Oddio, sto crollando sotto il peso della Legge. E la casa crepa….

tasse casadi CHIARA BATTISTONI – Qualche volta la scienza ci suggerisce alcune riflessioni che, applicate poi alla nostra vita quotidiana, promuovono in-teressanti riflessioni. Pensate per esempio alla scienza delle costruzioni; ci sono strutture, definite iperstatiche, in cui i vincoli ne impediscono il moto; essi però sono sovrabbondanti, insomma ce ne sono più di quanti sia necessario. La struttu-ra resta in equilibrio ma per calcolare le reazioni ai vincoli non bastano più le equazioni cardinali (quelle della stati-ca), ci vogliono considerazioni elasti-che, che considerino dunque gli aspet-ti costitutivi della struttura. Se uno o più dei vincoli si rompono, la struttura iperstatica può ancora resistere, per poi crollare (quando i vincoli rotti su-perano il grado di iperstaticità). E allora, direte voi? Pensiamo al mondo in cui viviamo, a quel distorto concetto di “sistema Paese” sulla bocca di tutti i politici: se non stiamo attenti, ogni volta che inseriamo un nuovo vincolo in una
struttura in equilibrio, corriamo il ri-schio di trasformarla in iperstatica, ren-dendola ”labile”, portandola più o me-no rapidamente al collasso. E se i vincoli di cui vi ho parlato fossero leggi, leggi-ne e compagnia bella? Ogni nuovo vin-colo sottrae gradi di libertà; certo, ho semplificato molto (e molto ci sarebbe da opinare sul piano scientifico per questa rilettu-ra in chiave “sociologica” dei principi della statica) ma ciò che se ne ricava è l’indicazio-ne che, né la mancanza, né la sovrabbondanza di vincoli sono salutari per le strutture.

Figuriamoci per noi! Avrete tutti ancora ben pre-sente cos’è successo il 27 e 28 gennaio nelle nostre città; una nevicata, per quanto fuori dalla norma, ha blocca-to tutti. C’è chi sostiene che un tempo le città si fermava-no e i disagi, di conseguenza,
venivano assorbiti diversamente. A me viene da pensare altro; viene da pensare che in questo Paese paralizzato dal centralismo e dalla buro-crazia pletorica, le libertà si assottigliano e di fronte all’e-mergenza gli apparati non sanno reagire, non per incompetenza, ma per impossibilità a muoversi. Ci vogliono bandi per gli spalatori, bandi per le società che si occupano di ripulire le strade: abbia-mo burocratizzato tutto, delegato a terzi la predisposizione e la gestione dei piani di emergenza, senza capire che l’operazione, a parte i costi sociali ed economici scaricati sul contribuen-te, ha portato con sé un effetto collaterale pericoloso: ha deresponsabilizza-to il cittadino. Così, al primo disagio serio, visto che siamo contribuenti coi
fiocchi, pensiamo – e in cuor nostro pretendiamo – che qualcun altro (lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune) si dia da fare per noi. Nelle emergenze, alziamo la testa e da cittadini-sudditi pretendiamo di essere cittadini-clienti; non abbiamo capito, invece, che l’elefantiasi della macchina statale si fa sentire sempre, emergenza compresa.

Se siamo sudditi, sudditi restiamo. Se invece vogliamo essere cittadini-clienti, liberi di scegliere, dobbiamo partire prima di tutto da noi stessi; inutile dire “pago le tasse e pretendo”; non basta. Bisogna tornare a esercitare “attiva libertà” (di cui ha
tanto parlato Ralf Dahren-dorf), che significa infor-marsi, vigilare, se possibi-le partecipare alla vita po-litica e sociale del Paese. Il “governo del popolo”, la democrazia appunto, ha senso se i cittadini partecipano attivamente al dibattito; votare non è sufficiente, ci vuole parteci-pazione (non era Giorgio Gaber che in una sua can-zone diceva «la libertà è partecipazione»?). Il che vuol dire che, se nevica prendo la pala e scendo a ripulire il marciapiede e il passo carraio e magari anche un pezzo di strada; protesterò poi, e sonoramente, col voto ma anche con gli strumenti che abbiamo oggi (il Codice dell’amministrazione digitale, entrato in vigore il 1 gennaio 2006 ha, da questo punto di vista, sancito un concetto rivoluzionario, definendo i nuovi diritti del cittadino rispetto alla Pubblica Amministrazione, tra cui il diritto all’uso delle tecnologie, all’accesso e all’invio di documenti digitali, il diritto a effettuare qualsiasi pagamento in forma digitale, dal 1 gennaio 06 verso la Pubblica amministrazione centrale, a ricevere qualsiasi comuni-cazione pubblica per e-mail; alla quali-tà del servizio e alla misura della soddisfazione; alla partecipazione, a trovare online, entro due anni, i moduli e i formulari validi e aggiornati).

