Ogni Paese ha l’immigrazione che si merita

map_of_albaniadi ROMANO BRACALINI –  Dice un proverbio toscano: “Col tempo e con la paglia matura la sorba e la canaglia”. Ma, con tutte le distinzioni del caso, sarà possibile assimilare in una società civile ed evoluta lo spirito tribale “skipetaro”? Sarà possibile, secondo il vaticinio di chi “vuole abolire le frontiere”, integrare la confraternita del pugnale senza sconvolgere pacifiche abitudini?
Il clima è esasperato. Ricorda la tensione in Olanda dopo l’assassinio di Theo Van Gogh. L’intera Europa è a rischio. La situazione è destinata a degenerare.

Come sorprendersi se dopo quanto succede una parte preponderante dell’opinione pubblica chiede la cacciata in massa dei clandestini stranieri, seguiti da albanesi, rumeni, maghrebini, le tre etnie maggiormente indiziate come portatrici di disturbo e di criminalità?
Con l’Albania abbiamo purtroppo una lunga storia in comune. L’Italia vi mise piede per farne una pedina della sua politica di penetrazione nei Balcani. Fu così che ci toccò mantenerla, allora come oggi. L’Albania, detta anche il “Paese delle aquile”, è il Paese più arretrato e inospitale d’Europa e più che un popolo, sebbene misero e feroce, è un’accozzaglia di tribù in perenne lotta tra loro, diviso tra i due maggiori gruppi linguistici, toschi e gheghi rispettivamente a Sud e a Nord del fiume Skumbin e in clan religiosi: musulmani (il 70%), il resto ortodossi e cattolici.

Il lavoro non è tenuto in particolare onore, e nessuno aspira a tanto. Nella loro storia di popolo vassallo, ora dei turchi ora degli italiani, hanno sempre trovato il modo di sfamarsi con le briciole dei dominatori di cui diventavano servi fedeli e obbedienti. I turchi, attingendo al loro naturale istinto di violenza, arruolavano le loro truppe più feroci tra i “giannizzeri” albanesi convertiti; e furono i giannizzeri a fare il lavoro più sporco nelle province più riottose dell’Impero. Nel 1939 l’Albania venne occupata e annessa al regno d’Italia. Le truppe italiane sbarcano a Durazzo quasi senza sparare una colpo. Gli albanesi non aspettavano altro. Re Zogu d’Albania era stato pagato perché si rifugiasse in una moschea e abdicasse spontaneamente. Quello stesso anno il Tci pubblicò una guida turistica dell’Albania per invogliare il pubblico italiano a visitare il più recente acquisto. L’avventura era assicurata, non così l’incolumità fisica dei viaggiatori sprovveduti.

Il Paese era rimasto alla condizione di arretrata e marginale provincia dell’Impero ottomano. Nell’interno scorrazzavano bande di predoni come nel Medioevo. Il regime comunista di Enver Hoxha lo governò col pugno di ferro. Non ce l’avrebbe fatta in altro modo. Poi, purtroppo, il Comunismo è caduto e il risucchio ha portato la feccia anche da noi.
All’epoca della conquista italiana non esistevano in Albania né strade né ferrovie (nemmeno adesso sono una bellezza). Di conseguenza non si vedeva come un turista avrebbe potuto visitare tanto splendore. La guida suggeriva gli itinerari più convenienti. Era opportuno portarsi da casa la motocicletta o la bicicletta al seguito. Indispensabili una certa quantità di cloridrato di chinino contro la malaria, di aspirina, di tintura di iodio e di ammoniaca, senza dimenticare coperte da viaggio e una zanzariera. Alloggiando presso privati, giacchè qualche albergo c’era solo a Tirana, la guida raccomandava al turista di usare la massima discrezione verso le donne di casa, ”astenendosi dal guardarle e più ancora dal rivolgere loro la parola”. Il delitto d’onore era un’antica pratica tribale. Un’occhiata a una donna e ti beccavi una coltellata.

Tutti portavano il coltello alla cintura, una coltello a lama lunga arrontondata alla turca. Un segno di distinzione e di virilità. Un bel 20 centimetri da piantare nella pancia di un italiano se ti dice “albanese di merda”. I clandestini albanesi se lo portano in Italia, perché loro non passano dalla Dogana. L’Albania è un “protettorato” italiano, nel senso che continuiamo a mantenerla. Ma siamo noi a doverci proteggere dalla violenza atavica degli albanesi.

 

Nessuno è più sicuro in casa propria, certo più a Lorenteggio che in via della Spiga. La criminalità straniera, albanese e romena, in primo luogo, aumenta nell’indifferenza e nella rassegnazione. Non c’è certezza che un omicida vada in galera e ci resti; e ci si
meraviglia che la protesta popolare salga. Niente giustizia da sé, d’accordo! Ma sempre che qualcuno la faccia. Alla base della nostra insicurezza c’è innanzi tutto l’incapacità politica a gestire l’immigrazione clandestina che non è rubricata come reato e che perciò tende a perdere ogni connotato di violazione di una norma. Viene consentito all’immigrato, in virtù della sua condizione di povero e di sfortunato, ciò che non verrebbe mai permesso a un cittadino italiano, che di fatto scade nella scala dei diritti e dei doveri uguali per tutti. Anche la legge distingue e interpreta con criteri di generosa larghezza.

Ma forse, ogni paese ha l’immigrazione che si merita.

 

 

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2 Comments

  1. Borbonico says:

    Se gli italiani hanno tollerato il Principe indiscusso dei criminali ( Garibaldi ) tollereranno nella piu’ completa indifferenza anche i balcanici che alla fine comanderanno nello stato padano…La Borbonia deve diventare uno Stato socialista e staccarsi dall’Europa !

  2. luigi bandiera says:

    VERISSIMO..!!!!!!!!!!!!!
    .
    Come si scrive VERISSIMO..?
    .
    Ah, si: VERISSIMO..!!
    .
    Ci meritiamo questo ed altro… siamo tutti eunichi. Sara’ per questo che fanno arrivare qua anche le loro donne..??
    …avanti un altro…

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