed approvando quello che era loro destinato.
    Diversi documenti provano come questo sia veramente successo; così come ampiamente documentata è la completa distruzione dei paesi di Snamenka e di Gorjanowski, in Ucraina, dove l’intera popolazione di questi villaggi fu trucidata dalle truppe italiane.

    L’Unione Sovietica ha condannato per crimini di guerra diversi ufficiali italiani catturati, ed ha chiesto l’estradizione di diversi altri criminali di guerra all’Italia, che fu negata.
    Perfino i comandi militari tedeschi (sic!) criticavano a volte il comportamento troppo crudele degli italiani, mentre il comandante dell’ARMIR, Generale Giovanni Messe, scriveva viceversa subito dopo la guerra che il corpo di spedizione italiano si sarebbe distinto da tutti gli altri eserciti “per la sua cultura superiore, il suo senso di giustizia e la sua comprensione umana”.
    Nelle lettere dei soldati italiani, raccolte nel centro di censura a Mantova, si legge invece di soprusi e di assassinii di civili.

    Si può quindi affermare che gli alpini non hanno mai combattuto una guerra difensiva nella loro storia, ma hanno effettuato solo invasioni di terre altrui, come tutte le altre forze armate italiane.

    Dei 57.000 Alpini che parteciparono all’aggressione contro l’Unione Sovietica, soltanto 11.000 ritornarono, e dopo la guerra è uscita in Italia una ricca letteratura giustificativa, che ha creato il nuovo mito dell’Alpino come vittima e non come colpevole in questa campagna di Russia; in realtà gli alpini sarebbero state vittime di un governo irresponsabile.
    Il loro sacrificio fu di certo strumentalizzato dal fascismo, e questo viene fatto ancora oggi per giustificare comportamenti non giustificabili e creare nuovi miti.
    Uno di questi nuovi miti è quello di Nikolajewka: secondo questa leggenda, la Divisione Tridentina avrebbe sfondato, il 26 gennaio 1943, dopo aspri ed eroici combattimenti, l’accerchiamento sovietico, aprendo la strada verso ovest a tanti soldati sia italiani che tedeschi.
    In realtà l’accerchiamento fu rotto dal 24° corpo corazzato tedesco.
    Più di questo falso storico-militare preoccupa però il fatto che gli alpini ricordano ancora oggi una presunta vittoria in una guerra criminale, identificandosi in questo modo ancora oggi con questa guerra.

    Dopo la guerra, il governo Degasperi, in seguito all’amnistia decretata dal Ministro alla Giustizia Togliatti, ha fatto di tutto per impedire procedimenti contro militari italiani per crimini commessi in Libia, Etiopia, nei paesi balcanici o nell’Unione Sovietica.
    Si cercava di creare l’impressione che le forze armate italiane, pur essendo stata l’Italia alleata della Germania nazista, si sarebbero sempre comportate in modo impeccabile.
    Nella logica della guerra fredda, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, per tenere l’Italia nel blocco occidentale, non ebbero alcun interesse nel perseguire crimini di guerra italiani commessi in paesi ormai comunisti, per cui questi rimasero impuniti.
    Questo perdono generale per i crimini del regime fascista è stato fondamentale nel minare la fiducia dei paesi dell’Est nella memoria collettiva europea.

    Oggi tutto questo non si vuole ricordare; si cerca invece di costruire nuove leggende; così oggi tutti i media italiani si attengono strettamente alla retorica fascista secondo la quale l’Alpino sarebbe un montanaro semplice, tenace, buono, coraggioso e patriottico, ed è proprio allo scopo di diffondere questo falso spirito che fu fondata nel 1919 l’Associazione Nazionale Alpini, subito allineatasi al regime fascista e dal quale non si è mai distanziata in modo inequivocabile.
    Gli stessi reduci sono convinti di rappresentare degli alti valori e di essere “buoni”, mentre sono in realtà a loro volta vittime inconsapevoli del nazionalismo italiano.

    Nonostante tutto ciò che commisero con quella divisa, gli Alpini hanno sempre dato grande importanza alla continuità della loro tradizione e non hanno mai preso le distanze dal loro passato; ad esempio la continua deposizione di fiori e corone ai monumenti di Meran e Bruneck dimostra che gli Alpini non si vergognano per niente dei crimini commessi in Libia ed in Etiopia, così come in Sudtirolo gli Alpini si continuarono a comportare da forze occupatrici: nel 1958 riuscirono a far sospendere per sei mesi il sindaco di Brixen, Valerius Dejaco, perché si era rifiutato di partecipare il 4 novembre alla festa degli Alpini per la “vittoria” contro la popolazione che il sindaco stesso rappresentava.

    Non solo gli alpini, ma tutte le forze armate italiane, non hanno mai preso le distanze dal loro passato colonialista e criminale; la differenza tra gli alpini e gli altri corpi è che i primi hanno “penetrato” la società civile con le loro associazioni di reduci, veicolo del nazionalismo italiano e del suo militarismo, mentre gli altri corpi militari italiani non sfilano in centomila nelle città occupate delle “terre redente” e non ottengono le dirette televisive.
    Gli Alpini sono comunque uno strumento di propaganda di “italianità” quasi quanto le “Frecce Tricolori” ma, purtroppo, non più di quanto lo siano le scuole pubbliche ed i media.

