Nichi Vendola, uno che lavora per condurci alla tirannia

di GIOVANNI BIRINDELLI

Nichi Vendola (“i super-ricchi devono andare al diavolo”), non di più e non di meno di tutti coloro che ritengono che la progressività fiscale sia compatibile con l’uguaglianza davanti alla legge e quindi non di più e non di meno di tutti coloro che onorano la costituzione italiana, è a favore dell’idea di uguaglianza davanti alla legge che è stata alla base dell’olocausto, delle “leggi” razziali, del “Lodo Alfano”, e che oggi è alla base per esempio dei privilegi della cosiddetta “Casta” e di molte delle norme che discriminano gli omosessuali.

Questa idea di “uguaglianza” davanti alla “legge” è quella che può includere la disuguaglianza legale la quale dà all’autorità il potere di fissare un parametro arbitrario (la razza, il livello di carica pubblica ricoperta, il livello di reddito, le preferenze sessuali); quello di dividere i cittadini classificandoli secondo categorie formate sulla base di questo parametro; e infine quello di trattare in modo diverso le persone che l’autorità stessa ha raggruppato in diverse categorie, e in modo uguale le persone che sono state raggruppate nella stessa categoria.

Il fatto che Nichi Vendola, così come tutti coloro che sono a favore della progressività fiscale su una base di principio (o che non la combattono nella loro attività politica), siano contrari all’olocausto, alle leggi razziali e, in alcuni casi, al “Lodo Alfano” e alle norme che discriminano gli omosessuali, non deve stupire. Come ha intuito Michael Oakeshott, il tratto distintivo dello Stato moderno è che in esso le persone (non solo coloro che detengono il potere politico ma anche e soprattutto i cittadini comuni, gli elettori) generalmente adottano idee di uguaglianza davanti alla legge (per esempio) diverse a seconda dei casi, a seconda di ciò che fa loro comodo nei diversi casi particolari o a seconda di ciò che è in linea con le loro passioni.

La progressività fiscale ha lo scopo di ridurre, mediante la coercizione statale, la disuguaglianza nelle situazioni economiche delle persone. Poiché le persone (chissà perché) identificano l’uguaglianza nelle posizioni economiche con l’uguaglianza davanti alla legge, esse vedono nel ricorso alla coercizione per perseguire la prima un modo di perseguire la seconda. Peccato che uguaglianza di posizione economica e uguaglianza davanti alla legge, oltre a essere due cose diversissime, sono due cose opposte, cioè necessariamente incompatibili l’una con l’altra: se c’è una non c’è l’altra, e l’avvicinamento a una di esse comporta un allontanamento dall’altra in esattamente ugual misura. Infatti, visto che gli individui sono tutti diversi l’uno dall’altro sotto infiniti aspetti (le loro capacità, i loro gusti, le loro priorità, le loro situazioni, eccetera), se essi fossero trattati allo stesso modo essi finirebbero necessariamente in posizioni materiali diverse. Perché le loro situazioni economiche siano uguali (o meno disuguali) occorre necessariamente trattare le persone in modo diverso.

Quindi coloro che vogliono la progressività fiscale la pagano con l’abbandono dell’uguaglianza davanti alla legge. Essi negheranno questo, ma ciò è dovuto solo alla loro incapacità di coerenza intellettuale, cioè al loro essere intellettualmente inerti, oppure al fatto che essi sono dei malfattori. Nel momento in cui si ritiene che la progressività fiscale sia compatibile con l’uguaglianza davanti alla legge, si spalancano le porte alle peggiori forme di totalitarismo, delle quali si diventa complici. Quando Hayek scrisse che “Pochi sono pronti a riconoscere che l’avvento del Fascismo e del Nazismo non fu una reazione contro le tendenze socialiste del periodo precedente, ma una conseguenza necessaria di quelle tendenze. […] Molti di coloro che si ritengono infinitamente superiori alle aberrazioni del Nazismo e del Fascismo e sinceramente odiano tutte le loro manifestazioni, lavorano allo stesso tempo per ideali la cui realizzazione porterebbe direttamente all’aborrita tirannia” si riferiva a persone come Nichi Vendola, come Mario Monti, come Luigi Bersani, come Silvio Berlusconi, come Beppe Grillo, come Gianfranco Fini, come Giorgio Napolitano, come Oscar Giannino, e più in generale come tutti coloro che, nella loro qualità di cittadini o politici, non si battono contro la disuguaglianza legale in tutte le sue forme, e quindi anche contro la progressività fiscale.

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25 Comments

  1. Luca says:

    Sarei curioso di sapere cosa ne pensa l’autore di questo articolo del sistema fiscale presente in alcuni cantoni svizzeri, in cui c’è una fiscalità progressiva “al contrario”, ossia più sei ricco minore è la percentuale di tassazione che viene applicata sul tu patrimonio.

