L’IDEA DI NAZIONE, TRA FRANCIA E GERMANIA

di SERGIO SALVI

La parola “nazione” (dal latino nasci, “nascere”), fino almeno alla metà del XVIII secolo, veniva usata sporadicamente (in Europa) per indicare un gruppo di individui che vantavano un’origine comune, provenivano da uno stesso luogo geografico di estensione variabile oppure, per un’estensione, questa volta di significato, condividevano un medesimo status sociale e culturale o addirittura una medesima professione, arte o mestiere. Definiva insomma una categoria all’interno di un contesto più vasto, fosse questo uno Stato dinastico, l’Impero, la Chiesa, un’università degli studi, un consesso prestigioso o una riunione, come si dice oggi, d’alto livello.

Quasi all’improvviso, nella seconda metà di quel secolo, le venne affidato un nuovo (esplosivo) significato. Divenne l’idea-guida di un nuovo e burrascoso corso della politica e della storia. Non conviene certo ripetere quanto è stato detto e scritto abbondantemente in proposito: è semmai utile rilevare subito come le attuali ambiguità che connotano questa parola (piegandola ai significati più diversi, spesso contrastanti fra loro) hanno avuto paradossalmente origine proprio dal suo nuovo significato, assunto poco più di due secoli fa: nuovo ma non univoco.

Gli studiosi di questo nuovo significato vi ravvisano la presenza contemporanea di due filoni principali e distinti che lo impongono sulla scena politico-istituzionale e dall’incrocio perverso dei quali scaturisce quella gamma di motivazioni ideali e di comportamenti pratici, altrettanto perversi, che hanno sconvolto (e ancora sconvolgono) l’assetto della società e delle sue rappresentazioni politiche e statuali. Questo non vuol dire però che gli assetti sconvolti non fossero ancora più perversi. Anzi.

Il primo filone (la teoria “elettiva” o “volontaristica” della nazione) nasce con la Rivoluzione francese: la “nazione” non è più identificata in quella ristretta casta di dignitari (generalmente la nobiltà) che coadiuvano il sovrano nella conduzione del potere assoluto. “Nazione” diventa l’intero corpo dei cittadini ai quali spetta l’esercizio della sovranità all’interno dello Stato (sottratto all’arbitrio del re), definito “uno e indivisibile” (per sottrarlo all’appetito dei sovrani vicini) e improntato ai principi della “libertà”, dell’“uguaglianza” e della “fraternità”. A dire il vero, le cose non furono, all’inizio, proprio così. Ma quasi.

La Costituzione francese del 1791, nello stabilire che la “sovranità è della Nazione”, precisava, infatti, che il suo esercizio spettava agli elettori, definiti “cittadini attivi”: cioè a quei cittadini di almeno venticinque anni in grado di “pagare un’imposta diretta equivalente al valore di tre giornate di lavoro, fornendone la ricevuta” (Tit. III, cap. I, sez. II, art. 1). La nazione si era dunque assai estesa, ma non coincideva ancora con la totalità dei cittadini e cioè con il “popolo” (obiettivo che verrà raggiunto in un secondo tempo). Lo Stato dmastico francese si trasforma comunque in “Stato nazionale” (nel significato di cui si è detto). E nel 1792 diventa repubblica. La Costituzione del 1793 sostituisce “nazione” con “popolo”, ma non viene mai promulgata. “Stato”, “nazione” e “popolo” divengono, comunque, nell’uso ufficiale, sinonimi sostanziali.

Il secondo filone (chiamato “teoria naturale della nazione”) nasce invece in Germania, una “regione” divisa in una miriade di Stati di taglia, di origine e di condizione diverse, quasi tutti ancora aggregati formalmente nel moribondo Sacro romano impero della nazione germanica, che si estende peraltro anche ad altre “regioni” (vivacchia a Berlino come a Trento).

Questo filone deriva dalla riflessione d’intellettuali eccellenti: di filosofi come Herder e Fichte, ma anche di linguisti come i fratelli Schlegel (uno dei quali è glottologo e l’altro un po’ filologo) e Humboldt (che è uno dei padri della linguistica storica comparata). Per costoro, la “nazione” è una comunità di individui caratterizzati da un’origine comune rivelata dall’uso di una stessa lingua: una lingua il cui uso si estende su di un territorio precipuo, anche se soggetto alla sovranità di Stati diversi. Questa definizione si attaglia particolarmente bene al popolo tedesco, ma vale per tutti i popoli.

