Nessun sindacato chiede a Mattarella di togliere il nome del carnefice Beccaris dalle vie delle città?

di BENEDETTA BAIOCCHIBAVAGLIO

Francamente è insopportabile che ogni anno, il 1° maggio e nei giorni a seguire, si dimentichi che a Milano, nei moti del 1898 di quei primi giorni di maggio, si registrò una carneficina di Stato contro operai, gente comune, macchinisti ferrovieri, bisognosi, poveracci di Milano. Semplici bisognosi che mangiavano un piatto di minestra dai cappuccini di via Monforte. Cittadini che si stavano ribellando ad uno stato fiscale e di polizia e che per questo videro la morte per mano di un generale premiato poi dal Regno Italiano come eroe della patria. Era il 7 maggio, venne proclamato uno sciopero generale di protesta al quale la cittadinanza aderì in massa riversandosi nelle strade principali della città. Agli operai provenienti dagli stabilimenti della periferia milanese, si aggiunsero quelli delle attività presenti in città, oltre a un’imponente massa di popolazione appartenente alle più varie categorie, dalle tabacchine ai macchinisti ferrotramviari. Massiccio fu anche il concorso di giovani e comunque di cittadini non organizzati, e anche cattolici che avevano come riferimento don Davide Albertario, allora direttore dell’Osservatore cattolico. Quel prete che diceva:  “Il popolo vi ha chiesto pane e voi avete risposto piombo”.

Invece spararono chiodi, spararono alle finestre avendo l’ordine di non lasciare indietro nessuno. Spararono. Massacrarono degli innocenti donando la medaglia d’oro al valor militare ad uno stragista. A nessun politico viene in mente di chiedere al capo dello Stato un sano revisionismo su questo mostro del Risorgimento?

Le cronache narrano che vi furono solo due caduti tra le fila dell’esercito che sparò sui milanesi. Un soldato si “suicidò” sparandosi addosso… Una morte acidentale, si disse. Un altro, invece, fu fucilato perché si rifiutò di sparare. Di lui le cronache sembrano non dire altro. Non il suo nome, non la sua identità.

Le cronache ricordano questo: “Barricate furono innalzate a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi. Il generale Bava, dopo aver ricevuto un telegramma dal Governo in cui gli si affidava il ristabilimento dell’ordine in città, si portò in Prefettura, da dove organizzò preliminarmente l’impiego delle truppe. Affidatane la direzione operativa al generale Luchino Del Majno, si portò in Piazza del Duomo, ove, sotto una tenda da campo, insediò il suo quartier generale. Da lì intendeva dirigere direttamente le truppe con un movimento a raggiera, con l’obiettivo di respingere la massa dei dimostranti verso le porte della città.

Nel pomeriggio di quella stessa giornata, il governo, irremovibile nel vedere dietro i disordini una trama rivoluzionaria, decretò per Milano lo stato d’assedio, affidando i pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris, che fu così nominato Regio Commissario Straordinario della Città e Provincia di Milano. Entrò così in azione, per riportare l’ordine, l’esercito con la cavalleria, il cui effetto venne però vanificato dalle barricate prontamente erette e dalle tegole lanciate dai tetti delle abitazioni. Il passo successivo fu quindi, da parte delle truppe e delle forze di polizia, il ricorso al fuoco contro i manifestanti.

Alla sera del 7 maggio, secondo le stime ufficiali, a Milano vi era una massa di almeno 30.000 dimostranti, il cui numero è però da considerarsi realisticamente molto maggiore. Viceversa, agli iniziali circa 3000 militari presenti a Milano, ai quali si affiancavano circa 1000 agenti di polizia, vennero progressivamente ad aggiungersi due battaglioni provenienti dal 91° e dal 92º Reggimento fanteria “Basilicata”e un ulteriore battaglione del 48º Reggimento fanteria “Ferrara”, oltre a uno squadrone del 23º Reggimento Cavalleggeri “Umberto I”.