    • Giovanni Birindelli says:

      L’unico sistema fiscale sostenibile dal punto di vista etico è quello in cui tutte le persone, indipendentemente dal loro reddito o (il che è lo stesso) dalla loro ricchezza, pagano la stessa QUANTITA’ DI SOLDI di tasse. Quindi se il sistema a cui fa riferimento lei è tale per cui i ricchissimi pagano comunque più soldi dei poveri (e io temo che sia così) io considererei quel sistema comunque illegittimo, allo stesso modo in cui considererei illegittimo che Bill Gates sia obbligato con la forza dallo Stato a pagare più soldi di me per una mela sulla base del fatto che è più ricco di me. Qualunque misura che si basi anche solo in parte sull’idea che la disuguaglianza economica, per quanto immensa essa sia, è ingiusta, è illegittima se si adotta un’idea di uguaglainza davanti alla legge e di legge incompatibili con le leggi razziali.

      • Luca says:

        Veramente pensavo che lei disapprovasse il fatto che LA PERCENTUALE di tassazione fosse (in Italia e in quasi tutti gli altri paesi) maggiore per i più ricchi. Per questo mi aspettavo disapprovasse anche la misura opposta presente in certe parti della Svizzera, dal momento che una tassazione percentualmente minore (anche se comunque più elevata in termini assoluti) per i più ricchi violerebbe un principio di equità, avvantaggiando i più facoltosi.
        Posso infatti comprendere il ragionamento di chi ritiene che la percentuale di tassazione applicata debba essere la stessa qualunque sia il livello di reddito, ma davvero non riesco a capire come possa ritenere eticamente accettabile il fatto che sia chi guadagna 1000 euro al mese sia chi ne guadagna 100000 debba comunque pagare, che so, 300 euro di tasse. In questo modo infatti chi guadagna 1000 euro versa al fisco il 30% del proprio reddito, mentre chi ne guadagna 100000 ne versa solo lo 0,3%. Se ritiene che questo sia giusto ed equo, abbia due concetti decisamente diversi di giustizia ed equità…

        • Giovanni Birindelli says:

          Si, abbiamo due concetti diversi di giustizia ed equità. La differenza fra il suo e il mio sta nella coerenza, cioè nel fatto che lei ha una diversa idea di giustizia a seconda dei casi (quindi un’idea di giustizia arbitraria o perfino aleatoria), mentre io ho un’idea di giustizia sola. Perché il suo concetto di giustizia ed equità sia coerente, lei dovrebbe ritenere ingiusto che due persone con redditi diversi paghino lo stesso prezzo per un computer, poniamo. Secondo il suo ragionamento, infatti, due persone dovrebbero pagare per quel computer un prezzo diverso a seconda del loro reddito. (quanto dovrebbero pagare? quale sarebbe il prezzo di quel computer? chi dovrebbe decidere quanto ciascuna persona dovrebbe pagare? in base a quali parametri?). Molto spesso le persone ritengono normale che si paghi lo stesso prezzo per un computer ma ritengono ingiusto che si paghi lo stesso prezzo per quel bene se esso è “offerto” dallo stato. Gary North chiama questo atteggiamento mentale, tipico dei sostenitori a volte inconsapevoli del totalitarismo moderno, schizofrenia. Ludwig von Mises lo chiama polilogismo. Più comunemente viene chiamato: due pesi e due misure. Finché non si spiega in modo coerente cosa c’è di ingiusto nel fatto che due persone con redditi diversi paghino lo stesso prezzo per un computer, non si può coerentemente sostenere che una uguale tassazione per tutti è eticamente inaccettabile. La mentalità collettivista (e cioè totalitaria) tende a giustificare i due pesi e due misure sulla base del fatto che lo Stato sarebbe una “famiglia” in cui gli sforzi devono essere reditribuiti per l’obiettivo comune. Peccato che la società libera non è un’organizzazione (caratterizzata dal fatto che ciscuno dei suoi membri agisce in funzione di un obiettivo comune, per esempio imposto dalla maggioranza dei suoi membri) ma un ordine spontaneo (caratterizzato dal fatto che ciscuno dei suoi membri, finché agisce all’interno della legge intesa come principio generale e astratto, agisce in funzione dei suoi fini individuali, che non vuol dire egoistici). Non solo la tassazione progressiva, ma anche quella proporzionale (per quanto meno peggio sotto il profilo dell’uguaglianza davanti alla legge perché non fa ricorso alla disuguaglianza legale) è espressione di collettvismo, e quindi di totalitarismo. Equità dello sforzo e uguaglianza davanti alla legge sono incompatibili: in una società libera, se c’è uno non c’è l’altra.