Fichte sostiene, infatti, che “chi parla la medesima lingua costituisce un tutto che la natura ha legato fin dall’origine” e che “dovunque si trovi una lingua distinta esiste una nazione separata che ha il diritto d’autogovernarsi”. Da ciò deriva l’esigenza che a ogni nazione corrisponda uno Stato: che ogni nazione si doti di uno Stato proprio e per ciò “nazionale”. Lo “Stato nazionale” alla francese diventa così, se interpretato alla tedesca, assai spesso uno Stato “plurinazionale”. E non è un paradosso da poco.

In realtà, accanto al tedesco, esisteva in Germania un’altra lingua, il “basso tedesco” (Niederdeutsch), una volta celebre in quanto lingua “ufficiale” dell’Hansa ma regredito allo stato dialettale dopo che i principi, i vescovi e gli intellettuali della Bassa Germania l’avevano abbandonata spontaneamente. Uno dei dialetti di questa lingua è comunque all’origine della lingua olandese. In Germania esistevano dunque, a rigore, due “nazioni”, ma questo dato sfuggiva agli intellettuali del tempo. In Francia, tuttavia, le “nazioni” erano almeno otto. Secondo i tedeschi, la nazione si riconosce, dunque, dalla lingua (la lingua “materna” dei suoi membri, non quella ufficiale imposta ad essi dagli Stati o quella “culturale” scelta da alcuni di loro per ragioni di prestigio o di semplice comodità). È, insomma, una Sprachgemeinschaft (una “comunità di lingua”). Il primo Congresso internazionale di statistica (1875) deliberò che l’unico carattere “misurabile” di una “nazione” era la “lingua”, dando così ragione a Fichte.

La distanza tra le due concezioni della nazione non potrebbe essere più abissale. La teoria “naturale” porta, nel tempo, ad alcune vistose degenerazioni. Vi prendono, infatti, sempre più campo, accanto alla lingua, altri due fattori ad essa indubbiamente collegati, riuniti nel celebre motto Blut und Boden (“sangue e suolo”). A una lingua così “pura” (non è stata nemmeno contaminata dalla romanizzazione) come il tedesco (ma accanto al tedesco si comprendono tutte le lingue germaniche: quelle scandinave, il basso tedesco e talvolta perfino l’inglese), deve per forza corrispondere una “razza” (un “sangue”) altrettanto pura.

Questa purezza dà a coloro che la possiedono il diritto di estendersi territorialmente a spese d’altre nazioni, meno pure e meno vigorose. Il “suolo” diventa allora lo “spazio vitale” (Lebensraum), sempre più vasto, della prolifica razza dei portatori di questa lingua (o gruppo di lingue strettamente imparentate). Si tratta comunque di un’involuzione successiva dalla quale nascono “filosofie” macronazionalistiche quali il pangermanesimo e, sulla sua scia, il panslavismo, il panturchismo, il panarabismo…

Non è che le degenerazioni provocate dalla teoria “francese” siano meno evidenti. La Francia non era, infatti, uno Stato da costruire ma uno Stato già costruito (più o meno bene) da secoli, ai cui abitanti era stato imposto dal re, in sostituzione del latino, l’uso pubblico della lingua francese (con l’Editto di Villers-Cotterêts del 1539): una lingua che era in realtà il “franciano”, cioè il dialetto dell’Ile-de-France, la regione attorno a Parigi e pertanto la lingua anche privata del re.

Via via che il re di Francia aveva esteso i propri domini, il suo Stato aveva però incorporato territori popolati da comunità di lingua diversa dal francese e dai suoi vari dialetti: anzitutto quella, vastissima, di lingua occitana (o “lingua d’oc”, individuata in tempi non sospetti da Dante, che la riconosceva come uno dei tre rami nei quali si era diviso il latino, dunque sullo stesso piano della “lingua d’oil”, cioè del francese, e della “lingua del sì”, cioè dell’italiano). E poi: di lingua olandese (fiamminga), di lingua tedesca, di lingua celtica (bretone), di lingua basca (l’unico idioma preindeuropeo sopravvissuto nell’Europa occidentale), di lingua catalana, perfino di lingua italiana (i dialetti della Corsica). A tutti questi territori allofoni era stato progressivamente imposto, dal re, il francese. Al converso, sfuggivano allo Stato francese alcuni territori la cui lingua materna era proprio il francese (o perlomeno uno dei suoi dialetti).

