Nord sta al passo con la Germania, il Sud sta peggio della Grecia. Rizzi: Macroregione esiste già

germania eurodi MONICA RIZZI – Che nome vogliamo dare ad un’area geografica ed economica come il Nord, che sta al passo con la Germania, rispetto ad un Sud che, viene certificato, sta peggio della Grecia? La macroregione esiste già. Va solo riconosciuta. Portata avanti come aveva sancito l’Unione europea. L’Europa non è contro il Nord. E’ contro i politici dell’Italia che indebitano i cittadini per foraggiare il voto di scambio del reddito di cittadinanza.

Di recente la Cgia di Mestre ci ha regalato l’immagine di un paese spaccato a metà. Nulla di nuovo, ma occorre rileggere i dati e chi fa politica ha il dovere di dare delle risposte.

“Dopo la crisi, il Nord ha ripreso a correre e con qualche difficoltà tiene il passo della locomotiva d’Europa, vale a dire la Germania, il Sud, invece, arranca e presenta una situazione socio/occupazionale addirittura peggiore della Grecia, che da oltre un decennio è stabilmente il fanalino di coda dell’Eurozona”.

E’ il risultato a cui è giunto l’Ufficio studi della CGIA dopo aver comparato una serie di indicatori economici, occupazionali e sociali della Germania con il Nord Italia e della Grecia con il Sud.

Cosa è stato preso in considerazione? Vediamo: Pil pro capite; produttività del lavoro, export/Pil e saldo commerciale/Pil); lavoro (tasso di occupazione, tasso di occupazione femminile, tasso di disoccupazione e tasso di disoccupazione giovanile); sociale (rischio di povertà o esclusione sociale).

Sapete che pensa la Cgia? Per il segretario Renato Mason,“Il divario tra il Nord e il Sud del nostro Paese   ha radici lontane che risalgono addirittura all’unità d’Italia. Purtroppo, le politiche pubbliche di sviluppo messe in campo in questi ultimi 70 anni non hanno accorciato le distanze tra queste realtà. Anzi, per certi versi sono aumentate, poiché i livelli di crescita delle regioni settentrionali sono stati decisamente superiori a quelli registrati nel meridione, che si conferma una delle aree economiche più disagiate dell’intera Eurozona”.

E con un Paese che presenta uno squilibrio così marcato tra le principali ripartizioni geografiche che non ha eguali nel resto d’Europa, i dati statistici medi dell’Italia vanno sempre interpretati con le dovute cautele. In particolar modo per la forte presenza dell’economia non osservata che, solo per la parte del lavoro irregolare, produce nel Mezzogiorno oltre 27 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso all’anno (vedi Tab. 1).

 

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“Il Sud – chiarisce il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – può contare su una presenza di oltre 1 milione e 300 mila lavoratori in nero che rende le statistiche ufficiali sul mercato del lavoro meno allarmanti di quanto appaiono. Detto ciò, nessuno giustifica questo fenomeno quando è controllato da organizzazioni criminali o da caporali. Tuttavia, se il sommerso è una conseguenza del mancato sviluppo economico di un territorio, al tempo stesso rappresenta un ammortizzatore che consente a migliaia e migliaia di famiglie di non scivolare nella povertà o nell’esclusione sociale”.

E la crescita come va? Al di là che sappiamo di essere a crescita zero, come ha certificato di recente l’Istat, al Sud gli occupati sono sempre meno. Non sono cresciuti col job’s act e non sono cresciuti col decreto dignità. E’ lo stagno della stagnazione. Che parla questa volta è la Fondazione Moressa.

A un decennio dall’inizio della crisi economica che ha pesantemente colpito il nostro Paese, il Sud è stata la ripartizione geografica del Paese più penalizzata. Secondo una elaborazione della Fondazione Leone Moressa, tra il 2008 e il 2017 il Mezzogiorno d’Italia ha perso 310.000 occupati e ha registrato un aumento dei disoccupati pari a 592 mila unità. Sempre nello steso arco temporale, al Nord i posti di lavoro sono aumentati di 74 mila unità, mentre il numero dei senza lavoro è salito di 413 mila. L’Istat, tuttavia, stima che nel Mezzogiorno le unità di lavoro standard in nero siano pari a 1.300.000, contro le 776 mila presenti nel Nordovest e le 517.400 “occupate” nel Nordest.