          • Luca says:

            Si usano due pesi e due misure perchè stiamo parlando di due cose diverse. La differenza tra i soldi pagati per acquistare un computer e quelli versati in tasse è che i primi servono per acquistare un bene a proprio uso e consumo esclusivo, mentre i secondi servono per finanziare servizi di cui beneficiano tutti. Tutti hanno bisogno di infrastrutture, tutti hanno bisogno di una forza di polizia che mantenga l’ordine, tutti hanno bisogno di un servizio di pronto soccorso, tutti hanno bisogno di una scuola primaria che insegni a tutti, anche al figlio di un nullatenente, almeno a leggere e scrivere. Ed è proprio per fornire questi beni e servizi di cui tutti beneficiano e che non possono essere forniti in modo efficiente dai privati (in teoria economica si chiamano “beni pubblici”) che si pagano le tasse. Non vedo proprio dove stia l’incoerenza nel mio discorso sinceramente. La sua obiezione avrebbe un senso se lo Stato fornisse beni destinati ad uso privato ed esclusivo, ossia se ad esempio i supermercati fossero di proprietà statale, ma così non è.
            E per concludere le chiedo, se le tasse fossero del tutto uguali per chiunque, uno che è nullatenente o quasi come farebbe a pagarle?

            • Giovanni Birindelli says:

              Mi scusi ma lei confonde diverse cose.

              In primo luogo fa rientrare nella categoria di “beni pubblici” beni e servizi che non hanno nulla a che vedere con i cosiddetti “beni pubblici”. I “beni pubblici” sono i beni e i servizi non escludibili e non rivali, quelli per cui non si può far pagare il biglietto per intenderci, ragion per cui (a torto, come vedremo) molti ritengono che li possa produrre solo lo Stato in quanto se non li producesse lo Stato non li produrrebbe nessuno (problema del free riding, dilemma del prigioniero). Le forze dell’ordine sono un “bene pubblico” ma le infrastrutture non lo sono (le autostrade o le ferrovie sono servizi escludibili: infatti si paga il pedaggio e il biglietto del treno), né lo sono il pronto soccorso e la scuola.

              La seconda confusione che lei fa è di nuovo sulla natura di “bene pubblico”. Lei infatti afferma che un “bene pubblico” è uno di cui beneficiano tutti. Non è vero: il faro, per esempio, lo usa chi naviga ma non chi va in montagna.

              La terza confusione che lei fa è quella fra la necessità che un “bene pubblico” sia fornito dallo Stato e quella che il suo costo sia ripartito fra le persone in proporzione al loro reddito. Le due cose non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. Anche se per un attimo ammettessimo che ci sia qualche ragione per cui un “bene pubblico” in quanto tale possa essere prodotto solo dallo Stato (vedremo dopo che tale ragione non esiste), questo non significa affatto che le persone debbano pagare in proporzione al loro reddito. I fari per la navigazione, infatti, in Inghilterra vengono pagati in relazione al fatto che uno abbia una barca o meno (cioè al fatto che li usi o meno) non in proporzione al reddito.

              La quarta confusione che lei fa riguarda il fatto che un “bene pubblico” in quanto tale possa essere prodotto solo dallo Stato e quindi che esso debba essere finanziato attraverso le tasse. Fino al 1974 lei era in buona compagnia: l’esempio del faro era quello più usato in letteratura per dimostrare che, essendo un “bene pubblico”, un faro poteva essere prodotto solo dallo Stato. Poi nel 1974, in “The Lighthouse Economics”, Coase andò a vedere come era finanziato il sistema di fari nel Regno Unito e scoprì che dal diciottesimo secolo era finanziato privatamente, senza lo Stato.

              Ma c’è anche un’altra questione, più generale ma non meno importante, anzi. Un “bene pubblico”, essendo un “bene” appunto, è soggettivo e quindi arbitrario: una persona può preferire la costruzione di sculture in mezzo alle rotatorie, un’altra l’illuminazione dei monumenti. Quindi la produzione di “beni pubblici” da parte dello Stato implica usare i soldi di tutti per realizzare cose che vogliono solo alcuni (generalmente la maggioranza, i cui voti i politici sono interessati a comprarsi -con i soldi altrui- promettendo appunto il finanziamento dei “beni pubblici” che interessano alla maggioranza).

              Soprattutto, non c’è limite ai “beni pubblici” che possono essere finanziati con le tasse, quindi non c’è limite alle tasse: se il criterio per tassare fosse che un bene è un “bene pubblico”, dovremmo tutti essere tassati al 100% e ciò comunque non basterebbe a produrre nemmeno una frazione dei “beni pubblici” ritenuti utili e importanti.

