Non siamo Sparta, meglio la leva locale

esercitodi GILBERTO ONETO – La Repubblica italiana ha rinunciato alla leva obbligatoria optando per un esercito di mestiere. Prima di cercare di capire se questo sia un bene o un male per il nostro progetto padanista, serve vedere cosa abbiano significato le Forze armate in Italia e quale sia il significato della leva. La leva moderna è un’invenzione della Rivoluzione francese e risponde alla necessità di disporre di truppe numerose ed “economiche”, possibilmente motivate da qualche forma di idealità e partecipazione.

Prima di allora (con la sintomatica eccezione di Roma antica) quello delle armi era un mestiere che esercitava chi ne aveva vocazione oppure i liberi cittadini in caso di pericolo. La leva obbligatoria era stata conservata dal Regno di Sardegna e trasmessa all’Italia unita: in tutti gli altri Stati non esisteva se non in forma molto marginale. Per soddisfare le pesanti esigenze di aggressività si è da allora sempre tenuto impegnato un esercito costoso e numeroso, con una ferma che è arrivata a toccare i sette anni.

L’esercito sardo (e la marina a esso collegata) è sempre stato una delle colonne della monarchia sabauda che proprio sul disinvolto impiego della guerra e della diplomazia aveva costruito il suo potere e allargato i suoi domini. È perciò stato del tutto naturale che alle Forze armate si fosse guardato con grande attenzione nel
processo di conquista e di unificazione della penisola. In armamenti il Regno di Sardegna aveva investito una fortuna economica tassando i suoi sudditi, mettendo a repentaglio un’economia florida e accumulando una massa di debiti che peseranno sul futuro del nuovo Stato.

Il ragionamento era piuttosto semplice nella sua brutalità: ci si indebita per costruire una potente macchina da guerra e si recupera l’investimento rapinando le ricchezze dei paesi conquistati. Si tratta di un’operazione vecchia come il mondo, che aveva tenuto in piedi l’antica Roma per qualche secolo e che è stata pedissequamente  imitata da tutti i prepotenti della storia, da Napoleone a certi Imperi contemporanei.

L’idiozia è stata ripresa con futuristica baldanza da Marinetti con la proposta di vendere tutte le opere d’arte per acquistare armamenti con cui riprendersi il tutto conquistando il mondo.

Nel Risorgimento il giochino aveva funzionato solo a metà perché le spese sono risultate maggiori del ricavato e perché in troppi avevano cercato di mettere contemporaneamente le mani (e lo hanno fatto) sulle risorse degli Stati annessi: i Savoia, i mazziniani, i garibaldini, le grandi lobby economiche, gli “investitori” stranieri e una infinita e vorace banda di patriottici profittatori. Alla fine ci si è trovati con un grande apparato bellico che richiedeva continue risorse e una economia disastrata. La così costosa macchina militare non ha neppure soddisfatto
le aspettative: nel 48, dopo qualche effimero e marginale successo, è stata sonoramente legnata da un esercito serio guidato da un comandante capace, nel ’49 si è andati direttamente alla sconfitta, nel ’59 il grosso del lavoro lo hanno fatto i Francesi, nel ’60 si è trattato di una passeggiata piuttosto spavalda contro eserciti inesistenti e con feroci bombardamenti di città assediate (Ancona, Capua, Gaeta), nel ’66 di fronte a un esercito in difficoltà si è riusciti a mettere assieme solo umilianti sconfitte.

La conquista di Roma è stata una farsa ridicola. Neanche le guerre contro avversari inesistenti sul piano militare hanno sortito esiti meno nefasti: l’esercito italiano è riuscito a farsi bastonare piuttosto duramente da una volonterosa ma scalcinata forza tribale come quella abissina e ci ha messo quasi vent’anni di poco onorevole violenza violenza a piegare la resistenza libica. La storia della Prima guerra mondiale è troppo nota: inutili massacri, imbecillità e cinismo di comandanti incapaci, fino a una vittoria che è stata il semplice inseguimento di un esercito ormai disfatto (per cause interne) che se ne stava tornando a casa. In Etiopia nel 36 si è “vinto” grazie a una stravolgente superiorità tecnologica e con l’impiego di mezzi non propriamente commendevoli, in Spagna l’unica grande sconfitta dei nazionalisti l’hanno procurata gli italiani a Guadalajara.

La Seconda guerra è quel disastro totale che tutti conoscono. Non serve ricordare come la responsabilità di questa tradizione ingloriosa non possa essere in alcun modo addebitata ai soldati o alla scarsa abnegazione dei singoli (che è invece stata presente in misura spesso ragguardevole): resta il fatto che il valore militare dell’Italia unita è oggetto di irridenti storielle raccontate ai quattro angoli del mondo.

