Buzzi e Carminati li abbiamo pagati NOI. I decreti dei governi per salvare il Campidoglio

di ROMOLO VALLI Maltempo: su social network foto 'Shelf cloud' e doppio arcobaleno

Il vecchio debito di Roma? “Si immagini che ci sono ancora da pagare gli espropri dei terreni per le Olimpiadi di Roma del 1960”, raccontava solo pochi giorni fa il sindaco Marino ai media. Beh, basta digitare debito di Roma su wikipedia e si trova di tutto. Dai decreti salva  Capitale dei governi al marciume dei bilanci in rosso di giunta in giunta, con i debiti delle partecipate o i problemini delle municipalizzate. Sta tutto scritto. Eppure inchieste zero. Ma decreti del governo tanti. Nelle finanziarie, nei milleproroghe, in articoli infognati ovunque. Per coprire il buco, i buchi, fatti da evidenti anni di amministrazione collusa con la criminalità e la mafia. Alla fine, abbiamo pagato noi i Buzzi e i

Alle casse del Campidoglio mancherebbe quasi un miliardo di euro (su 5,5) per far quadrare il bilancio corrente.

Quanti dipendenti ha Roma?

Ci sono 25 mila dipendenti alle dirette dipendenze e più di 31 mila nelle società «municipalizzate», 26 in tutto con almeno 50 controllate, tra cui Acea (energia e acqua), Ama (rifiuti) e Atac (trasporti). Non se la passano meglio pare anche le 44 farmacie comunali, in perdita 10 milioni di euro di debiti.

Dice Ernst&Young che la signorina «Roma Capitale» alla quale i governi hanno destinato risorse e anche una legittimazione in Costituzione – giusto? – ha un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi all’anno. Atac ha tanti dipendenti quanti Alitalia, in dieci avrebbe perso 1,6 miliardi. “Ed ogni anno costa al Comune 400 milioni, che nelle richieste dell’azienda dovevano salire addirittura a 500 quest’anno. «Cinque anni di gestione Alemanno – spiega Marco Causi, ex assessore al bilancio con Veltroni – hanno lasciato in eredità un deficit strutturale che viaggia tra gli 800 ed i 1200 milioni di euro. Sono lievitate tutte le spese correnti, per effetto di assunzioni e contratti di servizio”, commentano al Fatto Quotidiano.

Ma se Ernst&Young “pensa male”, non pensa meglio l’agenzia di ratings Fitch: “Dal 2008 a oggi il Comune di Roma ha generato nuovo debito”. Un po’ alla volta, infatti, la barca si volta. Per arrivare ad un miliardo di euro si sono impegnati: 137 milioni nel 2009, 122 nel 2010, 313 nel 2011, 255 nel 2012, 250 nel 2013. Senza contare altri 600 milioni dirottati a suo tempo sempre sul groppone della gestione commissariale. Il gioco, insomma, ricomincia da capo, nemmeno fosse un moto perpetuo. “Il debito di Roma tra il 1999 ed il 2005 è salito da 5,7 a 6,9 miliardi di euro”, certifica il Fatto. Vero, per arrivare ai 9 con Alemanno, e poi di 10 quindi di 12,5 e arriva la parola magica «rischio dissesto».

Poi arrivano i nostri, cioè noi, perché grazie alla benevolenza del premier Berlusconi, arriva la leggina che tira una riga sul pregresso: e calcolando anche gli interessi il totale arriva a quota 20 miliardi. Per smaltirlo ai romani è imposta una addizionale Irpef, molto pesante, dello 0,4% che si assomma ad una sovrattassa di un euro per ogni passeggero che si imbarca a Fiumicino. Capito? Bene.

 

I «buffi» olimpici di Roma 60

“I primi «buffi», come li chiamano a Roma, sono però ormai vecchi di più di 50 anni. Ci sono le cause, ancora pendenti, per gli espropri del villaggio olimpico di Roma 60, e tutta una serie di altrui contenziosi aperti dai proprietari privati nei confronti del Comune che parte dal Piano regolatore degli anni ‘60, dagli espropri dei due decenni successivi, dalle sentenze dei tribunali e dalle nuove norme europee che hanno imposto indennizzi più elevati. In media questa è una voce che pesa per 40-50 milioni di euro all’anno, con punte anche di 100, «tutte puntualmente e dolorosamente coperti a bilancio» annotava in sua relazione Causi.

