Napolitano, tra nostalgia comunista e voglia di governissimo

di REDAZIONE

Quasi un testamento politico, ora che manca una manciata di giorni all’avvio dell’elezione del suo successore. Un lascito probabilmente destinato proprio a chi dovra’ sciogliere quella matassa di veti incrociati e nyet ossificati che va sotto il nome di crisi politica. Giorgio Napolitano ricorda un amico e compagno di partito, Gerardo Chiaromonte, scomparso vent’anni fa. Chi ha buona memoria lo ricorda ancora commuoversi, nel 1993, pronunciando l’orazione funebre di chi era per lui ben piu’ di un semplice compagno di strada.

Ieri la commozione non ha mai il sopravvento: il Presidente parla per un quarto d’ora rievocando anni, date, impegni. Nel 1976 il PCI dette prova di statura e cultura di governo, pur essendo forza di opposizione, accettando una larga intesa con la DC per affrontare l’emergenza terroristica ed economica, spiega. E non fu una scelta facile. Al contrario: “ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarieta’, imposta da minacce e prove che per l’Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell’estremismo demagogico”.

Continua l’amarcord: “L’unico momento, direi, in cui non ci trovammo, io e Gerardo, in piena sintonia, fu quello della concitata chiusura, da parte del PCI, dell’esperienza della solidarieta’ nazionale: decisione che fu foriera di un arroccamento, che con Gerardo ci trovammo d’altronde ben presto uniti nel giudicare fuorviante”. Parole che non possono non colpire nella loro stringente attualita’. Tanto piu’ che per tutte le consultazioni Napolitano si e’ sforzato di ricordare ai suoi interlocutori proprio l’esempio di Enrico Berlinguer che, nel corso del dibattito sulla nascita del terzo Governo Andreotti, si alza e getta tutto il peso della sua autorevolezza in favore di una scelta non facile, quella della “non sfiducia”. Altri tempi, altri uomini, par dire Napolitano. Il quale non a caso chiude il ricordo dell’amico con una stilettata di contemporanea puntualita’. Al’epoca c’era una “visione della politica come responsabilita’ cui non ci si puo’ sottrarre”, premette. Per poi commentare: “Non e’ di questo, peraltro, che parlano certe campagne che si vorrebbero moralizzatrici e, in realta’, si rivelano, nel loro fanatismo, negatrici e distruttive della politica”. Il riferimento non appare per nulla casuale.

FONTE ORIGINALE: Agenzia AGI

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