Niente Natale a Zonderwater. Dal campo 35: “Mia carissima moglie, sono sempre in ottima salute”

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di STEFANIA PIAZZO – “La mia cattura è avvenuta il 28 aprile 1941 ad Asmara da borghese, ma considerato militare per essere stato richiamato il 27 aprile, e il 16 febbraio smobilitato per anzianità di classe in base ad una circolare del comando superiore”. E’ mio nonno, Augusto “Momo” Piazzo, che scrive dalla prigionia alla moglie, mia nonna Nori, un anno dopo, il 26 febbraio 1942. Gli è permesso di comunicare con la famiglia un anno dopo, con restrizioni indefinibili, tranne brevi cartoline, dal campo 330 e poi 335;  è in mano agli inglesi in Sudan poi in maggio va al campo campo 35 blocco 9 in Sud Africa (Union of South Africa), a Zonderwater (che in lingua boera significa senz’acqua)*.

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PARTITO DA PONTE DI BARBARANO

Era partito da Ponte di Barbarano il 1° luglio del 1938, diretto al villaggio di Ugarò nel bassopiano dell’Eritrea occidentale come falegname. Nelle colonie c’è lavoro. Nel Veneto si fa la fame. E nel suo primo diario scrive: “La mia situazione a casa non mi prometteva non solo un modesto benessere ma neppure di salvaguardare l’incerto bilancio famigliare”. Lascia a Vicenza quattro figli, mio padre è l’ultimo arrivato ed ha tre anni. Lo rivedrà quando a 8 anni è già un ometto. “Il mio piccolo e caro Tonin non voleva saperne affatto della mia partenza… malgrado cercassi parole dolci e lusinghiere… Poveretto… ancora aspetta il suo papà”.(Nella foto sopra, Augusto con la compagna Peperina).

Non c’è una lettera, non c’è una pagina dei diari di prigionia del nonno, in cui si parli del Natale. Era un ricordo innominabile. Solo il Natale del 1938 viene citato come evento di festa nella piccola colonia di Ugarò. Niente più. Il Natale non è cosa per tutti.

 

IL NATALE NON ESISTE, ESISTE SOLO LA FAMIGLIA

Il Natale mi è indifferente, cari lettori. Perché oggi il Natale, non ha un presente né un futuro. Il Natale non ha un lavoro ed è perciò disperazione. Il Natale non ha speranze. Il Natale è rassegnazione. Non ha auguri. Il Natale è precariato.

E’ solo il ricordo degli affetti che conta. Rileggendo i faldoni delle lettere di mio nonno dalla prigionia esce una sola parola: resistere per tornare. Oggi, si resiste ma senza una meta, non c’è un punto di arrivo. Si è prigionieri di una lenta speculazione che lacera, umilia, distrugge. Solo il passato nutre certezze. E’ la sola consolazione. Solo nella famiglia c’è considerazione e protezione. Ieri come oggi si è costretti a mentire: “Qui tutto bene, sono in ottime condizioni”.

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DEVI DIRE QUELLO CHE VOGLIONO SENTIRTI DIRE

Dal campo 35  blocco 9 Augusto inviava cartoline. Non era ammesso scrivere oltre quanto previsto tra le frasi da sbarrare.

  • Io sto bene, spero anche voi
  • Ho ricevuto posta
  • Aspetto vostre notizie

Sulla cartolina c’è l’avvertimento: Scancellare la frase inapplicabile

  • Saluti cari

E tra parentesi, sotto: E’ vietato aggiungere qualsiasi frase

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UNA INFINITA’ DI AFFETTI NEI MIEI PENSIERI

Ogni tanto, qualche lettera. “Mia carissima moglie, ti sia di conforto pensarmi in ottima salute”, Augusto Piazzo prigioniero di guerra, n. 262577, 16 agosto 1941. “Mia carissima moglie, sono sempre in ottima salute”, 6 marzo 1942. “Godo ottima salute, come spero di voi tutti… Una infinità di affetti sono sempre nei miei pensieri”, è il 22 agosto del 1942. Ogni scritto è una rassicurazione, sapendo di mentire. Il 26 aprile 1943, dalla baracca del blocco 9: “Sto bene e sono sempre allegro, perciò vivete tranquilli”, vostro Augusto, italian prisioner of war n. 253371.

Il 4 settembre 1942: “Cara Nori cerca di scrivermi molto spesso, vivete sempre tranquilli e con fiducia pregate sempre”. Le lettere si accavallano, per mesi non vengono recapitate, si perdono, poi si intrecciano.