Oggi si parla, infatti, in Francia, di “esagono” e di “quadrato”. L’esagono è il territorio attuale dello Stato francese, il quadrato il territorio storico (europeo) della lingua francese. Si ottiene aggiungendo all’esagono alcuni territori confinanti quali la Vallonia belga, le isole britanniche della Manica, la Svizzera romanda e la Valle d’Aosta, che ne modificano il contorno. Ovviamente, in Francia, si definisce “francese” l’esagono per intero (a dispetto delle comunità allofone che vi permangono numerose), mentre si definisce soltanto “francofono” il quadrato (cui tuttavia Parigi dedica una tutela particolare attraverso l’istituzione recente del Ministero per la francofonia: tutela indirizzata anche nei confronti del Québec e delle ex colonie extra-europee). Sono i trucchi di una terminologia di Stato che esorcizza il fenomeno linguistico-nazionale.

La Repubblica Francese si proclamò, fino dal suo sorgere, “una e indivisibile” anche nella lingua (“presso un popolo libero la lingua deve essere una sola e la stessa per tutti”): forse per garantire il principio dell’“uguaglianza” (anche linguistica) di tutti i suoi cittadini, senza curarsi del fatto che in questo modo si calpestava la loro “libertà” (linguistica) e la “fraternità” generale (proprio nel suo aspetto linguistico, che avrebbe dovuto imporre l’uguaglianza di tutte le lingue parlate nello Stato in quanto tutte sorelle).

La repubblica ereditò dal re sia lo Stato del re sia la lingua del re. Considerava beninteso, in cuor suo, il francese una lingua superiore culturalmente a tutte le altre, soprattutto a quelle, diverse, parlate all’interno dello Stato (sorvolando sul fatto che i suoi cittadini germanofoni avrebbero avuto dalla loro Goethe e quelli italofoni avevano Dante). Era convinta, soprattutto, che il francese avesse dalla sua la “purezza” rivoluzionaria (una concezione assurda perché si trattava certamente della lingua di Robespierre, ma anche di quella di Luigi Capeto). Arrivò al punto di sostenere, per bocca del deputato Barrère (che era paradossalmente di lingua materna occitana): “Il federalismo e la superstizione parlano bretone, l’odio per la Repubblica parla tedesco, la controrivoluzione parla italiano, il fanatismo parla basco” (Barrère dimenticò di porsi una domanda: “Che lingua parlavano i vandeani?”).

Essendo dunque il francese una lingua “rivoluzionaria”, ciò giustificava il diritto d’espansione territoriale della Francia e della sua lingua: l’obbligo addirittura morale di esportare e di diffondere i nuovi principi “democratici” (che erano ormai alla base della nazione e della lingua) per il bene dell’umanità intera. Il mondo sarebbe divenuto uguale, libero e fraterno diventando francese. La Francia si ritenne a lungo una Repubblica “universale”. Poi, dopo alcune solenni batoste, si accontentò a malincuore di essere soltanto una nazione tra le altre. Anche la teoria “elettiva” o “volontaristica” ha comportato dunque la trasformazione semantica del “suolo” in una sorta di Lebensraum (sia pure con una motivazione diversa, anche se con una logica altrettanto sgangherata).

Fedele ai propri preconcetti linguistici, la Repubblica francese si è dedicata con zelo e costanza esemplari, fino dalla sua fondazione, all’estirpazione delle lingue diverse dal francese presenti, come si è visto, sul suo territorio in maniera massiccia, e all’impianto capillare del francese su questo stesso territorio usando la scuola, le leggi e qualche volta perfino le forze di polizia. Questa politica linguistica ha avuto il risultato di ridurre in maniera considerevole (oltre al numero degli allofoni in patria) le distanze tra le due principali teorie della nazione.

Ai tedeschi, che avevano inventato lo slogan “Una lingua, una nazione, uno Stato” (in quanto i futuri cittadini dello Stato auspicato parlavano tutti un unica lingua), i francesi hanno, infatti, risposto: “Uno Stato, una nazione, una lingua” (affinché tutti i cittadini presenti nello Stato parlassero un’unica lingua).

Le due concezioni, così diverse sulla linea di partenza, hanno coinciso sulla linea d’arrivo: la lingua (unica), appunto.

