Nord: lavori senza sbocchi, precarietà. Pensioni da fame. Questo è il presente a casa nostra

senza lavoro nuovo
di Riccardo Pozzi – Quando alla piccola Angela nacque il decimo figlio, il marito e il resto della famiglia non sorridevano più di tanto. Erano così poveri che il pasto era unico e Angela non riusciva nemmeno a vestire tutti in modo adeguato alla stagione. Qualche anno dopo rimase anche vedova e solo l’aiuto dei primi figli ormai grandi impedì la bancarotta. L’intera famiglia si sistemava, durante la notte, in due letti matrimoniali. Ma il posto che restava disponibile alla sia pur minuta madre era così esiguo che Angela si abituò a dormire con le gambe che uscivano dal letto e i piedi sul pavimento.
Dormi così per così tanti anni che alla fine, quando ormai i figli più grandi si erano sposati e nei due letti matrimoniali si era liberato un po’ di posto, non riusciva più a dormire normalmente coricata e tenne per anni i piedi ancora fuori dal letto.
Mi è venuta in mente questa vecchia storia del mio paese quando ho letto di un neopensionato, pensioni da pochi spiccioli, s’intende, come si addice ai veri lavoratori, che non riusciva ad ingranare nella sua nuova realtà di non lavorante. Una cosa così diffusa da sembrare banale, fantozziana, si sarebbe detto qualche anno fa.
Invece il disagio di questo ex lavoratore fuori posto si è protratto fino ad imbracciare un fucile da caccia e a farla finita.
Succede che nella nostra compunta e connessa vita da moderni ci si scordi di farci alcune domande fondamentali: Io sono il mio lavoro oppure sono qualcosa di più e di altro?

Alla povera gente che deve lavorare per sopravvivere, spesso impegnandosi in lavori senza sbocchi, senza prospettiva e senza dignitosa remunerazione, viene spesso la sensazione di sentirsi in gabbia. Gli impegni di tutti i giorni, le utenze da pagare, la spesa, i vestiti, la revisione della macchina che scade, diventano una invisibile prigione di cui oggi sembra si debba addirittura ringraziare, perché almeno un lavoro ce l’hai.
Eppure, proprio per non continuare a dormire con le gambe fuori dal letto, per non andare in depressione semplicemente perché abbiamo smesso di fare quello che abbiamo dovuto fare ininterrottamente per quarant’anni, dovremmo ricordarci che noi non siamo solo il nostro lavoro, per quanto con passione e serietà noi lo si faccia, noi non siamo solo quello.
C’è qualcosa di più, c’è l’obbligo verso noi stessi di prepararci a rompere la gabbia prima che sia lei a farci credere di essere inevitabile.

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