L’EPICA NORVEGESE E LA TRAGEDIA (GRECO) ROMANA

di GIUSEPPE D’ANDREA

Nel quadro attuale di incertezza, nascono confronti e discussioni soprattutto in campo economico. Uno dei temi più gettonati dalla blogosfera italiana è il che cosa possa farel’Italia per uscire dalla crisi. Le ricette sono le più disparate, così come le discussioni sulle cause del problema. Secondo un articolo di Informare per Resistere, il nostro paese per uscire dalla crisi dovrebbe essere la Norvegia.

L’articolo si lancia in un’appassionata apologia dello Stato scandinavo, affermando che se l’Italia non avesse così ceduto all’economia di mercato e quindi al famoso “liberismo selvaggio” oggi avremmo potuto essere anche noi come gli ordinati e ricchi scandinavi. Ora, leggendo l’articolo si fa gioco su un solo ed unico punto, lo Stato. L’autore si concentra sulle virtù pubbliche della terra dei fiordi, su come la compagnia petrolifera Statoil sia statale e l’Eni no, su come l’Italia abbia svenduto il suo “capitale pubblico” e la Norvegia no, su come la Norges Bank sia pubblica mentre la nostra Banca d’Italia sarebbe privata e su come la Norvegia non si pieghi alla speculazione internazionale grazie all’eroismo dei pubblici rappresentanti, mentre l’Italia viene martoriata. In virtù di queste assonanze potenziali fra il nostro paese e la Norvegia, l’autore deduce che sia la cattiva amministrazione il problema del nostro paese insieme ovviamente all’immancabile capitalismo “globalista” che ammorba il mondo, dunque con un apparato pubblico più presente e meno privati in giro questo paese potrebbe essere come la Norvegia.

Inutile dire come questa lettura si concentri un po’ troppo sulle assonanze e un po’ troppo poco sulle divergenze. L’Italia è un paese di più di 60 milioni di abitanti, la Norvegia sulla stessa superficie ne ha poco più 5 milioni, in pratica ha qualche centinaio di migliaia di abitanti in meno rispetto alla Sicilia. La sua ricchezza deriva dalla scoperta di enormi giacimenti di idrocarburi, stimati dal BP Energy Survey intorno agli 8 mld di barili di petrolio e 2.900 miliardi di metri cubi di gas naturale, grazie a questo la Norvegia è passata dall’essere una delle nazioni meno prospere fra quelle scandinave ad una delle migliori per reddito pro-capite dell’occidente. La sua compagnia StatOil è detenuta per il 67% dallo Stato norvegese e tratta il 60% del petrolio nazionale. Il settore ha generato in questi 30 anni di attività una cosa come 4.000 miliardi di corone NOK) di cui circa 2.000 miliardi sono andate allo Stato, considerando gli effetti congiunti di tassazione, proprietà diretta e concessione di licenze.

L’Italia dal canto suo ha sì delle risorse petrolifere ma non di questa portata. L’ammontare complessivo dei nostri giacimenti arriva a malapena al miliardo di barili, il citato giacimento della Val d’Agrì avrebbe una consistenza di circa 500 milioni di barili. Il nostro paese è dunque 12 volte più numeroso e ha 1/8 del petrolio norvegese, e questo non può essere trascurato. Inoltre, così come non è vero che tutta la Statoil sia pubblica (Il 34% è posseduto da privati, fra questi oltre il 6% sono banche americane, buona parte delle quali oggi di proprietà del governo USA) e che tratti tutto il petrolio norvegese, sono presenti infatti quasi tutte le compagnie che operano anche Italia, non è vero che l’ENI sia interamente privata; il 30,3% di ENI è del governo suddiviso fra il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti. Inoltre, nessun socio privato può detenere più del 3 % del capitale (il maggiore socio estero è BNP Paribas con 2,29%) senza contare che il governo mantiene poteri speciali, con i quali limita l’operato della società ed esercita prerogative indipendentemente dalla volontà del Consiglio azionario, decisamente strano per una società “sconsideratamente privata”. Detto questo non è nemmeno vero che l’ENI non sfrutti in prima persona i giacimenti petroliferi italiani, anzi. ENI è molto attiva in Italia e all’estero, senza contare tutte le sue attività e società controllate che rendono ENI molto più grande e profittevole di StatOil, rimandando al mittente anche l’accusa di “incapacità”.