La giornata dell’8 maggio era destinata a imprimersi, tragicamente, nell’immaginario collettivo: i cannoni entrarono in azione contro le barricate e la folla, composta da uomini e donne, ma anche da vecchi e bambini. Quel giorno infatti, mentre continuavano ad affluire piccoli nuclei di rinforzi alle truppe, la situazione si faceva particolarmente drammatica, data la persistenza di numerose barricate, che il solo impiego delle truppe a piedi e a cavallo non riuscivano ad eliminare. In particolare, a Porta Ticinese si registrava la situazione più grave, giacché la folla a presidio delle barricate era particolarmente numerosa e ben determinata a non cedere agli attacchi delle truppe. I comandi, in ultima analisi nella persona del generale Bava Beccaris, decisero così l’utilizzo dell’artiglieria. I pezzi della 2ª batteria a cavallo spararono così alcuni colpi a mitraglia, ottenendo sì una rapida dispersione della folla, ma provocando diverse vittime.

Non solo, ovviamente, i settori vicini ai manifestanti, ma anche l’opinione pubblica moderata restò profondamente scossa da quelle cannonate, che rappresentarono una delle più gravi responsabilità del generale Bava. I morti accertati, secondo l’esercito, furono 3, oltre, però, a numerosissimi feriti, anche molto gravi. Alla sera del giorno 8, il generale Bava Beccaris telegrafò al Presidente del Consiglio, Antonio di Rudinì, e al Ministro della Guerra, Alessandro Asinari di San Marzano, che la rivolta si poteva «considerare domata».

La breccia aperta a cannonate nelle mura del convento dei Cappuccini.

Il 9 maggio i militari continuarono a eseguire scariche di fucileria, obbedendo agli ordini, ma i rivoltosi milanesi continuarono a opporre una tenace resistenza con le barricate, a conferma del fatto che le agitazioni non erano ancora del tutto cessate.

Dopo che alcuni informatori avevano riferito che all’interno del convento dei Cappuccini in viale Piave si erano rifugiati numerosi rivoltosi, si ebbe un altro episodio particolarmente drammatico: i comandi ordinarono nuovamente l’utilizzo dell’artiglieria. I soldati, a cannonate, aprirono così una breccia nel muro di cinta del convento, provocando, anche qui, alcuni morti. Una volta penetrativi, trovarono i frati e circa 150 poveri che attendevano la distribuzione giornaliera del cibo.

Tra i soldati si contarono due morti: uno si sparò accidentalmente e l’altro fu fucilato sul posto subito dopo essersi rifiutato di aprire il fuoco sulla folla”.

La nuda cronaca….

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3 Comments

  1. Dan says:

    Sicuri che un sindacalista medio sappia chi è Bava Beccaris ?

  2. Rodolfo Piva says:

    Gent.ma sig.a Baiocchi. Giusto e doveroso ricordare le prodezze nefaste di quel farabutto che fu il generale Bava Beccaris ed è giusto sottolineare il silenzio dei sindacati. Mi piace ricordare che, durante le 5 giornate di Milano (18-22 marzo 1848), il felmaresciallo Josef Radetzky evitò di utilizzare le truppe per soffocare la rivolta ritirandosi nel Quadrilatero; con i mezzi che aveva adisposizione avrebbe potuto fare una carneficina ma Radetsky amava Milano, ove aveva trascorso grande parte della sua vita, mentre Bava Beccaris non nutriva, come “italiano” questi sentimenti.
    Il vero problema è che dovrebbero essere cancellati, dalle vie di Milano, i nomi di parecchi personaggi che, al servizio dei Savoia, commisero vere e proprie azioni criminali in nome di una unità non certo voluta dalle popolazioni degli stati preunitari.

  3. Antonio says:

    L’italia e stata fatta con il sangue di tanti innocenti dal sud al nord. Basti pensare a fenestrelle. stupri.confishe.violenze.tassa sul macinato.leva obbligatoria.
    .guerre inutili.distruzioni di territori.immigrazioni in massa.debiti non si sa come e cosa.E tanto altro.ci sono vie e monumenti da per tutto Di questi nomi intitolando vie strade e libri come eroi del risorgimento. Anche adesso ce il risorgimento gente non eletta da nessuno che legiferano e tassano per salvare l’ Italia da un disastro iniziato oltre 150anni fa. Socconberemo e gia troppo tardi.

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