In realtà, oltre che come (sgangherata) macchina di offesa e di conquista, l’esercito è stato sempre visto nell’Italia unita come strumento di repressione e di oppressione interna. Si tratta di una parte che  ha saputo recitare assai meglio: a Genova nel ’49, nel Meridione fra il ’60 e il ’70, a Torino nel ’64, a Palermo nel ’66, a Milano nel ’98, un po’ dappertutto a cavallo del secolo (rivolte de La Boje, Fasci siciliani, settimane rosse, eccetera), ufficiali e generali carichi di galloni e stellette hanno saputo dimostrare contro popolazioni inermi il tronfio coraggio che è decisamente mancato sui campi di battaglia veri.

Per questa ragione il reclutamento è sempre stato effettuato mescolando i soldati, per evitare che si potessero formare sacche di solidarietà o connivenza con le popolazioni da reprimere. Per questo i reparti sono sempre stato formati miscelando le reclute delle diverse regioni e facendo loro svolgere il servizio il più lontano possibile da casa.

Assieme alla scuola dell’obbligo, la ferma obbligatoria è infatti sempre stata concepita anche come uno strumento di imposizione di italianità, di propaganda unitarista e nazionalista, come forma di amalgama di giovani appartenenti a comunità diverse. Non è un caso che la retorica tricolore insista sulla trucida immagine di identità nazionale che si è formata nelle trincee della grande guerra. Oggi questo compito di sradicamento dalle proprie origini è portato avanti con ben maggiore efficacia dalle televisioni e non serve più tenere in vita la finzione del “villaggio

italiano” nelle caserme. A fare da patetico surrogato alla leva serviranno per qualche lustro le associazioni d’Arma, vere e proprie “fucine” di patrio e retorico ardore. Oggi non serve più neppure la finzione dell’esercito del popolo, inteso come espressione dell’intera comunità dei cittadini italiani: le Forze armate diventano un mestiere praticamente riservato ai meridionali per maggiore disponibilità, per consolidata tradizione e per una precisa scelta a vantaggio dell’etnia prevalente in tutte le istituzioni dello Stato. Lo prova anche l’assalto di migliaia di aspiranti guerrieri registrati dalle cronache di questi giorni, che sembrano avere trasformato
l’intera Magna Grecia in una energetica periferia di Sparta.

In questa situazione non serve più ricordare i vantaggi di un esercito popolare e della leva locale: la maggior garanzia democratica, il maggiore affidamento in termini di fedeltà ed efficienza, il forte legame con il territorio e degli uomini all’interno della stessa comunità. Si tratta di considerazioni che possono valere solo per uno Stato federale e liberale.

Non a caso il reclutamento e l’inquadramento locale si ritrovano ad esempio
nell’Esercito svizzero e nella Guardia Nazionale americana. La sola parziale eccezione alla regola unitaristica dell’esercito italiano era rappresentata dagli alpini, il cui reclutamento avveniva in talune aree geografiche ben definite. Anche per questo si tratta delle unità che hanno dimostrato nel corso della storia la massima efficienza operativa e il più alto spirito di corpo. Non è un caso che a opporsi all’istituzione dei reparti alpini fosse stato il generale Pianell, che aveva tradito l’esercito borbonico per una facile carriera in quello sabaudo e che si doveva mostrare iperpatriottico e nemico di ogni istanza di autonomia.

Proprio sul principio del reclutamento alpino (che si ritrovava anche nelle Cernide veneziane e negli Schützen tirolesi, che erano tenuti a servire l’Impero ma che non potevano essere allontanati dalle loro valli) si dovrà strutturare la ricostruzione di un esercito padano su base popolare, intimamente legato al territorio anche mediante l’appartenenza a unità a reclutamento e inquadramento locale.

Nessun prepotente ha mai cercato di aggredire la piccola Svizzera perché a difenderla c’erano gli uomini liberi delle sue valli, con ufficiali del posto, reggimenti cantonali e sotto le bandiere di libertà delle libere comunità locali. Chiunque abbia fatto il militare ricorda la sgradevole sensazione di inefficienza, inutilità e mediterranea sciatteria di quei mesi: non rammarichiamoci oggi più di tanto che l’esercito italiano proclami apertamente la propria italianità.

Ci sono due grandi vantaggi: si fa chiarezza nei ruoli (chi occupa chi) e non si fa perdere tempo ai nostri ragazzi. Chi si preoccupa che possa costituire un pericolo si rassereni: non ha mai funzionato. Il vero svantaggio è se mai un altro: che siamo noi a pagare. Ma neanche questa è una novità.

(da il settimanale “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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