Rimane il fatto che la Norvegia per la sua particolare connotazione demografica e la sua ricchezza di giacimenti petroliferi ha un rapporto di esportazioni pro-capite che nemmeno Russia e Arabia Saudita possono vantare. Se dovessimo mettere in relazione le riserve petrolifere (un miliardo di barili) il nostro paese per avere una quota simile a quella Norvegese dovrebbe avere una popolazione di circa 625.000 di abitanti. Se invece volessimo mantenere l’attuale popolazione (60.000.000 di abitanti circa) per mantenere un rapporto simile a quello norvegese dovremmo possedere giacimenti per 96 miliardi di barili!

Non parlerei nemmeno di “opposizioni alla globalizzazione” con troppa enfasi. Il Fondo Benessere Norvegese (FBN), non si limita a incassare proventi dell’attività petrolifera e della tassazione per redistribuirli alla popolazione, come l’articolo allude erroneamente. Il FBN funziona come un gigantesco hedge-fund che “investe” i proventi di tassazione e petrolio nel mercato azionario interno ed esterno con un esposizione abbastanza alta, cosa che non lo mette al sicuro dai rischi dell’attività e dalle perdite operative (ricordiamo ad esempio come nel 2009 l’operato dei manager pubblici norvegesi costò il 14.5% del fondo a causa dell’investimento in banche d’affari fallite o le perdite maturate in investimenti imprudenti sulla già menzionata StatOil). Per quanto riguarda la denuncia al CitiGroup non c’è nessun “attacco speculativo sventato”; la speculazione non punta contro i paesi solidi come quelli del quintetto scandinavo, o finanziariamente solidi come l’Olanda, la Svizzera o la Germania, anzi, investe in titoli e valuta di questi paesi. Non a caso le Corone Svedesi (SEK), Danesi (DKK) e Norvegesi (NOK) sono diventate valute molto richieste, così come i sempreverdi Franchi Svizzeri (CHF) e questo fa pensare che l’autore dell’articolo di “Informare Per Resistere” segua i luoghi comuni televisivi e la demagogia dei rappresentanti politici, piuttosto che adottare un’analisi economica realistica.

Tornando al tema, l’ente Norvegese gestore del fondo, ha denunciato il CitiGroup per avere fatto delle “valutazioni intenzionalmente fuorvianti sullo stato della propria compagnia” e queste valutazioni avrebbero indotto il FBN a comprare i titoli “sopravvalutati” che successivamente sono scesi di valore facendo totalizzare oltre 800 milioni di dollari di perdite. Questa denuncia suona un po’ strana considerando altre attività del fondo, come l’acquisto di titoli di debito pubblico greco, irlandese, spagnolo, italiano e portoghese, considerati profittevoli ed affidabili anche durante la crisi, un gioco reputato da molti analisti decisamente rischioso e, a mio parare, decisamente distante dall’ottica conservativa che un ente pubblico dovrebbe mantenere, facendo sembrare il comportamento del FBN molto simile a quello fortemente speculativo tipico degli hedge-fund che spesso vengono demonizzati e definiti “i cavalieri dell’apocalisse” della finanza privata irresponsabile e avida.