 

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5 Comments

  1. Giacomo says:

    Di fatto l’attuale territorio “nazionale” non è affatto “nazionale”. Io lo chiamo coloniale e parlo di elezioni politiche coloniali. Il concetto di nazione è stato usato in modo arbitrario da molti in molti periodi diversi. Le uniche vere nazioni sono quelle che scaturiscono da un processo di autodeterminazione e di spontanea e consensuale federazione/confederazione. Sono le nazioni per scelta. La Svizzera è uno straordinario esempio di una nazione, cementata da un fortissimo e spontaneo senso di appartenenza, nata e cresciuta a cavallo di confini tra etnie e lingue diverse. La lombardia ha grandissime affinità con la Svizzera e dovrebbe ispirarsi ad essa, come gli Svizzeri nel 1291 si ispirarono a propria volta all’esperienza dei comuni del territorio cisalpino.

  2. Diego Tagliabue says:

    Qualcosa, però, non quadra.
    Il confine linguistico non coincide sempre con quello nazionale, anche se le lingue locali, degradate a dialetti, sono in via di estinzione.
    L’esempio più evidente è proprio quello del tedesco.
    Se fosse così, Austria, Germania, Liechtenstein e una parte della Svizzera sarebbero una nazione unica.

    In realtà, la koiné tedesca viene parlata praticamente solo nella Bassa Sassonia (Niedersachsen).
    In tutti gli altri Länder – soprattutto in Baviera, Baden-Württemberg e Sassonia (parte della ex DDR) – si parlano i dialetti locali con le loro particolarità.
    Il bavarese, per esempio, è molto più simile ai dialetti austriaci che a quelli tedeschi.
    Es. bavarese: http://youtu.be/O6nFW-OOvv4
    Es. austriaco: http://youtu.be/cQ6XpRsbMr4

    Se fosse vera la teoria lingua=nazione, allora esisterebbe una nazione più grande dell’Austria (compreso il Sudtirolo), chiamata verosimilmelte “Bayreich” (Bayern + Österreich) con il confine meridionale a Salurn e settentrionale in Ingolstadt o, comunque, sulla linea del Weißwurstäquator (Danubio).

    In Italia lo Stato sabaudo e la massoneria decisero di sacrificare non solo il piemontese, bensì anche tutte le altre lingue, a favore di un italiano imposto a forza e con l’argomento della mancanza di istruzione per chi parla il “dialetto”.
    Se andiamo a vedere la verità sui cosiddetti “moti popolari” del risorgimento, scopriamo che questi di fatto non ci furono.
    A prescindere dall’analfabetismo, ben diffuso nell’ottocento, i popoli del Nord parlavano lingue simili alle retoromanze, al centro e al sud altre lingue con altri influssi.
    Le tre guerre d’indipendenza e la spedizione dei mille furono frutto di un ristretto gruppo di attori, foraggiatie finanziati da Napoleone III.

    Conclusione: l’Italia è uno Stato artificiale senza un popolo, che fu costretto a forza a diventare tale.
    In Germania e in Austria esiste un federalismo vero, sebbene le differenze linguistiche tra i Länder non siano così abissali come tra le regioni d’Italia.
    In Italia non ha senso neppure il federalismo tedesco o austriaco sull’attuale territorio nazionale, bensì solamente al Nord, al Centro e al Sud come nazioni diverse.
    Il modello elvetico sarebbe ancora meglio.

  3. Comitato Ultimi Veri Venexiani says:

    Secondo noi, la Storia, la Lingua, la Cultura, le Tradizioni identificano un Popolo. Se queste sono le prerogative che lo identificano, possiamo chiamarla “Nazione”.
    Lo Stato unitario, è il pessimo risultato di quelle forze politiche che con guerre fratricide e non, hanno obbligato più Nazioni nel dover coesistere in un unico territorio (il nostro è un chiarissimo esempio). Alla luce di queste considerazioni, la migliore organizzazione che i Popoli possono darsi, è lo Stato Confederale, che gestisce unitariamente alcune funzioni e competenze demandate dalle Nazioni, appunto, partecipanti l’Unione.

  4. Maciknight says:

    é pressapoco quanto avvenne poi in Italia, dove imposero l’italiano a scapito paradossalmente della stessa lingua piemontese, orginaria della regione da cui iniziò la conquista dei Savoia, e denigrando ed opprimendo tutte le altre lingue a dialetti, che ormai stanno scomparendo, se non fosse per pochi intimi studiosi e cultori delle tradizioni locali

  5. Albert says:

    Perla da salvare ! Salvi è un grande!

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