NATURA MADRE, NATURA MATRIGNA

di LUIGI MARIANI*

Alle radici del millenarismo sta forse anche l’incapacità di rapportarci positivamente con i fenomeni naturali?

Secondo statistiche accreditate, Il 50% circa della popolazione mondiale vive ormai nelle città, una percentuale mai raggiunta in passato. Dal punto di vista antropologico l’inurbamento si traduce nella crescente difficoltà nello stabilire un rapporto sereno e razionale con l’ambiente esterno alle metropoli, il che fa prendere corpo a scenari di mondi artificiali che fin qui ritenevamo prerogativa dei soli libri di fantascienza. A fronte di un tale contesto, i ponti di primavera sono ancor oggi per molti cittadini un’occasione di contatto con lo spazio rurale e forestale e dunque possono rivelarsi il momento giusto per una riflessione serena sul nostro rapporto con la natura, riflessione cui questo articolo si propone di contribuire con alcuni spunti.

E come primi elementi di riflessione propongo ai lettori quelli che per molti saranno solo aridi elenchi e che ricostruisco così, a memoria, senza aprire testi che avrebbero come unico risultato di farmeli di molto allungare.

Vegetali della nostra flora spontanea con frutti eduli: rosa canina, uva selvatica, crespino, susino selvatico pero selvatico, nespolo (non quello con frutti gialli, il cosiddetto nespolo del Giappone, ma il vero nespolo, quello con frutti color marroncino, che maturano con il tempo e con paglia …) e poi azzeruolo, fico, sorbo, lampone, rovo, gelso, mirtillo, tasso, pino da pinoli, olivello spinoso, corbezzolo, nocciolo, noce, ciliegio selvatico, sambuco.

Vegetali della nostra flora spontanea con fusti, foglie, rizomi o tuberi eduli: borraggine, tarassaco, lattuga, pungitopo, asparago selvatico, luppolo, portulaca, crescione, salicornia, finocchio selvatico, santoreggia, timo, aglio selvatico, carota selvatica, girasole da tuberi, ortica.

Potrei proseguire elencando i funghi mangerecci (che sono la maggioranza delle specie) ma mi fermo qui per non annoiare oltre misura e vengo alla domanda che scaturisce da questi elenchi: quanti di noi hanno avuto l’occasione di assaporare questi frutti della terra? E se non li si è mai assaporati come si pensa di poter capire il significato vero di quel che provava San Francesco quando scriveva “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.”?

Lungi da me invitare qualche lettore sprovveduto a nutrirsi di frutti selvatici, in quanto il rischio se non li si conosce bene è quello di procurarsi un avvelenamento. In proposito, qui di seguito riporto una lista di specie velenose proprie della nostra flora e che consiglio vivamente di saper riconoscere prima di avventurarsi in temerarie pratiche di assaggio: oleandro, belladonna, brionia, scilla marittima, cicuta, valeriana, colchico, digitale, parecchie specie di funghi.

Personalmente tuttavia, avendo avuto la ventura di disporre di buoni maestri, mi sento in grado di muovermi in qualunque ambiente di pianura o montagna trovando qualcosa da mangiare in qualunque stagione e questo mi ha portato da tempo a maturare l’idea secondo cui la natura a tutte le latitudini sia il più delle volte benigna nei confronti dell’uomo. Tale mia convinzione mi spinge tuttavia a diffidare del luogo comune secondo cui “la natura è buona a priori”, un luogo comune che dal mondo dell’ecologismo si è diffuso al punto tale da far considerare ai più il termine “naturale” come sinonimo di “buono, genuino, salubre, favorevole”. La falsità di un tale luogo comune si fa lampante se si considera la notizia che si riferiscono ad un fatto accaduto nell’agosto del 2011: “Tragedia in Norvegia. Un orso polare ha azzannato e ucciso un 17enne britannico in vacanza nell’arcipelago delle Svalbard, nel mar Artico, ed ha ferito altri quattro suoi compagni di viaggio, due giovani e due adulti. Lo ha riferito il vice governatore di Svalbard, Lars Erik Alfheim, secondo cui, “in questi giorni in cui il ghiacchio si scioglie e non è improbabile imbattersi negli orsi polari, che sono estremamente pericolosi e possono attaccare senza alcun motivo“.

I turisti attaccati facevano parte di un gruppo di 80 persone tra i 16 ed i 23 anni in vacanza con la “British Schools Exploring Society” nei pressi di un ghiacciaio sull’arcipelago norvegese. I quattro feriti, tra cui due leader del gruppo, sono stati trasferiti in elicottero a Tromsoe, nel nord della Norvegia.

Una notizia tristissima e che ci richiama all’estrema prudenza con cui va affrontato l’ambiente naturale allorché sia presumibile la presenza di animali selvatici pericolosi come ad esempio orsi, lupi, vipere o squali. Ad un tale atteggiamento dovrebbe invitare sia l’educazione impartita a livello scolastico. Un contributo in tal senso potrebbe venire anche dall’informazione televisiva, la quale invece appare spesso orientata a fornirci un’idea tranquillizzante o addirittura idilliaca degli animali più pericolosi (vi ricordate la reclame della Golia che aveva per protagonisti dei cuccioli di orso polare e una nota presentatrice televisiva?).

E la natura va affrontata con prudenza non solo per i rischi insiti nel mondo vegetale e animale ma anche per il pericolo costituito dagli elementi naturali, prima di tutto le avversità meteorologiche. Un esempio a quest’ultimo proposito ci viene dal povero Pastore protestante che durante il meeting sul riscaldamento globale tenutosi a Copenaghen nel novembre 2009 inforcò la sua bicicletta con l’idea di coprire i molti chilometri che separano la sua cittadina dalla sede del meeting utilizzando un mezzo a basso impatto ambientale. Ciò facendo rimase vittima di una tormenta di neve che, in barba al global warming, imperversava nella zona.

Da questi esempi potrebbe ovviamente prender corpo una chiave di lettura opposta – ed a mio avviso altrettanto parziale di quella “buonista” – secondo cui la natura è per “sua natura” avversa all’uomo (molti spunti in proposito ci possono venire dalla lettura del Leopardiano “Dialogo della natura e di un islandese”.

In complesso ritengo che all’approccio superficiale alla natura ed ai suoi fenomeni (“Natura comunque buona” o “comunque cattiva”) debba subentrare un approccio culturalmente più elevato e cioè fondato su una rinnovata capacità di riconoscere ed apprezzare nella giusta luce piante, animali, e altri elementi e fenomeni chiave dell’ambiente naturale (eventi meteorologici, clima e sua variabilità, rocce, minerali, nubi, ecc.). Ho scritto “rinnovata capacità” perché questa capacità, che fu propria dei nostri progenitori, è oggi andata per molti versi smarrita, il che per inciso dimostra che non sempre il progresso materiale si traduce in crescita culturale.

Noè, secondo il comando di Dio, poté condurre due animali di ogni specie sull’arca perché ne conosceva il nome, il che ne fa il prototipo di quel che siamo chiamati ancor oggi ad essere.

*Autore di Climatemonitor.it

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