Nord e Sud, due Italie, due partiti…

25due italiedi ROMANO BRACALINI – Giustino Fortunato, liberale meridionale, infaticabile critico dell’unità italiana, scriveva a un amico nel 1877: «Per quanto suoni male la parola, che resuscita all’orecchio l’eco delle canzoni francesi alla calata di Carlo VIII – nous conquerons les Italies – due Italie non solo economicamente diseguali ma moralmente diverse».

Fortunato non lo diceva a cose fatte, ma come se l’avesse sempre saputo scriveva nel 1899 a Pasquale Villari: «Sì, la scissura si accentua; e più si accentuerà via via. Sono stato il primo a osar dire, in pubblica Camera, che la questione della nuova Italia è la questione delle due Italie, in antagonismo tra loro, come fra due civiltà, l’una superiore e l’altra inferiore: e soggiunsi, la gravezza del problema è anche in ciò, che la inferiorità dell’una è, in gran parte, per ragioni naturali, poiché – contrariamente all’opinione generalissima – l’Italia meridionale, cioè a dire mezza Italia, meno poche plaghe, come la Campania, la provincia di Bari, il litorale siculo di Palermo e Catania, val poco assolutamente poco: altro che giardino d’Italia!».

Il “capolavoro” cavouriano avrebbe ben presto mostrato i propri limiti, nei tratti distintivi di una crisi istituzionale che l’abile tessitore”, pareva mostrare qualche dubbio, se sul letto di morte, a pochi mesi dalla proclamazione del regno, disse che «l’Italia settentrionale è fatta. Non vi sono più lombardi, né piemontesi, né toscani, né romagnoli, noi siamo tutti italiani. Ma vi sono ancora i napoletani», frase che i censori di storia patria cancellarono perché non si addiceva allo spirito di “fraternità” del Risorgimento realizzato. Aveva aggiunto, cogliendo un difetto storico che non è stato più emendato: «V’è molta corruzione nel loro Paese. Non è colpa loro, povera gente. Sono stati così mal governati….».

Anch’egli finiva per fare delle condizioni del Sud, che veniva appiccicato all’Italia, dalla Toscana in su, un quadro convenzionale e di comodo, assolvendo i meridionali dalla specifica responsabilità d’aver fatto ben poco per darsi una classe politica migliore. Esattamente come oggi, a oltre 140 anni di distanza, l’Italia è ancora divisa in due dalle insorgenze napoletane della spazzatura, che nessuno rimuove, ma all’atto di votare il governatore Bassolino può contare su un plebiscito di stima. È il permanere di un visione stantia e pigra che vede nel potere, qualunque esso sia, l’obbligo di soggiacervi con umiltà di suddito e scaltrezza di servo. Non si pretende la virtù ma il trionfo dei vizi più corrivi.

Non si eleggono gli amministratori più onesti e capaci, ma i protettori più riconoscenti e generosi, i garanti dello “status quo”. La Napoli del dopoguerra, orfana della monarchia di Savoia, come nel 1860 lo era stata di quella dei Borboni, sempre in arretrato di una idea e di una dinastia, decretava il medesimo tributo popolare al comandante Lauro che non prometteva nulla al di fuori di un chilo di pasta e della scarpa sinistra da appaiare alla destra offerta al buon popolo napoletano in campagna elettorale. E la protesta dei forestali di Calabria non ha i contorni della separazione dal resto d’Italia, di un’ennesima insorgenza borbonica, di una rivolta plebeaplebea, con le centinaia di manifestanti accampati sui binari? Che c’è di diverso dalla sollevazione a comando della folla palermitana contro i gendarmi borbonici squartati e messi in vendita sui banchi della Vucciria, dopo l’ingresso di Garibaldi in città nel 1860? Tutto il meridione in fiamme, dal Faro alle Calabrie, al Beneventano delle provole, in un sogno di redenzione di brevissima durata, e il popolo con le roncole e i coltelli a farsi giustizia, le foreste della Sila piene di insorti per poi ritornare all’antico torpore, al fatalismo, alla vocazione assistenziale un secolo e mezzo dopo ovvero ai maneggi soliti del vecchio notabilato solo perché Loiero Agazio, paladino della “rinascita meridionale“,  ventilava l’ennesima prevaricazione nordista in danno del povero Sud.

Anche nell’Ottocento, quando la disputa era appena all’inizio, ci si lamentava dei pregiudizi dei settentrionali, «specialmente dei signori lombardi, secondo cui i meridionali non pagano imposte e scialacquano sul bilancio dello stato…». Se si diceva con tanta insistenza forse qualcosa di vero c’era; ma ciò che si rileva con qualche stupore è che la natura delle critiche non sia in fondo molto cambiata. A proposito dell’incipiente conflitto tra settentrionali e meridionali, l’onorevole Enrico Ferri, socialista, aveva suscitato un vespaio dicendo alla Camera «come al Sud esistono oasi di onestà, così al Nord esistono oasi di disonestà». Insorsero sdegnati i deputati meridionali che non ignoravano come stessero le cose.

«Dio buono! – esclamava ancora Giustino Fortunato. – Il governo italiano, mediante i deputati e i ministri meridionali, ha sostenuto
e sostiene, quaggiù, tutte le camorre provinciali e comunali.. L’abisso fra Nord e Sud, anche per questo, si andrà sempre più allargando…».
Ed è proprio sul Sud – che vede nel Federalismo lo spauracchio che potrebbe mettere fine a una prassi di assistenze e protezioni
– mentre è ripresa la corsa al Nord di studenti e laureati meridionali, a riprova che forse al Sud qualcosa non funziona – che è scoppiata la crisi di governo con una divaricazione di interessi e patronati che esulano da quelli collettivi e nazionali. Si è tornati ai due partiti di rappresentanza dei due poli del Paese, che non sono la destra e la sinistra, ma il Nord e il Sud, due realtà inconciliabili, come attesta lo scontro più drammatico da un secolo a questa parte. L’olio e l’aceto stanno bene insieme; ma due Paesi sono una cosa diversa.

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One Comment

  1. caterina says:

    da quel che ho letto e appreso nel corso dei miei ultimi vent’anni, non è imputabile al popolo l’incapacità di rovesciare una situazione consolidatasi in tanti secoli nel sud, ma alla classe medio alta per cultura e per censo, che è sempre stata proclive a salire sul cavallo vincente favorendone la vittoria, avendo la possibilità di farlo per contatti e prestigio, e pensando a opportunità affaristiche e di maggior potere…
    E’ quello che succede anche oggi dove si pongono ostacoli alle aspirazioni dei popoli di scrollarsi di dosso il giogo che li opprime. Madrid docet, ma anche Roma…
    Nel Sud Italia prevale l’inveterata rassegnazione e quella che possiamo chiamare furbizia, o l’arte di intrufolarsi o di arrangiarsi con qualsiasi mezzo sperando di sopravvivere… ma chi può fugge all’estero, quello più vicino che è il Nord Italia (fabbriche scuole o burocrazie varie), o quello più lontano per i più coraggiosi e preparati…

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