Nazioni o religioni nelle relazioni mondiali?

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di SERGIO BIANCHINI – Nell’articolo di sabato 30 luglio sul Corriere della Sera Galli della Loggia si misura con il bisogno di formulare idee concrete per la lotta al terrorismo. Inizia con un monito severo a chi non sa dare soddisfazione all’opinione pubblica, “cosa strana e indefinibile” , “con il suo rozzo buon senso, con i suoi pregiudizi ma anche la sua capacità di guardare all’essenziale”. E aggiunge ”guai ..a chi ….apparirà non aver capito a tempo….Difficile pensare che  nei suoi confronti possa esserci quel giorno qualche indulgenza”. Consapevole di tutto ciò Galli avanza tre proposte, tutte deludenti come grandiosità anche se abbastanza utili come inizio di riflessione concreta e trasparente.

 

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La prima idea è premiare la delazione, (cospicuo premio in denaro cioè taglia, impunità, permessi e cittadinanze varie). La proposta è fatta con un argomento “meno rozzo” di quelli ovviamente “beceri” di Calderoli e cioè dicendo che potrebbe non far catturare il terrorista ma farlo sentire in pericolo e metterlo in una condizione di forte insicurezza.

La seconda è punire il favoreggiamento, “anche per effetto di un semplice silenzio o mancata denuncia all’autorità”.

La terza proposta è, a mio parere, la più carica di potenza e si riferisce alle relazioni con stati e governi che alimentino il terrorismo. Citando l’Arabia Saudita Galli dice ”E’ ammissibile…che si continui ad avere normali rapporti diplomatici con un paese il quale…notoriamente finanzia alcune tra le principali formazioni del terrorismo islamico?” A questo punto mi aspettavo una proposta relativa all’Arabia Saudita ma Galli stranamente devia e loda la “campagna lanciata dal senatore Manconi…per elevare a parecchie migliaia di euro l’affitto mensile che l’ambasciata d’Egitto a Roma paga per la sua …sede a Villa Ada.”

Viene da pensare alla montagna che partorì il topolino, anche perché L’EGITTO è un paese dove il governo militare reprime i fratelli mussulmani a cui ha tolto, d’accordo con l’occidente, il potere pur democraticamente conquistato.

Ancora una volta si rileva l’ansia, l’improvvisazione e perfino la contraddittorietà dei nostri (di noi italiani) pensieri sui modi concreti di combattere il terrorismo. Tuttavia l’idea di collegare fortemente alle nazioni ed agli stati il discorso sui comportamenti politici mi sembra giusta. Anzi, proprio il nostro modo opposto di collegare costantemente paesi molto diversi sotto la sigla “islamici” impedisce di contrastare efficacemente le spinte estreme ed anzi favorisce l’unificazione dei vari islamismi  scavalcando  e oscurando le forti varianti nazionali.

Si dice che l’Azeirbaigian scita non mandi i propri giovani a studiare in Iran (sciita) per paura che si radicalizzino. Sappiamo dello scontro sanguinosissimo tra Iran e Arabia saudita che si dipana sulla differenza religiosa tra scIiti e sunniti ma sempre in territori di confine tra aree di diversa e contigua competenza politica. Tutti sottolineano che non siamo in una guerra di religione ma come sempre in una guerra socio-politica. Ma, accettato questo, quale è la linea per  combattere questa guerra e magari mettervi fine o vincerla o almeno allontanarla da casa nostra?

La nostra linea dovrebbe essere di trattare con i singoli stati nazionali, indipendentemente dal regime al potere e senza ingerire nelle dinamiche interne, instaurando relazioni chiare, diversificate e basate sulla reciprocità o almeno su un interesse reciproco.

 Pensiamo ad esempio ad una gestione degli immigrati anche clandestini o ”salvati” fatta in centri di carattere nazionale. Se in ogni centro nazionale ci fosse il lavoro congiunto di un pool di magistrati e di funzionari consolari in stretto rapporto con il console e le autorità politiche della nazione considerata sarebbe molto semplice applicare , verificare, correggere il trattamento, l’accoglienza o il rimpatrio delle persone considerate.

 Il ministro degli esteri sarebbe il coordinatore e supervisore delle varie gestioni.

Anziché la confusione terzomondista o islamica avremmo la valorizzazione dell’autorità nazionale di ciascun gruppo, della sua lingua, della responsabilità collettiva del paese di provenienza.

La formazione delle nazioni moderne è il primo deterrente contro il fondamentalismo religioso che, dopo averle unificate nel suo primo tempo, tende a negare le nuove differenze  e le autorità territoriali.

 Fu così anche per l’Europa dove autorità religiosa ed autorità imperiale dovettero piegarsi al nascere delle nazioni moderne. Ed oggi, mentre infuria il mondialismo selvaggio a firma USA e ONLUS varie, continua la spinta verso la nascita di nuove nazioni. Pertanto il mondialismo selvaggio, cioè antinazionale, è perdente.

Non fare riferimento alle identità nazionali fortifica il “collettivismo religioso” che funziona in realtà come bandiera socio politica. Impedisce anche a noi di risolvere con chiarezza e lucidità le varie e differenti questioni.

Ad esempio si potrebbero definire chiaramente i paesi in emergenza guerra e quelli NON in emergenza politico-militare. La Nigeria, da cui proviene la maggioranza degli africani “salvati” o il Senegal, sono paesi in emergenza? Se li riteniamo paesi con una normale vicenda civile e con cui intratteniamo regolari relazioni diplomatiche, come si può pensare all’accoglienza in massa di fuggiaschi?

Al contrario,  con paesi che relazionano cordialmente e costantemente con noi come si può pensare che non si realizzino procedure semplici e rapide per il rimpatrio di persone espulse da noi?

E come si può pensare alla non restituzione rapida  di minori fuggiti dalla loro terra e dalle loro famiglie?

A me sembra evidente che lo sviluppo di chiare, molteplici e varie relazioni bilaterali tra noi e i vari paesi africani e asiatici che  forniscono rifugiati, fuggiaschi , immigrati legali e illegali potrebbe essere la misura chiave per affrontare il grande tema delle ralazioni sia dell’Italia col mondo, sia dell’Europa di cui siamo attualmente, ma purtroppo malamente, la porta sud.

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