Ora questa montagna da 20 miliardi è scesa a 12, perchè Varazzani ha contrattato molte posizioni ma la partita è tutt’altro che finita. Anzi. C’è il rischio default che incombe, e sul cielo di Roma da settimane volano i falchi: il loro obiettivo è il gioiello del Comune, l’Acea di cui il Campidoglio controlla ancora il 51% e nel cui capitale sono presenti anche Caltagirone e i francesi di Suez. Ovviamente questi soci non vedono l’ora di poter prendere il controllo del gruppo, inevitabilmente a prezzi di saldo”.

 

Secondo uno studio di Ernst&Young «Roma Capitale» presenta un disavanzo strutturale annuo pari a 1,2 miliardi. Le cause sono riconducibili prevalentemente alla gestione delle società controllate. Oltre cinquanta quelle collegate ad Acea (energia e acqua), Ama (rifiuti) e Atac (trasporti):tre gruppi che raggiungono circa 31.338 dipendenti, ovvero l’85 per cento del personale di tutte le partecipate comunali, che si aggira intorno alle 37 mila unità, circa diecimila in più, è stato fatto notare dalla stampa per farne percepire l’entità, rispetto ai 26.800 dipendenti degli stabilimenti Fiat in Italia (senza includere i 25 mila dipendenti diretti dell’amministrazione comunale).

Crescita record delle tasse romane

Dal 2010 al 2014 la pressione fiscale sui contribuenti romani è aumentata di 1,6 miliardi (media annua).

Nel Comune di Roma l’addizionale Irpef è la più alta d’Italia e complessivamente al 2014 i cittadini romani risultano i più tassati d’Italia.

L’addizionale comunale dell’Irpef resterà allo 0,9% durante il 2014 e il Piano di riequilibrio strutturale di Roma Capitale presentato dal sindaco Ignazio Marino non prevede un’inversione di tendenza rispetto alla gestione finanziaria delle amministrazioni precedenti, all’origine del dissesto che eppure la nuova giunta non si presta quindi ad affrontare con decisioni differenti. Anzi, il Campidoglio aveva chiesto al governo di inserire nel Salva Roma la possibilità di poter aumentare l’addizionale Irpef fino all’1,2%, eventualità scartata da Palazzo Chigi. .

Il decreto Salva Roma

Il 28 febbraio è stato varato dal neo-governo Renzi il cosiddetto decreto “salva Roma” o “salva-Roma tris”, in quanto approvato al terzo tentativo, già respinto dal Presidente della Repubblica prima e dal Ministro dei rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi poi. Il decreto faceva parte di un più ampio pacchetto di provvedimenti ,il cosiddetto “milleproroghe” tradizionalmente finalizzato a rimandare delle scadenze all’anno successivo per agevolare amministrazioni in caso di oggettive difficoltà. Il Comune di Roma, in passivo di oltre 800 milioni di euro, con il decreto Salva Roma, ha infatti ottenuto di scaricare circa 400 milioni di euro sulla gestione commissariale.

 

Il buco nei conti del Comune di Roma – di per certo la più sottofinanziata tra le capitali occidentali – è vecchio come l’Italia: basti pensare che una prima legge straordinaria per ripianarlo arrivò addirittura ai tempi del sindaco Natan, cent’anni fa, e l’ultima venerdì, col decreto Milleproroghe.

Ma leggete quello che scriveva un anno fa, a fine dicembre 2013, il Fatto quotidiano, con successivi aggiornamenti.

“L’era contemporanea di questo eterno pasticcio inizia invece in una giornata di giugno del 2008 nello studio del presidente della Camera, che all’epoca era Gianfranco Fini. All’interno, oltre al padrone di casa, i ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli più Gianni Alemanno, da pochi giorni – a sorpresa – sindaco di Roma. Presente in spirito il gran visir del Cavaliere, Gianni Letta, ufficiale di collegamento con Walter Veltroni e il Pd. Fu quel giorno che il quartetto individuò la fantasiosa soluzione per il disastrato bilancio della Capitale con cui facciamo i conti oggi: invece di aprire la procedura di dissesto, se davvero serviva, si decise di creare una sorta di bad company. In sostanza una struttura commissariale governativa – guidata inizialmente dallo stesso Alemanno – che avrebbe dovuto accertare l’entità del debito del comune al 24 aprile 2008 e programmarne l’estinzione con cospicui finanziamenti statali, lasciando la gestione ordinaria libera da vincoli (in realtà oggi al comune tocca partecipare all’estinzione del pregresso con una rata da 200 milioni l’anno).