              Rimane quindi confermato che non c’è nessuna ragione logica per avere due pesi e due misure: se non è ingiusto che due persone che hanno un reddito diverso pagano lo stesso prezzo per un computer, allora non è ingiusto che essi paghino lo stesso prezzo per un qualsiasi bene o servizio offerto dallo Stato (che questo bene o servizio sia “pubblico”, che sia usato da tutti, o altro è del tutto irrilevante: sempre bene o servizio rimane).

              Infine la domanda sul nullatenente. Il nullatenente non può pagare le tasse. Anzi, egli non può proprio comprarsi da mangiare (e il quasi nullatenente se pagasse le tasse non potrebbe comprarsi da mangiare). Egli cioè non può soddisfare i suoi bisogni di base. Qui ci sono tre possibilità: 1) la prima è quella di considerare solo questioni di giustizia e di uguaglianza davanti alla legge: in questo caso il nullatenente morirebbe di stenti, e la cosa non va bene perché io ritengo che l’incapacità di soddisfare i bisogni di base produca delle ragioni umanitarie che prevalgono su quelle di giustizia (senza cancellarle, naturalmente). 2) la seconda è quella di considerare solo questioni umanitarie e di pervertire l’idea di legge e di uguaglianza davanti alla legge, per esempio dicendo che il nullatenente “ha diritto” al denaro degli altri e che lo stato “ha diritto” di rubare per suo conto questo denaro agli altri (questo è ciò che avviene oggi). Questo non va bene perché richiede un’idea di legge e di uguaglianza davanti alla legge totalitarie. 3) la terza possibilità è quella di considerare le ragioni umanitarie senza pervertire le idee di legge e di uguaglianza davanti alla legge: lo Stato può trasferire con la forza le risorse dagli altri al nullatenente alle seguenti condizioni: a) per soddisfare solo e soltanto bisogni di base che la persona in questione non riesce a soddisfare autonomamente, e finché non ci riesce; b) i bisogni di base non devono essere definiti arbitrariamente (esiste un modo di definirli in modo non arbitrario); c) lo Stato è già minimo, e cioè non viene speso un solo euro per finanziare nient’altro che la difesa della sovranità della legge intesa come principio generale e astratto (di base, i diritti di proprietà): finché c’è il Maggio Musicale Fiorentino qualsiasi prelievo fiscale per salvare la vita al nullatenente è eticamente inaccettabile; d) le tasse per finanziare lo Stato minimo sono prelevate in modo equo, cioè non discriminatorio (tutti pagano la stessa cifra); e) viene riconosciuto esplicitamente che questa attività redistributiva dello Stato è in violazione della legge (e quindi dello Stato minimo): un conto è violare la legge per ragioni umanitarie, un altro è chiamare “legge” la sua violazione; f) l’aiuto dello Stato è solo residuale: esso copre cioè solo gli spazi eventualmente lasciati aperti dalla solidarietà (che è tale solo se è volontaria e individuale).

              • Luca says:

                L’esempio dei fari lo conoscevo. L’ho studiato in scienza delle finanze, ma ciò non invalida il discorso generale. Sono altri i beni pubblici. Comunque, posto che lo Stato in molti paesi, tra cui l’Italia, ha funzioni troppo ampie e finanzia anche cose tutt’altro che necessarie (come gli spettacoli, teatrali o televisivi che siano, con la scusa furbesca del “difendere la cultura”) io mi sento comunque di ritenere che ci siano servizi per cui vale la pena di imporne il pagamento (ad esempio la tutela dell’ambiente, dal momento che se al mio vicino di casa non importa nulla dell’ambiente e inquina indiscriminatamente, non è solo lui a respirare l’aria inquinata, ma anche io) ed eventualmente anche la fruizione (come l’istruzione primaria, visto che la presenza di analfabeti danneggia l’intera società). E penso che per la fornitura di questi servizi, l’uguaglianza nella contribuzione debba essere intesa in termini di uguaglianza di sforzo nel contribuire (quindi ad esempio pagando la stessa percentuale di tasse), non uguaglianza materiale, perchè altrimenti, per avere servizi a beneficio di tutti in misura (grosso modo) uguale, diverse persone affrontano uno sforzo contributivo molto diverso.

  2. lucafly says:

    Periamo che alle prossime elezioni VENDOLA possa prenderlo nel C…. Amen

  3. Dan says:

    Da uno così cosa ci si può mai aspettare se non un pensiero secondo il quale anche noi potremmo ardentemente desiderare tanto onore ?

    No Vendola. Grazie. Il pugno chiuso te lo lascio a te così ne hai due e sei più felice ancora.

  4. andrea c says:

    Difficile leggere tante stronzate concentrate in poche righe, la progressività fiscale NON C’ENTRA UN BENEAMATO CAZZO CON L’UGUAGLIANZA DAVANTI ALLA LEGGE!