Tralasciando per un momento il confronto Italia e Norvegia, ed estendendo lo sguardo al modello scandinavo, è importante notare come questi paesi siano stati per un lunghissimo periodo di tempo estremamente liberali, con bassi livelli di tassazione e bassi livelli di spesa e caratterizzati da politiche di “laissez-faire” solide. Solo dopo aver raggiunto un livello di ricchezza alto e una crescita economica sostenuta , seguendo il principio della legge di Wagner, si è proceduto progressivamente alla “socializzazione”, il che ha causato un rallentamento della crescita senza azzerarla mai del tutto, ma a volte la socializzazione eccessiva e qualche esperimento poco fortunato (vedi la fallimentare adozione della tassa sulle transazioni finanziarie da parte della Svezia, poi abbandonata) ha causato anche brevi periodi di stagnazione, che sono stati superati variando l’intensità di politiche sociali e liberalizzazioni. Ma qualcosa del passato “liberale” è rimasto ed ha lasciato un potente imprimatur in questi paesi ancor oggi riscontrabile nella solidità e nella chiarezza del sistema legale, nell’adozione di politiche monetarie responsabili, nell’apertura dei mercati e nel basso livello di corruzione, tutte caratteristiche che attenuano l’effetto dispersivo del welfare permettendo a questi paesi di rientrare nella classifica delle libertà fra i posti più alti. Tutte cose che spesso i socialdemocratici e i conservatori, dimenticano di menzionare nelle loro considerazioni.

L’Italia è difficilmente ascrivibile alla categoria dei paesi “liberisti” e chi lo fa ha un concetto di liberismo bizzarro, sopratutto considerando dati quali: l’iper-regolamentazione economica, il funzionamento deficitario della giustizia, l’incidenza del settore pubblico sul PIL (ben oltre il 50%), la lunga serie di società pubbliche e la pressione fiscale asfissiante, il deficit e il debito pubblico incontrollato, gli indici di libertà economica degni di un paese in via di sviluppo, la corruzione, il sindacalismo esasperato, la criminalità sempreverde e la politica tentacolare che parla per “slogan” e non si assume nessuna responsabilità. Questi sono tutti indicatori che ci fanno assomigliare a paesi di stampo sudamericano più che alle democrazie liberali.

A differenza dei paesi scandinavi il nostro passato è tutt’altro che liberale e la repubblica, invece di alternare a normative “sociali” contromisure liberali, ha creato minestroni compromissori fra forze politiche inconciliabili, il tutto con un’ottica di breve periodo all’insegna del “Al domani ci pensa Dio”. Il risultato è che le impalcature dell’organizzazione statale e i loro fragili equilibri crollano pezzo dopo pezzo mentre i partiti politici e una larga parte dell’apparato burocratico si batte a difesa di privilegi che la storia e il momento hanno marcato come ‘insostenibili’. A questo si somma l’effetto spiazzamento della cittadinanza, che all’improvviso scopre non solo di avere sempre meno garanzie, ma di dover pure pagare a caro prezzo quello che era stato erogato “di diritto” alle generazioni passate. Infatti, al disastro istituzionale complessivo si è pensato di ovviare con altri trucchi e scorciatoie, con le quali il settore statale ha messo le sue avide manacce sulle risorse dei privati cittadini, il tutto senza fare nessuna autocritica seria nei confronti delle proprie politiche demenziali.

A differenza di quanto il popolo dei “socialdemocratici sognanti” potrebbe pensare, i guai italiani non sono causa della speculazione, del capitalismo, della diseguaglianza o di complotti internazionali. Il nostro sistema è in crisi perché è diventato rigido e arroccato su sé stesso, risucchiato in un circolo vizioso che annulla la ricchezza dei singoli e produce disavanzi enormi che gli stessi individui dovranno pagare di tasca propria, annientando i propri risparmi. In questo contesto parlare di equità diventa solo uno slogan per chi punta alla demagogia d’accatto, con la quale fare leva sulle disgrazie altrui a scopo politico, fingendo (o facendo finta di ignorare) quali siano le fondamenta della ricchezza di una nazione, che impongono di produrre benessere prima di pensare di redistribuire o equalizzare alcunché. L’equità che i suddetti propugnano è quella della miseria, a vantaggio di uno Stato bancarottiere, sempre più padrone di tutto e di tutti.

L’Italia non ha bisogno di avere quello che ha avuto per oltre 50 anni o di essere un altro paese. Gli attributi bisogna tirarli fuori ora, quando c’è da prendere le proprie decisioni in merito ad un futuro incerto facendosi carico del proprio destino ognuno per la propria parte, senza andare a cercare per il globo giardini dell’eden o come diceva Bastiat, uno “Stato illusorio” mediante il quale ognuno cerca di vivere sulle spalle di qualcun’altro.

 

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