Napolitano e Obama: Usa e getta le elezioni politiche

di DANIELE VITTORIO COMERO

Pare proprio che al Colle, ai primi di febbraio, visto il clima sereno e che tutti i maggiori problemi economici sono stati accantonati, sia venuta voglia di fare una scampagnata al Campidoglio, sede del sindaco di Roma Alemanno, che è in scadenza a maggio. Nello studio presidenziale capita per caso il consigliere diplomatico al quale chiede la cortesia di dirlo a chi di dovere.

Dopo di che si rilassa in poltrona a leggere un bel libro.

Ma l’inghippo è sempre in agguato. Fatto sta che nel passaggio della pratica da un ufficio all’altro, tra l’ala sud e l’ala ovest del Quirinale, qualcuno ha frainteso i luoghi, oppure abituato a pensare alla grande, per andare da un colle all’altro ha prenotato un volo intercontinentale.

A pochi giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento il Capo dello Stato Giorgio Napolitano si è accorto dell’errore per caso, quando ha chiesto ai suoi uffici di preparargli il discorso per Alemanno si è trovato sulla scrivania una cartelletta con

“Dear Mr. President Obama…”

Apriti cielo, proprio a lui doveva toccare di fare un errore così grossolano, lui che è il tutore della Costituzione, sa bene che la Carta fondamentale non gli concede parola sulla politica estera, che non è affare suo, ma del Governo.

Però, sotto sotto, l’idea non gli è parsa malvagia: invece del colle alemanniano intasato dal traffico romano, un giro al Campidoglio americano, negli USA ci poteva stare.

Guarda fuori dal finestrone e pensa che tutto sommato in Italia le cose filano via liscie, la campagna elettorale è tranquilla, il Governo è attento e sicuro alla gestione del Paese in questo momento critico. Così sicuro che presta tra i 4 e i 5 miliardi di euro, un mare di soldi, a MPS, la banca sotto i riflettori per presunte truffe e maxi-tangenti da far impallidire quella dell’Enimont. Ma queste sono polemiche di poco conto, di qualche testa calda di giornalista. Si sofferma sotto al grande dipinto dei Savoia, con l’aquila che vola in alto, opera del pittore Crivellone, e si convince del tutto.

Telefona a Mario Monti, ma il premier è troppo impegnato nella campagna elettorale, chiude un occhio, del resto con il regalo del seggio senatoriale, è sempre in credito, gli strappa solo una timida raccomandazione.

Il viaggio in America va via liscio come l’olio. Le Tv inquadrano la scena davanti al camino nello studio ovale: Obama gli stringe la mano stando seduto con le gambe accavallate. Va beh, da noi non si fa, non si usa salutare stando seduti con le gambe una sopra l’altra, si vede che da loro si fa così a ricevere gli ospiti.

Se non fosse per la conferenza stampa finale di Napolitano, tutto sarebbe passato via tranquillo. Da lì si accende la polemica politica. I giornali di area centro destra si scatenano: Giacalone su Libero del 17 febbraio rimarca che il nostro Presidente smentisce quello che tutti hanno capito, che gli USA contano e molto nella nostra politica interna e estera, con preferenza palese su Monti.

Puntuale arriva il comunicato del Colle a chiarire i dubbi sulla vicenda:

“È palesemente infondato e del tutto gratuito parlare – a proposito della visita del Presidente della Repubblica a Washington – di “ingerenza” nella campagna elettorale. L’incontro con il presidente Obama si è aperto con brevi dichiarazioni dinanzi a stampa e tv: il presidente degli USA ha ribadito il suo ben noto apprezzamento per i progressi compiuti dall’Italia, e al presidente Napolitano è sembrato giusto sottolineare che essi erano stati possibili grazie al sostegno parlamentare di diverse e opposte forze politiche. Più tardi, in conferenza stampa con i giornalisti italiani, il Capo dello Stato ha rilevato come da qualche parte si sia passati dal sostegno ai provvedimenti del governo a giudizi liquidatori. Rispetto alle forze in campo nella competizione elettorale in Italia, il presidente Obama si è astenuto da qualsiasi apprezzamento nei confronti di chiunque. Non solo in pubblico, ma anche nel colloquio a porte chiuse, si sono tenuti comportamenti assolutamente impeccabili.”

La prima regola del giornalismo – ogni smentita è una notizia data due volte – anche questa volta appare confermata in pieno.

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