Protestiamo, facciamolo con forza, magari riprendendo un tema, la tassazione sulla casa, caro a Gianfranco Miglio, che restituisce alla proprietà tutta la
sua dignità. Scriveva Miglio «(…) nella presunta ricchezza dei cittadini è soprattutto la casa in proprietà, e in particolare l’abitazione, che assume, agli occhi del Fisco, un ruolo primario. (…) Sto considerando esclusivamente gli immobili abitati (personalmente o con la famiglia) dai proprietari (non importa se prime o seconde case); e affermo che su tali beni il Fisco non deve pretendere nulla: perché essi costituiscono, per così dire, un’estensione fisica e un completa-mento necessario della persona che li possiede e li usa. In caso contrario, tanto varrebbe sottoporre a imposta la salute o la bellezza di un cittadino». (da Disob bedienza civile, Gianfranco Miglio, Oscar Mondadori, pag.30).

Viviamo in un mondo sempre più labile, in cui ogni nuova norma che dovrebbe portare or-dine e sicurezza, si trasforma in un boomerang quando il sistema entra in crisi e c’è assoluto bisogno di reagire con tempestività. Una via d’uscita c’è e non
è quella proposta dai tanti (troppi) statalisti di questo Paese: non servono nuove leggi, non servono più leggi, servono piuttosto meno leggi; è la famosa semplificazione burocratica che peraltro fa fiorire i suoi frutti in molti altri Paesi europei. Meno leggi, più responsabilità del singolo, il che significa anche minorpressione fiscale. Più responsabilità… sappiamo davvero cosa vuol dire? Sappiamo che ogni volta che chiediamo di decidere in prima persona ci facciamo carico delle conseguenze delle nostre scelte? Sappiamo che essere più responsabili significa maturare una cultura della consapevolezza e della libertà che può anche renderci soli davanti alle scelte più delicate? Sappiamo che per essere davvero liberi dobbiamo accetta-re il confronto con le specificità?

La libertà è prima di tutto una vocazione alla responsabilità, al coraggio, all’audacia, che nei casi estremi (e il mondo infiammato di questi giorni ce lo dimostra) può trasformarsi in martirio. Perciò, se non vogliamo vivere da sudditi diamoci da fare; educhiamo e pratichiamo la Libertà, quella con la ”L” maiuscola di cui ci parlava con passione e vigore, da anni, Papa Ratzinger. Il delirio solipsista delle dittature ha stravolto un intero continente, ne ha annichilito i popoli, ha alimentato i ge-nocidi e alla fine ha portato al collasso di un intero sistema economico, misera-mente fallito sotto il peso di un’ugua-glianza insostenibile e contro natura.

L’uguaglianza dei risultati è storicamente fallita a fine Novecento e lo ha fatto lasciando dietro di sé il nulla, il vuoto su cui è stato necessario ricostrui-re tutto, a partire dall’Uomo ridotto a
ingranaggio senza dignità di scelta. Eppure, Italia compresa, c’è chi ancora non se ne è reso conto. Cerchiamo di ricordarlo quando ascoltiamo “predicare” i nostri politici; non lasciamoci irreti-re da colori e slogan di appartenenza, puntiamo dritto al cuore del messaggio, cerchiamo di capire qual è il modello di Paese che hanno in testa e confrontia-molo con quello che noi desideriamo; insomma, costruiamo attivamente il nostro pensare e agire politico, senza la-sciarci travolgere dall’impeto delle emo-zioni e dell’estemporaneità.

Se per voi ciò che conta è l’uguaglianza delle opportunità, quella che permette di costruire sulla base del proprio impegno, delle proprie capacità, in poche parole del proprio merito, allora non vi sarà difficile capire che il Federali-smo è la strada più attuale per realiz-zare tutto questo. Altro che perequa-zione, altro che sussidiarietà coatta (che diventa sterile assistenzialismo); il Federalismo, quello competitivo, è oggi uno dei pochi strumenti
ancora a disposizione di questo Paese per liberarsi dal giogo dell’elefantiasi burocratica e corporativistica. A tutti i medesimi strumenti di crescita, per essere poi valutati (e scelti) in base ai risultati raggiunti, necessariamente di-versi, perché diverse sono le specificità, le attitudini, le capacità. Solo così si può dare inizio a un virtuoso cammino di innovazione e crescita; la ricetta è rispettare le specificità e fare in modo che le eccellenze emerga-no dal mercato: una rivoluzione per uomini audaci che hanno capito che il futuro, come ci ha ricordato Kenichi Ohmae in Il prossimo scenario globale, è negli Stati-Regione, non più negli Stati-Nazione.
Ricordatevi dunque il principio dell’uguaglianza liberale, così come quello dell’uguaglianza socialista: opportunità versus risultati; vedrete che vi sarà molto più facile capire l’essenza profondamente liberista del Federalismo e magari spie-garla a chi, più scettico, presta orecchio alle cassandre sinistrorse che paventano povertà e miseria.
Il tema dell’uguaglianza nelle opportu-nità evoca la libertà nelle opportunità e nelle procedure, ampiamente studiato dal premio Nobel per l’economia (nel 1998) Amartya Sen. Per Amartya Sen, «l’idea di libertà investe sia quei processi che permettono azioni e decisioni libere, sia le possibilità effettive che gli esseri umani hanno in condizioni personali e sociali date. L’illibertà può derivare sia da processi inadeguati (come la negazione del diritto di voto o di altri
diritti politici o civili) sia dal fatto che ad alcuni non sono date adeguate possibilità di soddisfare desideri anche minimali (il che comprende la mancanza di possi-bilità elementari. come quella di sfuggire a una morte prematura, a malattie
evitabili o alla fame involontaria)». (da Lo sviluppo è libertàdi Amartya Sen, Oscar Saggi Mondadori, pag. 23).
Sen osserva come sia l’aspetto proces-suale che quello procedurale siano fon-damentali per lo sviluppo come libertà; non basta la correttezza delle procedure così come non basta l’esistenza delle adeguate possibilità per crescere nella libertà. L’individuo è il “centro d’azione”, per il quale disporre di libertà significa essere stimolati a cavarsela da soli, influendo sul contesto, promuo-vendone di fatto lo sviluppo.