    Il principio di capacita` contributiva,
    combinato con il principio di uguaglianza,
    implica che a situazioni uguali devono
    corrispondere uguali regimi impositivi e,
    correlativamente, a situazioni diverse un
    trattamento tributario disuguale (Corte
    cost., 6 luglio 1972, n. 120).

    Insomma la legge è uguale per tutti, non guarda in faccia nessuno, se io avessi lo stesso patrimonio e lo stesso reddito di Berlusconi, pagherei gli stessi tributi che paga lui. Se invece un domani Berlusconi diventasse “povero” e avesse lo stesso patrimonio e lo stesso reddito che ho io, pagherebbe quanto me!

    Dov’è la discriminazione?
    Si violerebbe il principio di uguaglianza, se la legge fiscale dicesse che i negri devono contribuire il doppio dei bianchi(o viceversa), oppure che terroni ed extracomunitari devono contribuire il triplo dei padani doc(scommetto che al signor Birindelli non gli dispiacerebbe una legge simile) .
    Ma in realtà non si guarda in faccia nessuno, i negri, extracomunitari, padani doc, uomini, donne, handicappati, gay, etero, lesbiche, fumatori e non fumatori, ciccioni obesi, e magri, ecc…ecc… a parità di condizioni economiche, pagano tutti le stesse tasse, senza alcuna discriminazione

    • Giovanni Birindelli says:

      Mi spieghi, la prego, la differenza fra il cosiddetto “Lodo Alfano” (immunità per le 4 più alte cariche dello Stato) e la progressività fiscale sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge. Non è forse vero che in entrambi i casi (ma lo stesso vale anche per le leggi razziali eccetera) lo Stato a) fissa un criterio arbitrario (in un caso il livello di carica pubblica ricoperta, nell’altro il livello di reddito); b) divide i cittadini in categorie sulla base di questo criterio arbitrario (“alte” cariche e “basse” cariche; percettori di reddito “alto” e percettori di reddito “basso”); e infine tratta i cittadini in modo diverso (maggiore immunità per le “alte” cariche e minore immunità per le “basse”; maggiore percentuale di prelievo per i redditi “alti” e minore per i redditi “bassi”) ma uniforme all’interno delle stesse categorie?
      Sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge fra questi due casi (o fra questi e le leggi razziali) non c’è nessuna differenza: è un fatto logico (se non è in grado di capirlo, lei ha un problema).
      Essendo incapace di contestare questo fatto sul piano della logica, lei mi porta a dimostrazione una sentenza della Corte costituzionale, cioè dell’istituzione che difende quel provvedimento (la costituzione) che impone la progressività fiscale.
      Le faccio notare che quando la stessa Corte costituzionale bocciò il “Lodo Alfano” in quanto violava il principio di uguaglianza davanti alla legge disse che esso poteva essere approvato, ma, visto che violava l’articolo 3 della costituzione, solo “come legge costituzionale”. Cioè, violare il principio di uguaglianza davanti alla legge va bene se è la stessa istituzione che dovrebbe difenderlo (la costituzione) a farlo, cioè se è il politicamente più forte (la maggioranza qualificata) a farlo. La Corte che lei cita ha quindi ammesso candidamente che oggi il potere politico è illimitato e che la costituzione non è altro che il bunker dove mettere al riparo la violazione dei principi che essa stessa include. E questo non riguarda solo il caso italiano: almeno fino al 2012, infatti, la costituzione australiana prevedeva un articolo che «accetta che a persone di “qualunque razza” possa essere impedito di votare alle elezioni della provincia in base alle decisioni arbitrarie dei governi provinciali» e un’altro che «permette al parlamento federale di fare “leggi speciali” per “qualunque razza” esso voglia» (The Economist). E almeno fino ad allora la Corte australiana avrà difeso queste norme con argomenti simili a quelli che mi ha riportato lei.
      Le dirò di più: la progressività fiscale consiste in una punizione da parte dello Stato delle persone perché esse, senza che violino nessuna legge intesa come principio, hanno gusti diversi da quelli che un comitato di burocrati ha deciso che sono i gusti “giusti”: se Gigi, potendo avere il lavoro di Beppe che guadagna un milione di euro all’anno per comprarsi una villa, sceglie di avere un lavoro in cui guadagna sessantamila euro all’anno perché il lavoro di Beppe lo costringerebbe a stare lontano dalla sua famiglia, cosa che per lui è più importante di comprarsi una villa, la progressività fiscale punirebbe Beppe solo perché ha gusti e priorità diversi da Gigi, cioè solo perché è diverso da Gigi. Anche questo è un fatto logico, e quindi non alla sua portata.
      Sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge, fra la progressività fiscale e le leggi razziali non c’è nessuna differenza.
      L’unica ragione per la quale ho risposto al suo messaggio, i cui toni riflettono le sue opinioni, è che il suo modo di pensare è quello di molte persone che, pur non essendo totalitarie, sono state talmente brain-washed dal totalitarismo da non essere più capaci di fare un pensiero logico autonomo e di dover dipendere, per ogni loro opinione, dai proclami dell’autorità. Se anche una sola di queste persone (non lei, naturalmente) capitasse un giorno per caso su questo articolo e cominciasse a nutrire dei dubbi, questa risposta non sarà stata in vano.

