OGM: LA CASSAZIONE VIETA LA SEMINA DI MAIS A FIDENATO

di REDAZIONE

Sono fuorilegge le coltivazioni di mais geneticamente modificato piantate dall’imprenditore friulano Giorgio Fidenato, il leader degli ‘Agricoltori federatì, che ha usato semi ogm provvisti di autorizzazione al commercio ma senza chiedere alla Regione il permesso di coltivarli, come prevede la normativa italiana. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni della sentenza 11148, depositata oggi e relativa all’udienza svoltasi lo scorso 15 novembre,che costituisce il primo e atteso verdetto sul biotech.

Fidenato aveva fatto ricorso contro il sequestro della sua azienda, denominata ‘In Trois’, disposto dal Tribunale di Pordenone, il primo aprile 2001, e confermato dal tribunale del riesame, il 21 aprile. Ad avviso della magistratura, i semi ogm anche se muniti di autorizzazione al commercio, in quanto iscritti al catalogo comunitario dei sementi GM, non possono comunque essere piantati sul territorio italiano senza le apposite autorizzazioni ministeriali e il rispetto di determinate procedure.

Invece, secondo l’ imprenditore, poiché i semi ogm sono in «libera commercializzazione», ne deve conseguire anche la «libera messa a coltura», e la «regola tecnica» richiesta dalla normativa italiana – ossia le necessarie autorizzazioni – non sarebbe null’altro che una «violazione delle regole comunitarie poste a tutela della libera circolazione delle merci».

Fidenato sosteneva inoltre, e lo ha ribadito in Cassazione, che per introdurre un simile “paletto”, l’Italia avrebbe dovuto informarne la Commissione Europea. Per questo voleva che la questione fosse affrontata dalla Corte di Giustizia. Ma la Cassazione – dopo ampia rassegna di direttive e leggi – sottolinea che «la disciplina comunitaria si occupa di tutelare l’ambiente, la vita e la salute di uomini, animali e piante, ma consente alla normativa interna la possibilità di adottare le misure più opportune per limitare gli effetti economici connessi alle potenzialità diffusive degli ogm e, quindi, non compromettere la biodiversità dell’ambiente naturale in modo da garantire la libertà di iniziativa economica, il diritto di scelta dei consumatori e la qualità e la tipicità della produzione agroalimentare nazionale». «La normativa comunitaria, in altre parole – aggiunge la Suprema Corte – lascia alla legislazione degli Stati membri la possibilità di adottare ogni misura preventiva in grado di evitare commissioni fra prodotti individuando le modalità più idonee in grado di far convivere tra loro le tre ‘filierè (agricoltura transgenica, convenzionale e biologica)».

La Cassazione ritiene, dunque, di «dover ribadire che esiste in ambito europeo e nazionale il “principio di coesistenza”» e che la legge 279 del 2004, sul biotech, recepisce principi comunitari «nella parte in cui tendono a salvaguardare l’agricoltura (anche) tradizionale ed a mettere i consumatori nelle condizioni di potere effettuare scelte in maniera oculata». In sostanza, spiegano i supremi giudici, le autorizzazioni alla coltivazione ogm, richieste in Italia, tutelano «aspetti economici» e sono rivolte a «perseguire la finalità (specificamente riconosciuta dalla disciplina europea) che le colture transgeniche vengano introdotte senza pregiudizio per le attività agricole esistenti». Mentre l’iscrizione dei semi ogm nel catalogo, serve solo a garantire che si tratta di prodotti «non pericolosi per la vita e la salute di uomini, animali e piante». «Non si configura pertanto – conclude la Suprema Corte sbarrando la strada al ‘biotech fai da te’ – una questione da sottoporre alla Corte Europea di Giustizia».

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