Oggi come ieri, Federalismo bloccato da massoni, ultracentralisti e cattocomunisti. La lezione di Rosmini

rosminiantoniodi GIUSEPPE REGUZZONI – Antonio Rosmini, teologo, filosofo, fondatore di un istituto religioso, canonizzato nel 2007 da papa Benedetto XVI fu anche uno dei protagonisti del movimento politico di idee liberali e federaliste che precedettero l’unità d’Italia. Rosmini, parla a più riprese del suo ideale di “Confederazione perpetua” fra gli stati italiani, Lo fa in tre opere importanti: la Costituzione secondo la giustizia sociale, la Costituente del Regno dell’Alta Italia e le Cinque Piaghe della Santa Chiesa.

La “Confederazione” rosminiana si fondava sul libero assenso degli stati aderenti, che avrebbero dovuto scegliere da sé la loro forma di governo interno, ma che avrebbero preso decisioni comuni in materia di difesa, di politica estera, di comunicazioni e di tutto quanto riguardava il “bene comune”. Ma il suo impegno politico e l’influenza intellettuale che Rosmini esercitata su Pio IX, non piacquero ai suoi avversari all’interno del Vaticano, primo tra tutti l’ultraconservatore Giacomo Antonelli, Segretario di Stato Giacomo Antonelli (che fu anche l’ultimo dei cardinali eletti senza che fossero preti). Fu questi a spingere Pio IX alla fuga a Gaeta nel corso dell’esperimento della Repubblica Romana del 1848, interrompendo il dialogo con il filosofo trentino. L’anno successivo, all’attacco politico seguì quello religioso: il 6 giugno del 1849 due sue importanti opere vennero messe all’Indice dei Libri Proibiti: Le Cinque piaghe della santa Chiesa e la Costituzione secondo la giustizia sociale.

Rosmini si trovò così al centro di un assedio da fronti opposti: da una parte il Vaticano, dall’altra la linea ultracentralista sostenuta dalla massoneria. Ebbe, certamente, il conforto e il sostegno di pensatori liberali moderati come Alessando Manzoni (di cui fu grande amico e che lo assisté in punto di morte), oltre che di Cattaneo, Gioberti e D’Azeglio, ma, alla fine, il suo progetto risultò sconfitto e sostanzialmente incompreso, forse perché troppo avanzato, ma, forse, anche proprio perché di un vero progetto si trattava. Come spiega Umberto Muratore nel suo volume: Rosmini per il Risorgimento tra unità e federalismo, Antonio Rosmini è stato uno dei pochi che, prima dell’unificazione d’Italia, abbia formulato un progetto chiaro di federalismo. Cattaneo, ad esempio, che viene considerato comunemente il padre del federalismo, rimane su delle linee generali, non ha un progetto chiaro e, sostanzialmente, riteneva che l’Italia non fosse pronta per un progetto federalista compiuto. Rosmini, che parte dall’idea di “comunità civica”, come spazio storico di condivisione di valori storici e ideali e di solidarietà reciproca, pensava al federalismo nel senso più letterale della parola “foedus”, patto che unisce, e, non per nulla, parla di “Italia unita nella diversità”.

Decisivo, nella filosofia rosminiana, è il concetto di “persona”, irriducibile, per la sua creazione e vocazione divina, a qualunque realtà esclusivamente terrena. Nulla è superiore alla persona, nemmeno lo Stato. La comunità è uno spazio naturale, come lo è la famiglia e come lo è il “villaggio”, la realtà di condivisione e di appartenenza in cui si esplica la dimensione relazionale della persona. Lo Stato, invece, ha e dovrebbe avere solo un ruolo organizzativo. Lo Stato, per Rosmini, ordina e disciplina un diritto che lo precede e lo fa attraverso la propria costituzione e le proprie leggi. L’individuo, la persona, con i suoi diritti, viene prima dello Stato ed è ad esso superiore.

Come si vede, sia pure solo per cenni, non si tratta solo di un potente antidoto contro l’idea astratta e giacobina di Stato, ma anche contro tutte le forme, a noi sin troppo ben note, di statalismo.

In collaborazione con http://www.insorgente.com

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