      • andrea c says:

        A quanto pare è lei l’incapace di ragionare, il reddito e il patrimonio non sono questioni di gusti(come potrebbe essere ad esempio l’orientamento sessuale, o il fatto di coltivare determinati hobby, passioni, “vizi”, piuttosto che altri) ma dipendono da un’infinità di fattori esterni che non ci scegliamo. La ricchezza economica di un individuo, dipende dalla condizione economica della famiglia in cui è nato(il figlio di un magnate come Bill Gates, è enormemente avvantaggiato rispetto al figlio del meccanico, o del giornalaio), dalla formazione ricevuta(che è sempre influenzata dalla classe socio-economica), da molti fattori “random”(se io ad esempio sono bravissimo e mi impegno tantissimo a fare qualcosa che sul libero mercato non viene pagata adeguatamente, guadagno meno di chi fa un altro mestiere in maniera molto più approssimativa di me), e solo in ultimo da gusti e scelte consapevoli.
        Se uno ha talento e voglia di studiare, ma nasce in una famiglia poverissima, e lo stato per non tassare i ricchi sfondati, decide di privatizzare la scuola, quello è costretto a fare un umile e sottopagato lavoro manuale, altro che gusti!

        I suoi discorsi sono la negazione della logica e del buon senso, solo i cretini e i ricchi in malafede, possono darle ragione.

        Comunque tolta la stupidaggine dei “gusti e priorità”(come detto il reddito non dipende solo da gusti e priorità, fosse questione di gusti, sarebbero tutti miliardari, ma purtroppo non funziona così!) il ricco Beppe non subirebbe nessuna ingiustizia rispetto al povero Gigi, visto che nonostante l’aliquota un po’ più alta, sarebbe sempre molto più benestante. E del resto, tornando al discorso dei gusti, se Beppe si sente discriminato rispetto a Gigi, non è obbligato a continuare a fare lavori e investimenti, gli basta cedere le sue attività, mettersi a riposo, e godersi il patrimonio accumulato, e nessuno lo tasserà più di Gigi!
        Mentre il povero non può diventare ricco per scelta, il riccone non è obbligato ad accumulare soldi per tutta la vita, quando si stufa può anche vendere la sua impresa, lasciare il campo ad altri, godersi il patrimonio accumulato, e tornare allo stesso livello di tassazione del cittadino medio-povero!

      • andrea c says:

        Per finire mi tolga una curiosità, lei quanto guadagna? ovviamente non mi interessa sapere la cifra, ma solo in quale scaglione fiscale rientra.

        A naso scommetto che lei non arriva nemmeno allo scaglione più alto(75 mila euro), e quindi se c’ho azzeccato, mi chiedo PERCHE’? perché difende a spada tratta persone che guadagnano 10-20-100 o anche 1000 volte più di lei? perché prende le difese di persone che magari si arricchiscono anche sfruttando il prossimo, a danno della maggioranza dei cittadini? casa cavolo gliene frega di risparmiare tasse a qualche ricco sfondato(che magari indirettamente la sfrutta anche)?è proprio sicuro di non essere lei ad aver subito un bel lavaggio del cervello?

        • Giovanni Birindelli says:

          Punto 1) Lei non è stato capace di spiegarmi la differenza, sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge, fra il “Lodo Alfano” e la progressività fiscale.

          Punto 2) il punto 1 è sufficiente a dimostrare a) la mia tesi e b) che lei non sa di cosa sta parlando, ma andiamo comunque avanti.

          Punto 3) Io non ho mai detto che “il reddito dipende solo dai gusti” (il fatto che lei mi metta in bocca concetti che non ho mai espresso esprime la sua disperazione): la posizione economica di una persona può dipendere da infiniti fattori, fra i quali, eventualmente, i gusti (se in ultimo, in primis o fra questi due dipende dalla persona particolare, lei non può saperlo). Nei limiti in cui la situazione di una persona dipende dai suoi gusti e dalle sue priorità la progressività fiscale implica che lo Stato punisce una persona perché ha gusti differenti da quelli che un comitato di burocrati ha deciso che sono quelli “giusti”. Evidentemente lei non è in grado di fare un ragionamento astratto, il quale può richiedere di isolare un fattore rispetto agli altri per valutare le conseguenze di una cosa su quel fattore.

