Negare la realtà, parola d’ordine dei partiti

di RICCARDO POZZI

La riforma scolastica di Giovanni Gentile, Ministro dell’Istruzione nel governo fascista del 1923, introdusse una gerarchia culturale che ancora oggi influenza la politica italiana.

Si pensò alla formazione classico-umanistica come a quella della classe dirigente e  a quella tecnica  e  professionale per la classi lavoratrici.

A distanza di novant’anni da quell’era, i frutti di quella scelta culturale si vedono in tutta la loro inadeguatezza.

Gran parte della nostra classe dirigente è oggi, come  da decenni, di marcata formazione classica e umanistica, anche se il mondo e le dinamiche che la politica deve affrontare,  richiedono sempre di più un approccio e una preparazione tecnico scientifica.

Questa inadeguatezza, che  si nota a molti livelli della vita sociale, è spesso all’origine di  molte errate e fuorvianti impostazioni sulle possibili soluzioni ai problemi che abbiamo davanti.

Ma non è tanto l’inadeguatezza del  giornalista che parla di fonti rinnovabili e non sa distinguere tra energia e potenza, o del  ministro che non sa leggere i grafici, o l’assessore che sottoscrive l’acquisto di  derivati finanziari senza sapere nemmeno applicare una percentuale, il burocrate  che  classifica  attività di cui ignora l’esistenza,  non sono nemmeno i governatori di Bankitalia che confessano candidamente in televisione di non sapere nulla  di matematica, non sono le convergenze che rimangono parallele o il comune denominatore  che da massimo diventa minimo senza alcun imbarazzo aritmetico. No, il vero limite della nostra classe dirigente è che nella cultura scientifica  in realtà, più che non conoscerla, non ci crede. Dei numeri e della scienza che li regola non si fida, non li può negoziare, infarcire di opinioni e punti di vista, non li può addomesticare e rendere docili strumenti di mistificazione.

Per questo motivo  in questo paese non si riesce nemmeno a condividere il valore dei numeri, si nega impunemente anche la realtà più evidente  e chi tenta di dimostrarla con rigore scientifico, come ad esempio il prof. Ricolfi e il suo Osservatorio del Nordovest con il  ben noto lavoro sulla questione settentrionale, viene come minimo ignorato o comunque contestato con argomenti per lo più arbitrari.

Del resto le mappe Invalsi e il rating scolastico regionale sono  lì a testimoniare il ritardo scientifico di certe aree che  hanno sempre dato molta più importanza alla preparazione umanistico-giuridica delle proprie classi dirigenti, anche se ormai è tutto il territorio a  risentire nella sua globalità di questa sciagurata  impostazione culturale.

Una trentina di anni fa, Giulio Andreotti disse di preferire di gran lunga una buona preparazione classica ad un’arida formazione tecnica, perché a suo dire, la classe dirigente del paese doveva garantire un’apertura mentale che solo solide fondamenta umanistiche sono in grado di garantire.

Lungi dall’avere la sagacia tagliente del vecchio leader, non  so se sia meglio per un politico declamare Platone o conoscere le dinamiche di gestione dell’energia, se un amministratore debba tradurre dal greco antico o sapere di statistica, sospetto però che parte delle irresponsabilità territoriali che stanno lacerando questo strano paese avrebbero trovato più difficoltà ad attecchire se le nuove generazioni, senza rinunciare alla bellezza e al fascino della cultura umanistica,  avessero utilizzato di più la calcolatrice e meno il dizionario, perché a distanza di novant’anni dalla riforma Gentile i conti decisamente  non tornano.

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