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2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Lo so, quando si parte poi magari non ci si ferma piu’ e si discorre lungamente e inutilmente.

    Voglio dire che bastano pochi concetti per esprimersi e’ che a volte ci casco anch’io.
    Tuttavia, le leggi ci stanno schiacciando..?
    Colpa nostra perche’ soprattutto taciamo. Senza reazione non si ottiene NULLA.
    E ma poi abbiamo mai considerato il fatto di come vengono fatte le leggi..?
    Io le chiamerei TRAPPOLE. Sono li’ per colpire il cittadino e non per regolarlo nel ben e bel vivere.

    Appunto, come viene fatta una legge..?

    Beh, si radunano alcuni, un gruppetto di presunti intellighientis, che in base alla loro “cultura” e o intenzione di vita decidono cosa devono fare li ALTRI (art.1 della cartaccia piu’… docet).
    Solitamente sono i componenti di uno stato gli interessati a quel accordo/legge.

    Quindi si ACCORDANO (e’ cosi’ un accordo tra loro e non e’ volonta’ popolare) e poi lo elevano, quel loro accordo, al rango di legge.

    Poi arrivano i TOGHI (rosso/neri) che asseconderanno (se gli va bene) quelli dell’accordo con le condanne o assoluzioni piu’ o meno con le cosiddette “bastonate” se non peggio agli ignari cittadini detti, per PPC, sovrani.

    Ovviamente tutto lo stato di civilta’ girera’ attorno alle leggi/accordi di cui: stampa, scuola, ingiustizia, OrgPro, FFOO, MAFIA e cosi’ via.

    Il peso maggiore ce l’avrebbe l’INTELLIGHENZIA dello stato e status, ma, fortunati loro, non e’ cosi’ perche’ non vengono ne perseguitati e ne visti e presi per essere condannati.
    Proprio perche’ non visti nemici ma amici o facenti parte la BANDA DEI QUATTRO, eppoi sono veri camaleonti, la passano liscia sti CRIMINALI DI PACE che vivono e prosperano nella cosiddetta repubblika demokratika. Gia’, delle banane in tel posto tout court.

    Ne usciremo mo mai..?

    R: NO. Enne O.

    Buona fortuna.

  2. Riccardo Pozzi says:

    Notevole e affascinante il commento, per logica intellettuale e capacità di analisi.
    Mi permetto di aggiungere, con infinita modestia, alcune riflessioni che le argomentazioni esposte suggeriscono.
    Gaber scriveva anche che se si potesse mangiare la propria idea si farebbe davvero una rivoluzione.
    La nostra idea di libertà è nata zoppa. L’unità d’Italia è stata fatta dai burocrati piemontesi d’accordo con il latifondo borbonico alle spalle del resto della penisola, con il mandato da Francia e Inghilterra per tenere a bada il mondo sassone. Difficile, anche dopo un secolo e mezzo, che da questo nasca un concetto di cittadino libero capace di illuminare le coscienze civiche per generazioni.
    L’esempio di Miglio sulla casa è la prova che il nostro è una sorta di sistema comunista di fatto, con eccezione per chi è davvero ricco che vive in un sistema di capitalismo oligarchico.
    In tre generazioni ripaghi di fatto quella che chiama casa tua e nessuno vi vede nessun abominio.
    La libertà è ,sì, uno stato della coscienza, d’accordo, ma soprattutto la possibilità di scegliere, come scrive Amartya Sen. Se puoi scegliere solo il colore della tua cover per slartphone sei semplicemente uno schiavo con vestiti nuovi, ma sempre schiavo.
    Comunque complimenti. (Per ciò che possono valere).

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