Attenti bene ora al dato della Cgia.  “DAL 2015 I MERIDIONALI HANNO RIPRESO A MIGRARE AL NORD Tra il 2008 e il 2017 i lavoratori che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centronord sono diminuiti di quasi 16 mila unità. Dieci anni fa erano stati poco più di 160 mila coloro che avevano lasciato il Sud per risalire la penisola; l’anno scorso, invece, la quota ha sfiorato le 145 mila unità. Dal 2015, anno in cui la ripresa economica si è consolidata anche in Italia, il numero di cittadini del Mezzogiorno che per ragioni di lavoro ha raggiunto il Centronord è tornato a crescere. Se 3 anni fa a lasciare il Sud erano stati poco più di 113 mila addetti, nel 2016 il numero è salito a 137 mila per sfiorare l’anno scorso quota 145 mila. I dati appena segnalati sono dello Svimez”.

Vediamo nel dettaglio i risultati emersi dalle comparazioni richiamate più sopra. Pil pro capite, produttività del lavoro ed export In termini di Pil pro capite il Nord Italia sconta un differenziale negativo con la Germania di poco superiore ai 4.300 euro; il dato del Mezzogiorno, invece, è superiore a quello greco di 2.000 euro. Tuttavia un cittadino del settentrione  dispone di oltre 15.600 euro all’anno in più rispetto a un residente al Sud. Ma il costo della vita è ben diverso.

 

Sul versante della produttività del lavoro (valore aggiunto per occupato in euro), invece, sia il Nord sia il Sud hanno la meglio rispettivamente della media tedesca e di quella greca. E’ questo l’unico indicatore tra i 10 presi in esame dove l’esito delle due macro aree del nostro Paese è migliore di quello registrato a Berlino e ad Atene. I

In merito all’export, il Nord Italia si difende bene rispetto ai record tedeschi, anche nel rapporto tra saldo commerciale e Pil. “Tra la Grecia e il nostro Sud, invece, le esportazioni sul Pil sono maggiori nel Paese ellenico, anche se il Mezzogiorno d’Italia conta una bilancia commerciale meno squilibrata di quella greca”.

Tasto infine dolente. Occupazione e disoccupazione. “In Germania il tasso di occupazione generale è superiore di quasi 10 punti, il tasso di disoccupazione, invece, è di poco inferiore alla metà (3,8 contro il 6,9 per cento). Altrettanto forte è il divario riferito al tasso di disoccupazione giovanile: in Germania è quasi 4 volte inferiore (6,8 contro il 24 per cento)”.

Vediamo nel confronto Sud e Grecia, chi la meglio. Nel tasso di disoccupazione generale il Mezzogiorno sta meglio  (19,4 contro 21,5 per cento). Ma per il resto, la Grecia sta meglio del Mezzogiorno.  Rischio povertà: distanze abissali. I greci sono meno poveri. (vedi Tab. 2).

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One Comment

  1. Vaudano says:

    Dall’analisi di questi dati, si evince che la principale leva sulla quale si dovrebbe intervenire, al Sud ma in parte anche al Nord, è il tasso di occupazione: esso infatti è piuttosto basso al Nord (66,7 contro il 75,2 tedesco) e bassissimo al Sud (44%).
    Tale bassissimo livello di occupazione non è tuttavia conseguenza di un egualmente basso livello di produttività: il valore aggiunto per occupato (VAO), nel Nord è superiore a quello tedesco, il che significa che ci sono spazi di crescita dell’occupazione (la quale produrrebbe un progressivo calo del valore aggiunto marginale).
    Nel Sud il VAO tocca livelli tutt’altro che disprezzabili (oltre 50.000 euro a fronte dei quasi 65 della Germania), il che fa sì che, anche in questo caso, si potrebbero creare numerosissimi posti di lavoro al Sud “appetibili” per delle imprese che desiderassero investire e produrre: chiaramente, tali numeri a proposito di produttività del lavoro devono trovare il loro corrispettivo in un adeguato costo del lavoro (che questo studio non riporta, ma il costo del lavoro italiano è nettamente più basso di quello tedesco).
    Insomma, “quel che manca al Sud è il lavoro”: è indubbio che i recenti interventi a livello di reddito di cittadinanza vanno nella direzione opposta a quella opportuna; sarebbe opportuna, invece, una deregulation che consentisse uno scollamento tra i costi del lavoro al Nord e al Sud, come riflesso dei diversi livelli di produttività (64,9 vs. 50,2).
    Il dato riportato sul rischio di povertà, invece, è poco parlante: come indicato nelle note, si riporta il valore di povertà relativa, i cui valori (trattandosi del 60% del reddito mediano del paese) sono molto diversi se riferiti alla Germania, all’Italia o alla Grecia (e, pertanto, non confrontabili).

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