    • Claudio says:

      Gran bel post!

    • lombardi-cerri says:

      Ho qualche dubbio, sig.Heinrich ,che lei sia un padano o un germanico, poichè non ho mai sentito un padano condannare così gli Alpini (che hanno sempre e solo fatto il loro dovere), mentre non ho mai sentito un germanico parlare così degli italiani in guerra dato che loro germanici……..
      Ho quindi la sensazione che lei sia un mediterraneo camuffato, appartenete a quella schiatta tutta lavoro, casa ,chiesa e opere di bene.

    • Marco Green says:

      Una persona seria e non, come lei, in malafede (come sempre), a sostegno di certe sparate o anche solo per cercare di darsi un barlume di credibilità, porterebbe delle fonti.

      Lei invece pretende che i più faciloni si bevano il suo solito bisognino – saputello prendendo per buone le forzature / cazzate che scrive…un bel coraggio, e anche un bello schifo!

      • Heinrich says:

        Ehilà, saccentino arrogante, in malafede e senza dignità intellettuale, ti bastano queste o ne vuoi delle altre per annientare la tua presunzione da fascistello di sta minchia?

        -Alessandra Kersevan: “Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943”, Comune di Gonars ed Ed. Kappa Vu, 2003
        -Alessandra Kersevan: “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”, Ed. Nutrimenti, 2008, ISBN 88-88389-94-6
        -Alojz Zidar: Il popolo sloveno ricorda e accusa, Založba Lipa, Koper 2001, ISBN 961-215-040-0
        -Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, 2 volumi, Roma, Bari, 1986-88
        -Angelo Del Boca: Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, ISBN 88-545-0013-5
        – Nicola Labanca (ed.), Un nodo. Immagini e documenti sulla repressione coloniale in Libia. Bari 2002
        – Asfa Wossen Asserate, Aram Mattioli (Hg.), Der erste faschistische Vernichtungskrieg. Die italienische Aggression gegen Äthiopien 1935-1941. Köln 2006
        – Aram Mattioli, Experimentierfeld der Gewalt. Der Abessinienkrieg und seine internationale Bedeutung. Zürich 2005
        -Boris Gombač: Atlante storico dell’Adriatico orientale, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 2007, ISBN 978-88-8641-327-8
        -Bruce Vandervort, Verso la quarta sponda la guerra italiana per la Libia (1911-1912), Stato maggiore dell’esercito, Roma, 2012
        -Conti D., Criminali di guerra italiani. Accuse, processi e impunità nel secondo dopoguerra, Odradek, Roma 2011.
        – David Bidussa, Il mito del bravo italiano, Milano 1994
        -Effie G.H. Pedaliu: Britain and the ‘Hand-Over’ of Italian War
        -Eric Salerno: Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale (1911-1931),SugarCo, Milano, 1979Criminals to Yugoslavia, 1945 – 48,Journal of Contemporary History, Vol. 39, No. 4, 503-529 (2004)
        -Gianni Oliva: Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani. 1940-43, Mondadori, 2006, ISBN 88-04-55129-1
        – Gerald Steinacher (Hg.), Zwischen Duce und Negus. Südtirol und der Abessinienkrieg 1935-41. Bozen 2006
        -H James Burgwyn: General Roatta’s war against the partisans in Yugoslavia: 1942, Journal of Modern Italian Studies, September 2004, vol. 9, no. 3
        -Lidia Santarelli: “Muted violence: Italian war crimes in occupied Greece”, Journal of Modern Italian Studies, September 2004, vol. 9, no. 3, pp. 280–299(20); Routledge, part of the Taylor & Francis Group
        -Marcel Junod: Il Terzo Combattente: dall’iprite in Abissinia alla bomba atomica di Hiroshima, Franco Angeli, 2006, ISBN 88-464-7983-1
        – Thomas Schlemmer (Hg.), Die Italiener an der Ostfront 1942/43. Dokumente zu Mussolinis Krieg gegen die Sowjetunion, München 2005.
        -Tone Ferenc: La Provincia ‘italiana’ di Lubiana – Documenti 1941- 1942, Istituto Frilulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994
        -Thomas Schlemmer, Invasori non vittime. La campagna italiana di Russia. 1941-1943, Laterza, Roma-Bari, 2009

  5. sandrone says:

    La colpa è solo dei veneti e di quelli del nord in generale…che dimostrano solo la loro stupidità…ed il loro essere pecore!
    Lo stato italiano per un anno vi ha strappato alle famiglie per fare gli schiavi e per lavare i cessi nelle caserme e voi li chiamate ricordi di gioventù?
    Se quelli del nord avessero davvero volontà d’indipendenza farebbero solamente due cose:
    O diventano obiettori totali, fiscali soprattutto, o diventano guerriglieri.
    Ma siccome sono fessi continueranno a pagare le tasse ed a farsi prendere in giro dalla retorica militarista italiana alpina e non alpina.

