Non toccheranno la Fornero. Lo (ri)spiega bene l’idraulico

forneroEravamo nell’aprile del 2018 e il nostro collaboratore Riccardo Pozzi, con il facile sarcasmo che lo contraddistingue, dipingeva l’iter della riforma previdenziale l’indomani del successo elettorale della Lega. Attenti bene, 2018-2019. E cosa è  accaduto? Accanto al reddito di cittadinannza è arrivata la pensione di cittadinanza. Al posto della cancellazione della Fornero, è arrivata una provvisoria quota 100. E tutti in pensione almeno a 67-68 anni di età. Ogni tanto vale la pena rileggere il passato e scoprire che è presagio del presente politico! (ste.pi)

di RICCARDO POZZI – Immanuel Kant, diceva che le norme devono  essere ispirate dalla realtà e non viceversa. Molto più recentemente il mio idraulico è arrivato ad affermare che la pancia piena è fisiologicamente incapace di pensare per quella vuota. E sebbene il concetto non sia affatto banale, un amico medico ne ha fatto una onorevole via di mezzo, asserendo con solennità che i pregiudizi sono come i brufoli, vediamo sempre prima quelli degli altri.  Mentre i diritti sono come i dolori, tendiamo a sentire solo i nostri.

Alla luce di queste alte ispirazioni filosofiche sarà utile osservare quello che succederà alla legge Fornero  nel futuro prossimo.

In Italia è prassi consolidata lasciare che i problemi marciscano per poi cercare di risolverli un attimo prima che esplodano.  Così è avvenuto per la questione previdenziale, che la riforma di Monti non ha affatto messo in  sicurezza e che nei prossimi dieci anni si abbatterà come una tagliola sulle sciagurate dinamiche demografiche del paese.

La parola magica è: “diritti acquisiti”, ovvero quei diritti previdenziali promessi e concessi dai governi italiani che, forti del bengodi derivante dalla crescita negli anni del boom economico, hanno distribuito con la deliberata consapevolezza di chi sta spendendo i soldi altrui, vendendo per voti  privilegi pensionistici privi del requisito minimo di vergogna e sostenibilità futura.

Anche l’ultimo impiegato dell’INPS conosce benissimo la situazione e sa bene che le generazioni nate dal ‘58 al ’63, a mano a mano che si affacceranno all’età pensionabile, faranno esplodere la spesa previdenziale senza che i lavoratori attivi riescano a reggerne il peso.

Sanno bene che otto milioni di persone assistite che non hanno mai versato contributi e  oltre tre milioni che percepiscono una pensione sopra i tremila lordi mensili calcolata sulla loro retribuzione e non sulla loro reale contribuzione, sono un peso che la nostra economia non è in grado di reggere.

Tutti sanno cosa occorre fare: ricalcolare tutte le pensioni , oltre il minimo,  con i requisiti contributivi e togliere l’assistenza pura dalle spalle della previdenza. Sgravare dal pubblico impiego chi è stato assunto solo per votoscambismo  e responsabilizzare tutti i territori tarandoli sui regimi di spesa dei più efficienti.

Ma questo costa fatica politica e impopolarità.

Perciò tutti quelli che oggi dichiarano di voler cambiare la legge Fornero non lo faranno, proclameranno di mettere mano ai diritti acquisiti solo per chi percepisce redditi molto alti, ben sapendo che, purtroppo, non sarà sufficiente ma tranquillizzerà il corpaccione elettorale. Intanto i problemi continueranno a marcire, in mezzo a politici che promettono aggravi di spesa pubblica e la realtà che ne impedisce la realizzazione.

Il povero Kant è morto da un pezzo, l’amico medico ha sempre più ragione, ma è il mio idraulico  quello ad aver fatto ancora una volta centro.

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One Comment

  1. Carlo De Paoli says:

    Una cosa manca a questa disamina, la variazione che è intervenuta nella gestione dell’ INPS negli anni 60 quando i governi di allora cambiarono il sistema previdenziale da “sistema a capitalizzazione” a sistema a “ripartizione”.
    La differenza è fondamentale!
    E, ancora, quando nel ’73, sempre del secolo scorso, si assegnò la gestione dell’ Ente al sindacato; periodi che segnarono l’inizio dello spreco dei soldi accantonati dai lavoratori usati, non per sostenere le funzioni proprie dell’Istituto, ma per comperare voti a vantaggio della partitocrazia, ed il sindacato si prestò, contro gli interessi dei lavoratori, ad usare quelle riserve economiche per la compravendita dei voti con i soldi accantonati dai lavoratori per le loro pensioni.
    Due azioni che hanno portato l’Ente, una volta, molto “ricco”, sull’orlo del fallimento, fino al punto, negli anni ’80, di espropriare gli altri Enti non “toccati” fino a quel momento dalle “mani” rapaci dei partiti e del sindacato complice dei primi.

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