 

PAPA’, VENGO A PRENDERTI CON L’APPARECCHIO

 

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Qui sopra, mio padre Antonio scrive in grafia e ortografia incerte un messaggio tenero al padre: vuole andarlo a prendere e portarlo a casa, “vengo io a prenderti con l’apparecchio”.

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Superata ancora la censura, i figli raccontano ad Augusto la loro vita, in poche righe imperfette seppure preziose, che devono durare mesi o anni. “Dovevi tornare quando avevo sei anni, invece ne ò già 7”, scrive mio padre. Un po’ di beata incoscienza arriva al campo 35: “La nonna non mi vende nianche per 10 sacchi di pulci”.

 

101MILA ITALIANI NEL CAMPO DI PRIGIONIA DI ZONDERWATER

Dai diari di prigionia ritrovati di mio nonno, da poco in mio possesso, emerge la ricostruzione  delle giornate nel campo di concentramento. Non potrò che con cura amorevole di nipote ricostruire il suo passato, e  la scoperta dell’associazione che cura la memoria dei 101mila italiani che furono detenuti a Zondewater dal 1941 al 1947, l’Associazione Zonderwater Block ex Pow, non fa che confortare questo lavoro di piccola filologia parentale.  (Ora, con risorse proprie, l’associazione sta realizzando la riproduzione delle oltre 100 mila schede nominative dei prigionieri, vera miniera di dati salvati dall’oblio, unica e completa documentazione esistente sulla vicenda,  fra l’indifferenza delle nostre istituzioni nazionali, e cura incessantemente la ricerca di reperti con cui arricchire l’ordinatissimo museo. Particolarmente curato è il cimitero, capace di non sfigurare agli occhi esigenti dei visitatori di cultura britannica, si legge sul sito www.zonderwater.com). Nella foto sotto, l’ufficio che smistava e verificava la corrispondenza dei prigionieri e da cui sono passate le lettere e le cartoline di Augusto.

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UN UOMO POVERO SVETTA SULLE RICCHE MISERIE

Nella nostra casa sono  conservati come i beni più preziosi alcuni oggetti che il nonno conservò dalla prigionia. Pipe snodabili per evitare il vento, scavate nelle radici, portasigarette intarsiati con vani a doppia scomparsa, intagliati con un temperino che si fece durare 5 anni, e che gli consentì di barattare gli ingegnosi oggetti con pezzi di pane, a corredo delle bucce di patata che spesso coronavano il pasto.

Il  Natale mi è indifferente.  Tranne un uomo povero che scrive e che svetta sopra ricche miserie umane persistenti.

 

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*Zonderwater non è facile trovarlo sulle carte geografiche della Regione del Gauteng, fino al 1994 Transvaal, capitale Johannesburg. Qui, in una landa desolata e arida a forma di anfiteatro vicino alla miniera di Cullinan (dove nel 1905 venne trovato il più grande diamante grezzo del mondo, del peso di 3.106,75 carati),  vennero convogliati anche dai fronti  dell’Etiopia e dell’Eritrea fin dalla primavera 1941, i primi diecimila prigionieri.

Tende del primo periodo 1941 - 1942 In quel tempo le baracche non erano ancora state costruite,  i soldati  dovevano dormire all’addiaccio nelle tende e subire un trattamento molto rude da parte delle guardie; l’approvvigionamento alimentare si rivelava del tutto insufficiente. Lo testimoniano le relazioni super partes della Croce Rossa internazionale; lo confermano i diari e le lettere sfuggite alla censura dei prigionieri, il cui numero aumentava vertiginosamente.

(da http://www.zonderwater.com/it/prigionieri-di-guerra/storia-del-campo-di-zonderwater.html)

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4 Comments

  1. caterina says:

    gli inglesi!…sempre pragmatici pro domo sua… ii salvò e li sfruttò i prigionieri, e magari in terre degli altri che si sono prese… E tuttavia fortunato ancora chi è riuscito a sopravvivere e dopo lunghe traversie ritornare a casa…
    Le miniere! quanti dalle nostre regioni e in tempi di pace dopo guerre devastatrici hanno cercato lì il lavoro in giro per l’Europa lontano dalle famiglie per procurare loro di che vivere…Francia Belgio… e Marcinelle solo la più tragica e la più nota delle tragedie per numero delle vittime… lavori duri, certo immensamente di più se si ha il cuore altrove e non si ha nessuna certezza!

  2. Romeo says:

    Molto commovente

  3. Ale Hoo Hoo says:

    Con i sentimentalismi non si vincono le battaglie!

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