Nostro inviato da Barcellona: i catalani baciavano la scheda! In Italia i ministri “scioperano” per gli immigrati. La Lombardia sonnambula il 22 ottobre si svegli

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BARCELLONA – dal nostro inviato – Chiara M. Battistoni – Quando a Malpensa l’aereo tocca terra e riaccendo il cellulare, vengo a sapere leggendo Twitter che ci sono parlamentari italiani (e ministri) in sciopero della fame per votare la legge sullo “Ius soli”. Il pensiero corre veloce alle emozioni vissute negli ultimi cinque giorni come Osservatore Internazionale al referendum catalano dello scorso 1 ottobre; ripenso alla tensione di quei cittadini europei che chiedono di votare per essere riconosciuti popolo, ripenso al silenzio assordante dell’Europa, impegnata a recitare il mantra del rispetto della Costituzione. Ripenso a quelle file interminabili davanti ai seggi, alla polizia che ha impedito in molte sezioni di votare: ormai i filmati di quelle ore hanno fatto il giro del mondo, rendendo assai difficile derubricare le vicende di domenica scorsa come una questione regionale. Eppure in buona parte d’Europa governi, parlamentari e politici hanno preferito trincerarsi dietro un silenzio imbarazzato o, più semplicemente, come in Italia, hanno continuato a occuparsi di altro, scordandosi di ciò che accade alla porta accanto. Si sono scritte pagine e pagine di commenti, dimenticando pure che la Catalunya aveva uno Statuto con ampia autonomia, votato con referendum e adottato nel 2006, Statuto poi “rivisitato” nel giugno del 2010 dalla Corte Costituzionale che riscrisse quattordici articoli, cancellò la parola “nazione” contenuta nel preambolo, reinterpretò altri ventisette articoli. E’ da quel momento che i catalani tornano a chiedere l’autodeterminazione, anno dopo anno, con caparbietà, decisione, nel rispetto del contesto legislativo; dall’altra parte solo un silenzio assordante, proprio come l’Europa di questi giorni, indegna e pavida, che si è scordata di aver vinto il Nobel per la pace.

A distanza di una settimana ho ancora negli occhi, nelle orecchie e nelle narici le sensazioni intense di quella giornata ai seggi, una domenica cominciata molto presto sotto la pioggia battente di Barcellona e conclusa solo a notte inoltrata, incollata alla televisione per vedere tutto ciò che dalla mie posizioni non era stato possibile osservare. Una domenica piena di tensione e di dolore ma anche di rispetto e di ammirazione per un popolo che, nonostante tutto, ha voluto organizzare la consultazione e ha saputo farlo con efficienza, garantendo la necessaria regolarità a dispetto dei collegamenti internet fortemente rallentati nelle prime ore di apertura dei seggi, a dispetto delle requisizioni di urne elettorali, occorse in molti collegi, a dispetto di tutto ciò di cui anche voi siete state testimoni in televisione.

Sono le cinque di mattina quando i catalani raggiungono le scuole in cui si voterà; piove a dirotto ma la gente è organizzata. Davanti ai cancelli che si apriranno solo qualche ora più tardi ci sono innanzitutto i più anziani; molti sono in carrozzina, altri sono accompagnati dai familiari, qualcuno è qui con le stampelle; tutti attendono con pazienza e determinazione. A loro spetterà l’onore di votare per primi; incrocio volti stanchi con occhi fieri, occhi di chi ha atteso questo momento da anni e che, compresa la mia presenza in veste di Osservatore Interazionale, si sente un po’ rassicurato o, semplicemente, scopre di non essere del tutto solo. Si sostengono a vicenda con i loro canti popolari, canti che talvolta ho ascoltato nelle Diade degli anni passati; poi conversano amabilmente, aspettano pazienti senza lamentarsi, nonostante l’acqua che non dà tregua, la mancanza di un riparo e spesso anche di una sedia. C’è preoccupazione perché i cellulari ci restituiscono una realtà via via più complessa, con irruzioni di polizia e conseguente sequestro delle urne. A nessuno però, proprio a nessuno, viene neppure in mente di lasciare la propria postazione; aspettano, con la sapienza e la pazienza di chi al mondo ne ha viste di tutti i colori; trasmettono fermezza, esigono rispetto.IMG_4010

