Nella Verona del sindaco Tosi spunta anche la ‘N drangheta

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Scambi di favori, consulenze, perquisizioni. Ora, dopo i terremoti giudiziari, perfino lo spauracchio della ’ndrangheta. La Verona del sindaco leghista Flavio Tosi si specchia nei guai giudiziari che nelle ultime settimane l’hanno travolta. E si rivede sperduta, perfino impaurita. «È una vita di lavoro finita nel fango, una valanga di m…», strilla Francesco Urtoler, amministratore unico della Soveco Spa, l’impresa di costruzioni che tra il 2010 e il 2011 ha eseguito i lavori di sistemazione della casa in cui vive il «delfino» del primo cittadino, Vito Giacino, indagato per corruzione e per questo dimessosi nei giorni scorsi dalle cariche di vicesindaco e assessore all’Urbanistica. Un’operazione che sarebbe costata all’ex amministratore qualcosa come 1,7 milioni di euro, tra acquisto e sistemazione dei locali. Il risultato – stando ai racconti di chi l’ha visitato – è un attico da sogno, iper-tecnologico e dotato di ogni comfort.

La polizia il 28 ottobre ha perquisito l’ufficio e lo studio di Giacino, sequestrando la documentazione relativa all’immobile e tutto ciò che ricostruisce i rapporti di alcune imprese con il Comune. Il sospetto, messo nero su bianco in una lettera anonima – un «corvo che si sospetta essere unex amministratore – che circolava alcuni mesi fa (e dalla quale sarebbe scaturita l’intera inchiesta) è che le aziende, se volevano garantirsi una corsia preferenziale nelle pratiche depositate in municipio, dovevano avvalersi dei servizi di consulenza offerti da Alessandra Lodi, la moglie-avvocato dell’ex assessore all’Urbanistica, pure lei indagata per corruzione. Tutte ipotesi, per ora. Ma la magistratura vuole vederci chiaro, al punto che lunedì gli agenti della polizia giudiziaria sono tornati in Comune per acquisire altri documenti (pare le agende che riportavano gli appuntamenti dell’assessore Giacino), mentre in procura già sfilano imprenditori e professionisti. Nelle mani degli inquirenti, oltre alla deposizione del patron di Soveco («Non ho fatto alcuno sconto a Giacino, e non ho mai avuto bisogno di favori dal Comune», assicura Francesco Urtoler) ci sono le fatture dei lavori eseguiti nell’attico, i tabulati telefonici che ripercorrono le telefonate fatte dal vicesindaco negli ultimi dodici mesi, e quindici faldoni di consulenze eseguite da Alessandra Lodi.

Nel mezzo della tempesta giudiziaria che ha portato alle dimissioni del vicesindaco, si è alzata la voce di Michele Croce, ex presidente di Agec (l’azienda dei servizi della città) che con l’amministrazione ha un conto aperto, dopo che nel 2012 era stato cacciato dal sindaco Tosi per aver rifiutato di ripagare di tasca propria i 30mila euro spesi per arredare il suo ufficio. Nel suo blog ha rilanciato i sospetti contenuti in un altro dossier anonimo, nel quale si ipotizza che la Soveco sia in odore di mafia, visto che la socia di Urtoler è Sabina Colturato, ex moglie di Antonino Papalia il cui nome alla fine degli anni Ottanta comparì in un’indagine che portò a scoprire armi ed esplosivi. «Scoperto l’arsenale della ’ndrangheta in Veneto», titolarono i giornali dell’epoca. È lui l’uomo dei misteri, venuto (suo malgrado) a complicare una storia già di per sé ingarbugliata. «Fu trovato in possesso di sei fucili a pompa» ricorda il suo avvocato Tiburzio De Zuani. «All’epoca era unventenne, e non finì sotto processo per reati inerenti alla criminalità organizzata. Quindi non è un mafioso». Quasi trent’anni dopo, Papalia lavora per la Soveco ed è a capo della Soveco Romania. «È un normale dipendente, si occupa delle maestranze», assicura Urtoler, sventolando il certificato antimafia ottenuto dalla sua impresa.

E la conferma arriva anche dalla guardia di finanza di Verona, che sei anni fa passò al setaccio l’azienda inviando una dettagliata informativa in procura: nessuna traccia di infiltrazioni malavitose, le uniche irregolarità riscontrate dai militari furono di carattere squisitamente fiscale. «Diamo lavoro a 65 persone, tutto questo fango rischia di danneggiare l’azienda in unmomento già complicato a causa della crisi», dice l’amministratore. Teme di finire schiacciato dalla pressione mediatica (e da quella politica) che circonda il caso-Giacino. E forse è la stessa preoccupazione di Tosi, che deve fare i conti – pur non essendo indagato – anche con altre inchieste. La più grave è quella che a ottobre ha portato all’arresto del direttore generale di Agec e di diversi funzionari, con l’accusa di aver pilotato i bandi di gara per l’assegnazione del servizio mensa nelle scuole. Unodei commissari, intercettato, s’era lasciato sfuggire una frase agghiacciante: «Daranno la sabbia da mangiare, invece della carne». Ieri – con un coup de théâtre – è stato scelto il nuovo manager a capo dell’azienda: sarà l’ex sostituto procuratore Maria Cristina Motta.

FONTE ORIGINALE: http://corrieredelveneto.corriere.it

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5 Comments

  1. fabio ghidotti says:

    a Tosi piace l’unitàd’italia? Poi non si lamenti se si trova certi camerati di strada…

  2. L'incensurato says:

    Tosi connivente? Mi pare troppo. Anche se solo il nome accostato alla Ln mi provoca il voltastomaco.

  3. Paolo says:

    Grande Tosi, neppure tu ti salvi insomma. La meridionalizzazione del Veneto è in corso, la mentalità mafiosa sta purtroppo facendo proseliti anche qui.

  4. Riccardo Pozzi says:

    Triste. Certo che per vedere la magistratura lavorare anche dopo l’una il sistema è automatico: basta annunciare la propria candidatura e tutto diventa celere.
    Tosi ha molti difetti e tante colpe, ma faccio fatica a vederlo coinvolto con la ndrangheta, più di quanto non ne faccia a vedere Bassolino coinvolto con la camorra. Ma queste sono solo sensazioni….razziste, naturalmente.

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