Nessuna crescita è possibile “stimolando” la domanda coi sussidi

di CLAUDIO ROMITI

Nuovo governo, vecchie ricette economiche. Cambiano le facce nella stanza dei bottoni, ma la demenziale spinta keynesiana che emana dal mainstream politico-mediatico sembra addirittura più intensa di pria, tanto per parafrasare il celebre Petrolini.

Basta sintonizzarsi su un qualunque pollaio televisivo di disinformazione democratica per assistere ad una vero e proprio bombardamento di proposte economiche che vanno sostanzialmente tutte in una unica direzione; quella di far ripartire la ripresa esclusivamente dal lato della domanda. In soldoni, l’esercito di pseudo-keynesiani in servizio attivo permanente, con la cadenza di una mitragliatice, ci spiega che se non mettiamo altri soldi nelle tasche dei cittadini-consumatori, incentivando la domanda di beni e servizi, il Paese non potrà mai imboccare la strada della crescita. Ed è da talmente tanto tempo che una simile scempiaggine circola nella nostra società che essa è oramai divenuta una mera credenza popolare, ossia una idea considerata così vera da non essere più messa in considerazione. Basta infatti recarsi da un proprio commerciante di fiducia per sentirsi ripetere, una volta chiesto un parere sull’andamento del suo settore di mercato, che la gente non spende perchè non ci sono soldi che circolano. E i soldi non circolano perchè qualcuno, governi o banche che siano, non ne distribuirebbe a sufficienza. Al contrario, l’idea che grandi quantità di moneta corrente possa -ad esempio- essere assorbita da un eccesso di tassazione e di indebitamento non viene minimamente presa in considerazione nella vulgata popolare.

Così come sembrano in pochi a comprendere che, soprattutto quando si vive sotto l’ombrello di uno standard sovranazionale come quello dell’euro, l’aumento della massa monetaria non può che scaturire da due fattori: nuovi prestiti e/o incremento dell’attività economica. E dato che il livello del nostro indebitamento pubblico è tale da impedire ulteriori scorrerie in questo territorio, onde non dover sborsare interessi proibitivi, è ovvio che occorrerebbe puntare sullo sviluppo dal lato dell’offerta per ottenere un rilancio stabile ed equilibrato dell’economia. Ciò, in estrema sintesi, dovrebbe significare che si ricerca lo sviluppo incentivando il più possibile i fattori produttivi, investimenti compresi, attraverso la via obbligata di una drastica riduzione dell’attuale insostenibile peso dello Stato -meno tasse e meno burocrazia, per intenderci- e non certamente aumentando la platea di chi consuma senza praticamente produrre nulla, svolgendo magari lavori da cui scaturiscono beni e servizi che nessuno o quasi sarebbe disposto ad acquistare.

D’altro canto, tagliando la testa del toro keynesiano, se fosse vero che il miglior modo per incentivare la crescita e lo sviluppo è quella di accrescere la qualità e la quantità dei consumatori, regalando sussidi e vitalizi a pioggia, allora il Paese di Pulcinella non vivrebbe da molti lustri una condizione di totale stagnazione, aggravata ulteriormente dalla devastante crisi in atto. Dato che in nessun sistema economico è stato applicato con la nostra perseveranza la tesi di Keynes di ricercare la piena occupazione, anche facendo scavare e poi riempire inutili buche, non si comprende per quale motivo ci troviamo nelle attuali difficoltà. Basti pensare che solo la cosiddetta spesa sociale, pensioni e sussidi alla disoccupazione, supera ampiamente quella dei maggiori partner occidentali, con oltre il 20% del Pil. E se a questa ci aggiungiamo l’enorme massa di mansioni inventate nella nostra pletorica pubblica amministrazione, il vasto mondo che orbita intorno alla politica politicante -che qualcuno arriva a stimare in circa due milioni di persone- e i tanti carrozzoni formalmente privati che, però, operano al di fuori del mercato concorrenziale, beneficiando di enormi finanziamenti a fondo perduto, ben si comprende che ci vuole una bella faccia tosta ad invocare ulteriori interventi di natura keynesiana.

Se pensiamo che mezza Italia, soprattutto a Sud del Rubicone, vive di spesa pubblica, ma ciononostante il sistema economico è sempre più bloccato in una spirale recessiva, ciò significa una cosa sola: il principio keyensiano di sostenere la crescita stimolando o, sarebbe meglio dire, drogando la domanda non funziona. Trattasi in soldoni di una storica truffa concettuale che ha prodotto solo danni. E da quel poco che si intuisce dalle prime dichiarazioni programmatiche dell’esecutivo della larghe intese, è assai probabile che continuerà a produrne molti altri anche nei mesi a venire.

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

6 Comments

  1. Diego Tagliabue says:

    E neanche con la stampasoldi!

  2. Mauro Cella says:

    Egregio Sig Romiti, l’esercito di coloro che hanno una ricetta per tutto sembra dimenticarsi sempre di due fattori.