          Punto 4) Fra i fattori che possono determinare la posizione economica di un individuo che lei ha giustamente elencato, non ce ne è uno solo che giustifica il ricorso alla coercizione (tasse) da parte dello Stato. Prendiamo per esempio il caso del figlio di Bill Gates: non c’è dubbio che ceteris paribus egli sarà economicamente avvantaggiato, ma egli lo è grazie ai soldi di Bill Gates, non grazie a un privilegio legale. Il fatto che Bill Gates sia più ricco di me non mi dà nessun diritto sulla sua proprietà perché quella proprietà è SUA, allo stesso modo in cui il fatto che Gigi a causa d un incidente abbia perso i reni non gli dà nessun diritto su uno dei due reni di Beppe, perché sono SUOI. La cosiddetta “uguaglianza di opportunità” non è altro che uguaglianza di possibilità e quindi una forma di uguaglianza di posizione materiale. Capisco che lei è invidioso (la progressività fiscale, infatti, è la cassa di risonanza politica dell’invidia di quelli come lei), ma l’invidia è stata secondo me giustamente definita come la più bassa e meschina delle passioni umane.

          Punto 5) Scrivendo che “Beppe non subirebbe nessuna ingiustizia rispetto al povero Gigi, visto che nonostante l’aliquota un po’ più alta, sarebbe sempre molto più benestante” lei identifica la giustizia nell’uguaglianza di posizione economica (o in una maggiore uguaglianza di posizione economica). Visto che, per le argomentazioni a cui lei non è stato capace di rispondere (punto 1), l’uguaglianza di posizione economica richiede un’idea di uguaglianza davanti alla legge che permette le leggi razziali, questa sua affermazione dimostra che lei è un totalitario: sul piano astratto delle idee di legge e di uguaglianza davanti alla legge non c’è nulla che differenzi lei da Hitler.

          Punto 6) Quando lei, fra i fattori che definisce “random”, include la discrepanza fra merito e valore economico (“io ad esempio sono bravissimo e mi impegno tantissimo a fare qualcosa che sul libero mercato non viene pagata adeguatamente, guadagno meno di chi fa un altro mestiere in maniera molto più approssimativa di me”) sembra implicare che il mercato sarebbe ingiusto perché premia il merito e non il valore economico e che quindi lo Stato dovrebbe correggere questo fenomeno. Qui lei esprime di nuovo la sua mentalità totalitaria: il merito è un giudizio soggettivo che lei o altri possono dare sul suo lavoro. Il valore economico è quanto gli altri sono disposti a spendere per il suo lavoro. Secondo me il capolavoro di Hayek “Law, Legislation and Liberty” ha molto più merito del primo romanzetto rosa che si trova in edicola, ma non c’è dubbio che ha meno valore economico in quanto ci sono più persone disposte a pagare per quel romanzetto rosa che per “Law, Legislation and Liberty”. Un sistema economico che premia il merito è un sistema economico totalitario in quanto richiede che i lavori siano premiati in base alle opinioni soggettivo di una mente direttrice. Il mercato (o catallassi) è un sistema economico libero in quanto non si basa sull’imposizione delle opinioni di una mente direttrice ma sulla disponibilità a pagare di ciascun individuo secondo i suoi gusti e le sue priorità (si ritorna ai gusti: quelli che lei, che evidentemente non capisce nulla di economia, ha definito “stupidaggini”). Il solo parlare di compenso “adeguato”, come fa lei, esprime una mentalità totalitaria. Un sistema che imponesse una redistribuzione a favore del libro di Hayek perché merita di più del romanzetto rosa sarebbe un sistema totalitario (quindi lei ci si troverebbe benissimo).

          Punto 7) Ci può giurare che io guadagno meno dello scaglione più alto. A differenza sua, tuttavia, io ragiono in termini di principio, non per interesse. Lei è disposto ad avere la tirannia se la cosa va a suo vantaggio, io no, Lei è invidioso, io no. Lei è incoerente, io no. Lei può essere usato da chi detiene il potere come una pedina, io no.

          • Giovanni Birindelli says:

            ERRATA CORRIGE al punto 6: Quando lei … include la discrepanza fra merito e valore economico … sembra implicare che il mercato sarebbe ingiusto perché premia il VALORE ECONOMICO E NON IL MERITO (non “il merito e non il valore economico”).

          • andrea c says:

            “Punto 7) Ci può giurare che io guadagno meno dello scaglione più alto. A differenza sua, tuttavia, io ragiono in termini di principio, non per interesse. Lei è disposto ad avere la tirannia se la cosa va a suo vantaggio, io no, Lei è invidioso, io no. Lei è incoerente, io no. Lei può essere usato da chi detiene il potere come una pedina, io no.”