Finché c’è il commissario, dice poi il decreto, si agisce in deroga alla legge: solo che il commissario non ha una data di scadenza e infatti è ancora lì, anche se nel frattempo è cambiato il sindaco e pure un paio di commissari (dal 2010  Massimo Varazzani, un tempo vicino a Giulio Tremonti, che pure già amministratore delegato di Fintecna). Stabilito questo, si aprono due ordini di problemi. Primo: quant’è il debito storico? Per anni non si è avuta una stima ufficiale. Alemanno lo quantificò inizialmente in 8,6 miliardi di euro: 6,8 di debito storico, spesso risalente al contenzioso urbanistico degli anni Cinquanta o ai mancati trasferimenti per il trasporto locale, il resto “extra” (cioè nascosto da Veltroni, dice il centrodestra). Poco dopo, il sindaco cambiò idea: il buco è di 9,6 miliardi sostenne – nel dicembre 2008 – l’allora assessore al Bilancio Castiglione; nel 2010 il suo sostituto Maurizio Leo (che poi perse il posto pure lui) lo quantificò addirittura in 12,3 miliardi. Quando quest’anno è finalmente arrivata in Parlamento la relazione ufficiale del commissario Varazzani, il quadro era questo: un debito complessivo di 22,4 miliardi di euro a fronte di crediti per 5,7, cioè un buco di 16,7 miliardi compresi gli oneri finanziari. Per i numeri che ci interessano, insomma, il debito vero – cioè netto – del comune di Roma si aggirava sui dieci miliardi di euro, oggi ridotti a otto e mezzo, e il suo ammortamento ai ritmi attuali è garantito solo fino al 2017, dopo bisognerà aumentare le rate (ma ancora non si sa come).

Ma allora perché c’è bisogno di “salvare” Roma subito? Semplice: perché il debito non ha smesso di accumularsi nemmeno in quella che doveva essere la good company, cioè nella gestione ordinaria dal 2008 in poi. Secondo l’agenzia di rating Fitch, durante i cinque anni della giunta Alemanno i deficit annuali complessivi ammontano a oltre un miliardo di euro e questo nonostante i romani paghino da tempo un’addizionale Irpef doppia rispetto a prima (dallo 0,5 allo 0,9 per cento), un bel po’ di Imu sulla casa e una tassa di imbarco aeroportuale da un euro che colpisce chiunque passi dalla Capitale. Per Ignazio Marino, invece, il debito attuale è un po’ inferiore: 867 milioni, che comunque mettono a rischio la capacità del Comune di pagare gli stipendi e garantire i servizi. Tradotto: default e commissariamento.

La risposta è, appunto, il Salva Roma, oggi Milleproroghe. Che cosa fa il decreto? Si limita a spostare oltre 400 milioni di debiti dal bilancio del comune a quello della gestione commissariale, a stanziare – se saranno confermate le indiscrezioni – circa 20 milioni per la raccolta differenziata nella Capitale e oltre un centinaio per il trasporto pubblico locale (senza contare i 100 milioni per finire la famigerata Nuvola di Fuksas all’Eur). A spanne, in ogni caso, mancano almeno 300 milioni sullo stock degli ultimi cinque anni e va appianato un deficit annuale che al 2013 si aggirava sui 250 milioni di euro (sempre dati Fitch) al netto delle municipalizzate.

Come si fa? Le risposte sono diverse: un ulteriore aumento dell’addizionale Irpef all’1,2 per cento è stato bocciato dal sindaco nonostante l’assessore al Bilancio, Daniela Morgante, lo giudichi quasi obbligatorio; quasi certamente invece le aliquote della nuova Iuc sulla casa saranno ai massimi in tutte le categorie; c’è poi il capitolo – ambizioso quanto incerto – dismissioni immobiliari e risparmi sugli affitti; infine il grande tema delle azioni Acea, che Marino vuole tenere, e dei pessimi bilanci delle municipalizzate come Atac o Ama (con relativa necessità di sfoltire il personale in eccesso con circa 4 mila prepensionamenti). Idee che hanno tutte un loro senso, tanto che erano state avanzate già negli anni scorsi senza che nessuno le abbia mai messe in pratica. Ne discuteremo nel 2014, al prossimo decreto Salva-Roma”.

da Il Fatto Quotidiano del 28 dicembre 2013 – aggiornato da redazione web

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One Comment

  1. Dan says:

    “Buzzi e Carminati li abbiamo pagati NOI”

    e sono sicuro che continuerete a farlo perchè il 16 sarete tutti lì a pagare la tasi

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