    Il primo è che il risparmio sta venendo ammazzato a colpi di tassi d’interesse ridicoli, di inflazione “sottovalutata” e di legislazione opprimente. Al giorno d’oggi chi ce lo fa fare di mettere i soldi in banca? Non c’è bisogno che spieghi perché il risparmio è la base dell’attività economica, non l’indebitamento.
    I risparmiatori, un tempo uno dei vanti d’Italia, oramai non interessano più a nessuno.

    Il secondo è che a nessuno pare passare per la mente che, forse, stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi già da diversi anni e che un salutare ridimensionamento dei consumi sarebbe eminentemente auspicabile.
    La situazione è uguale in tutto il mondo, anche nella tanto lodata Germania e in quegli USA sempre al centro dell’attenzione: i consumi crescono sempre ben di più degli stipendi. Questa situazione si può parzialmente attribuire all’effetto deflazionario nei prezzi della “Fabbrica Cina” (immaginate cosa costerebbe un moderno cellulare se fosse prodotto negli USA o in Finlandia!), ma la base del problema è sempre comunque la stessa: per l’attuale scuola del pensiero la “crescita” passa esclusivamente per la strada della spesa, mai per quella del risparmio e dell’investimento (che è un pò diverso dal “sussidio” tanto caro ai grandi industriali di casa nostra).

  3. Fidenato Giorgio says:

    Posso essere anche d’accordo sulla globalizzazione da contrastare. Ma non è qla globalizzazione dei commerci quella che si deve combattere,ma è il mondialismo, la volontà di mettere tutto il mondo sotto un unico monopolio mondiale della moneta. Venezia era fiorente quando c’era libertà di commercio assoluta con tutti i suoi partner commerciali. Il che implicava che l’oro era l’unica moneta riconosciuta nelle diverse comunità allora esistenti. Ecco noi dobbiamo sperare invece in una nuova globalizzazione che si regge ed ha come comun denominatore l’oro. Solo così possiamo riportare la pace e la prosperità fra i popoli!!!!

    • halnovemila says:

      La globalizzazione ha creato difficoltà ma anche molte opportunità (quindi non è da sè la causa della crisi); come pure l’Euro introdotto al posto della Lira (ricordiamoci che nel ’92, quando ancora c’era la Lira, l’italia ha rischiato il default, cioè banche chiuse e conti congelati in attesa di decurtazioni stile Cipro) ha creato difficoltà ma anche opportunità (lo stato italiano con l’introduzione dell’Euro ha goduto per decine d’anni di bassissimi tassi di interesse sul proprio gigantesco debito, che corrispondono a miliardi di euro risparmiati); senza considerare che prima dell’introduzione dell’Euro le banche godevano di generosi incassi, il cui costo gravava sulle attività economiche, dovuti solo alla loro attività di “cambia valute”; e non bisogna dimenticare nemmeno i “guadagni” di chi speculava sui mercati valutari, a scapito dell’economia reale.
      L’occidente è in crisi per molti motivi, ma il più grosso è l’indebitamento, sia esso quello privato come negli USA o quello pubblico come in Grecia, in Italia, etc…
      Non è un caso che gli occhi si siano puntati prima sulla Grecia, poi sull’Italia, sulla Spagna, etc… non è affatto un caso, semplicemente sono gli stati che hanno speso molto di più di quanto si sarebbero potuti permettere e adesso non sembrano o non sono definitivamente più in grado di ripagare, restituire i soldi che hanno ricevuto in prestito.
      Solo che l’indebitamento, specialmente in grecia ed in italia (ma anche in moltissimi altri paesi occidentali… social-democratici… dove i soldi pubblici servono per arricchirsi ed acquistare consensi) ha fatto contenti troppe persone e qualche generazione, per cui adesso si preferisce addossare la colpa a qualsiasi altra cosa purchè non sia l’irresponsabilità, l’avidità, l’ignoranza di chi ha governato l’italia negli ultimi 40 anni e degli italiani (ignoranti e individualisti) che li hanno votati.

  4. Nemo says:

    Premesso che concordo con l’articolo, rimane un problema di fondo: tutto il mondo occidentale e’ in crisi e il motivo e’ semplice, si chiama GLOBALIZZAZIONE.
    Nel lungo periodo il mondo raggiungera’ un suo equilibrio ma nel breve, sarebbe poi cosi’ sbagliato alzare i dazi sui prodotti provenienti da paesi in cui i lavoratori non hanno lo straccio di un diritto?

    Senza agire sulla velocita’ del ribilanciamento globale non c’e’ politica che tenga (liberista o meno).

    • Fidenato Giorgio says:

      Quella della globalizzazione, al pari della crescita attraverso l’aumento della domanda, è un’altra stupidaggine da sfatare. Premesso che innalzando barriere doganali non si rispettano le più elementari libertà d’impresa e rispetto della proprietà privata che implica che ognuno ha diritto di scambiare la propria proprietà con chi vuole, è stato dimostrato nei secoli che i dazi fanno solo danni. Poi chiedo all’interlocutore, qual’è il livello di barriera doganale da proporre. Io proporrei di istituire un livello doganale tra il mio Friuli e il resto d’Italia così non entrerebbero merci dal Sud Italia dove notoriamente le imprese e la gente non pagano le tasse o evadono i contributi. E’ d’accordo?

Leave a Comment