            Lei difende i privilegi economici (e di conseguenza anche politici e legali, perché è ovvio che un miliardario ha una capacità di influenza mediatica e politica molto superiore a quella di un cittadino di reddito medio, e anche in tribunale può permettersi una difesa di qualità assai superiore alla media) di una classe sociale* a cui non appartiene, e non apparterrà mai.
            A dir poco ingenuo(per usare un eufemismo)!!

            * anche lei riconosce che il figlio di Bill Gates parte da una posizione estremamente avvantaggiata, rispetto al figlio di un operaio, o di un impiegato. Ergo se lo stato non fa nulla per colmare questo gap socio-economico-culturale, nella società si formano inevitabilmente delle classi sociali rigide, tipo quelle della società medioevale.

  5. W S. MARCO says:

    E per quanto riguarda Giannino come persona che non si batte “contro la disuguaglianza legale in tutte le sue forme, e quindi anche contro la progressività fiscale”, Birindelli ma che cazzo dice?

    • Giovanni Birindelli says:

      Non mi risulta che il programma di Fermare il Declino proponga una modifica dell’articolo 53 della costituzione e un sistema fiscale non basato sulla progressività fiscale. Anzi mi risulta che rifiuta “posizioni ideologiche”. Tanto mi basta per dire non solo che Giannino non si batte contro la disuguaglianza legale in tutte le sue forme, e quindi anche contro la progressività fiscale, ma per dire che lui è addirittura peggio degli altri: perché lui, a differenza degli altri, sa benissimo quali sono le implicazioni morali ed economiche della progressività fiscale e dell’idea di “legge” che la consente.

  6. W S. MARCO says:

    A tutti quelli che per molti anni hanno votato Bossi e Berlusconi, ovverosia personaggi ad alta tendenza a delinquere (vedi recenti inchieste giudiziarie sull’uso improprio dei rimborsi politici e la nota sentenza del Tribunale di Milano), nonchè i conclamati migliori amici della sinistra per effetto delle loro politiche liberiste a parole, socialiste nei fatti , auguro una IPERPATRIMONIALE STRONCAGAMBE ….. ma ve la auguro proprio di cuore!

    • elio says:

      le inchieste, che del resto si stanno chiudendo una dietro l’altra, sono solo inchieste e non sentenze, l’unica condanna a bossi è quella di “illecito finanziamento ai partiti” quindi soldi dati illecitamente al partito di cui era lui il responsabile e non soldi dati a lui.

      w san marco!

    • Riccardo says:

      E a tutti quelli come lei che fanno il tifo per lo stato usurpatore, violentatore, sfruttatore e assassino della libertà dei popoli, auguro di continuare avivere a lungo sotto la sua egida

  7. Albert Nextein says:

    Più cazzate dicono e più sono ascoltati e ne ricavano un presunto prestigio intellettuale.
    Quel prestigio posticcio che loro permette di vivere nel privilegio politico.
    E’ la casta di potere politico che si permette di predicare in un modo e razzolare diversamente.
    Controllano e pontificano sulla ricchezza altrui che,tramite le tasse, confiscano.
    Ma di loro e delle loro disponibilità e ricchezza , oltre alle quattro cazzate che dicono, non si conosce nulla.
    Tanti pesi e tante misure.

  8. elisa belloni says:

    ciao
    a vendola fa schifo la ricchezza,,a me , fa schifo la povetà.
    a me fa schifo che vendola guadagni uno stipendio stratosferico e che usi l auto blu con la scorta e tutti altri privilegi . prima di parlare di schifo…si riduca lo stipendio a 1200 euro( la media di uno stipendio italiano) , si compri l auto, si faccia il pieno a sue spese, paghi il bollo , manutenzione dell auto e, gli uomini di scorta, li lasci a sorveglianza del territorio ed al servizio del cittadino .
    come tutti i comunisti: quello che è mio: è mio…l altro lo dividiamo !!!
    buona giornata

  9. Antonino Trunfio says:

    Grande Birindelli, as usual.
    L’uguaglianza e la legge come mi hai insegnato essere un principio condiviso e a cui tutti sono sottomessi, sono elementi che intesi come sono intesi in modo opportunistico e incoerente dai politici, compreso lo Svendola di Terlizzi come lo ha definito il grande Checco Zalone suo conterraneo, permettono ai parassiti come Svendola di farci vivere sotto la tirannia del legislatore e non sotto la supremazia della legge.
    Aggiungo se mi permetti, che nella campagna elettorale del 2006, quella vinta dalla confraternita dei Cuori Gaudiosi e Misericordiosi capeggiata dal mortadella di Bologna, la gente ha dimenticato che Bertinotti e altri sinistrati (come li chiamo io) fecero campagna elettorale strillando “ANCHE I RICCHI PIANGANO”. Quindi che Svendola oggi proclami quello che proclama, di sicuro non è affatto originale.

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