    • Heinrich says:

      dev’essere sicuro per quello che il 99% dei membri delle forze armate e delle forze dell’ordine è originario del centro-sud…

  6. Diego Tagliabue says:

    Gli Alpini? Una trovata di Garibaldi.

    Basta Fallimerdaglia! Basta triCULOre!

  7. della Scala says:

    beh beh beh gli alpini di russia hanno cambattuto e sono morti per la loro patria per i loro ideali ,onore a loro, come chi e morto ad el alamein , ma con i nuovi alpini cosa hanno a che fare ? che rispetto devo portare a questi baldanzosi giovincelli che si arrototlano nel tricolore fino alla nausa !?
    Che stravedono e servono lo stato italiano tanto quanto il reggimento San Marco che suona come una bestemmia ..
    Questa gente per me ha semplicemente sbagliato bandiera .

    Sinceramente per me onore e gloria a chi ha servito la Serenissima fino alla fine onore a Johann Matthias von der Schulenburg per la difesa e il rinnovamento della nostra repubblica ,

    WSM

  8. pippogigi says:

    Agli inizi degli anni novanta mi ricordo che uno mi parlava della preoccupazione che suscitava negli occupanti italiani il Corpo degli Alpini.
    Costituito in gran parte da Padani, l’unico con spirito di corpo ed orgoglio di appartenenza, si temeva che in caso di secessione, gli alpini si sarebbero schierati in gran parte a difesa della loro Patria contro l’invasore italiano.
    Il problema venne presto risolto, abolita la ferma obbligatoria, con i consueti criteri italici, per cui gli stipendi pubblici vanno assegnati ai magna greci, ecco il Corpo degli Alpini, rimpinzato da italiani, snaturandone la natura di reparto sorto a difesa delle valli alpine e costituito da residenti esperti del territorio. Ricordo che questi reparti, nati come “Chasseurs des Alpes” nel settecento erano per l’appunto formati da montanari, che conoscevano tutti i sentieri e gli anfratti della loro zona dandogli un vantaggio incolmabile su qualunque esercito invasore.
    Da mesi mi sto documentando sulla tragedia della prima e seconda guerra mondiale, in cui uno Stato invasore ha obbligato una popolazione invasa, i padani, a combattere le sue guerre. Guardo con sgomento le lapidi ai caduti, spesso nei paesini di montagna il numero dei caduti (e sono esclusi quelli tornati mutilati o invalidi al lavoro) supera quello dei residenti attuali. Un vero genocidio di cui l’italia dovrà rispondere assieme a quello culturale ancora in atto.
    Qualcuno si è lamentato perché nella trasmissione di Santoro venivano presentati dei giovani veneti che giocavano alla guerra. Dalle loro interviste quello che mi è più piaciuto è che dicevano che non erano disposti a combattere per l’italia ma lo avrebbero fatto per la libertà del Veneto.

  9. gianpaolo says:

    Quando si andava coscritti si faceva festa nel paese. Prima hanno tolto i muli e adesso può fare l’alpino anche chi vive al mare o in città. Una volta solo certe province d’Italia potevano dare il reclutamento. Ai miei tempi nel Nord-Est il 99% nel battaglione o gruppo si parlava in dialetto veneto o friulano. Il corpo degli alpini, come era stato concepito nel 1880 non esiste più. Il resto giudicate voi.

  10. Me despiaxe asè ma mi co vedo łi alpini col tricołor tałian a provo n’oror e na desperasion sensa fine:

    http://www.filarveneto.eu/forum/viewtopic.php?f=139&t=338

    http://www.filarveneto.eu/wp-content/uploads/2014/02/site_logo-a.jpg

  11. lombardi-cerri says:

    Tranquilli ragazzi !
    Roma ha brutalmente fregato i corpi degli Alpini e dei Lagunari con l’abolizione della ferma obbligatoria.
    Da quel momento almeno il 70% dei nuovi, cosiddetti alpini le montagne le hanno viste in fotografia.
    Però i vecchi autentici Alpini servono ancora come attivissimi soccorritori GRATUITI.
    Sarà divertente vedere (almeno chi vivrà) quando gli AUTENTICI ALPINI saranno morti chi dei nuovi alpini da montagne in cartoline presterà la sua opera gratuita nel caso di calamità naturali.
    La cosa interessante è che Roma che , diffidente per natura, avendo qualche dubbio sugli attuali alpini, ha cominciato ad ingaggiare addirittura gli africani per fare gli alpini.
    Come se si ingaggiasse un esquimese per fare il conduttore di cammelli!

    • Heinrich says:

      e chi se ne frega?
      ogni spintarella volta alla disgregazione di questo Stato totalitario fantoccio è ben accetta, soprattutto lo smantellamento di uno dei corpi più fanatici del suo esercito…il volontariato lo possono fare ugualmente in veste di protezione civile, senza aggrapparsi a simboli e bandiere lorde del sangue di migliaia di civili innocenti trucidati per la smania di conquista di un paese criminale…essere orgogliosi di appartenere a certi corpi militari è come essere orgogliosi di vestire la divisa delle SS

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