Dietro di loro una pletora di persone riempie via via gli spazi intorno ai seggi, una marea umana che si vorrebbe impenetrabile, a difesa dei propri seggi, del proprio diritto di decidere. All’interno le commissioni si riuniscono e si insediano, gli scrutatori prendono posto; ognuno di loro sa che la sua partecipazione avrà conseguenze amministrative, ma sono lì, tutti presenti, tutti giovani, tutti sorridenti, nonostante la tensione: “No tinc por” , “non ho paura”.

Osservo in silenzio, assisto all’ingresso del primo elettore che con passo spedito, occhi fieri e bocca serrata in una piega dura deposita la sua scheda in quelle urne che in tanti altri seggi sono già state requisite. Poi è la volta dei tanti anziani che ho visto fuori in attesa; quante lacrime ho visto scorrere, quanti abbracci, perfino baci alle urne e alle schede. C’è chi arriva all’urna e piange, chi pretende di raggiungere il seggio senza carrozzina, solo con le stampelle e cammina con tutta la fierezza che ha, scortato, con molta discrezione e a debita distanza, dai propri familiari; chi ha proprio bisogno di sedersi e quasi si scusa perché è stanco, ha necessità di riprendere fiato. E quando raggiungono l’uscita, quel muro umano che difende il diritto di voto, applaude con soddisfazione mentre grida “Hem votat” (abbiamo votato). Si piange, si ride, per le prime ore non c’è persona al seggio che non abbia gli occhi lucidi per l’emozione e la tensione; poi quando con il passare del tempo l’incertezza della prima mattina lascia il posto alla fiducia che si voterà e lo si farà fino alla fine della giornata, l’atmosfera si fa più rilassata, arrivano molti giovani, spesso con figli piccoli, si ride e ci si abbraccia.

Hanno votato, hanno vinto: che siano pro o contro l’indipendenza, ancora una volta i catalani hanno dimostrato in maniera pacifica e democratica di essere un popolo, di avere tutto il diritto all’autodeterminazione, proprio come è già accaduto a tanti altri popoli prima di loro, a partire dagli scozzesi. E’ stata una lezione per l’Europa intera, che dal 1 ottobre non è più la stessa; ricordiamolo tutti, quando saremo chiamati a votare; ricordiamoci di questa domenica in un cui europei come noi, a mille chilometri da Milano, hanno fatto la fila dalle cinque del mattino per esprimere la propria volontà; ricordiamoci degli oltre ottocento feriti catalani, feriti semplicemente perché in attesa di votare! E ricordiamoci dei tanti politici italiani, in silenzio di fronte a fatti tanto gravi.

Gianfranco Miglio ricordava “con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo”; domenica scorsa oltre due milioni di catalani si sono espressi con chiarezza, così come avevano già fatto lo scorso 9 novembre 2014, così come fanno dal 2013 ogni 11 settembre (la Diada); oggi, un’altra corposa parte si è espressa per le strade catalane indossando una maglietta bianca, per chiedere dialogo.

Parlem, con urgenza e prima che la situazione possa degenerare, ma si parli a partire dalle specificità che caratterizzano i popoli iberici. Si parli, consapevoli che le Costituzioni non sono moloc, bensì strumenti dinamici di organizzazione delle comunità, a disposizione delle generazioni in funzione dei tempi, proprio come insegna la Confederazione Elvetica che fa della propria Carta Costituzionale uno strumento in divenire.

Parlem, ricordando che il federalismo è oggi l’unico approccio davvero resiliente capace di tenere insieme comunità diverse in funzione di obiettivi comuni.

Parlem ricordando con Gianfranco Miglio che “il diritto a secedere è un diritto pre – politico, che esiste al pari del diritto di resistenza, come un prius rispetto a ogni Comunità politica organizzata”, a garanzia del carattere volontario e consapevole dell’aggregazione politica.

 

 

 

 

 

 

 

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