Napoli, tutto è immortale, ma proprio tutto

canzone_napolitanadi ROMANO BRACALINI – Il Rinascimento napoletano è già finito e francamente era difficile immaginare Bassolino, allora sindaco, nei panni di un Lorenzo il Magnifico. Già finito il “Miracolo” napoletano che doveva stupire il mondo. Nell’intrico dei quartieri spagnoli, dove non filtra luce di redenzione, la vecchia pratica di sopravvivenza, sigarette di contrabbando, “criature” che strillano, musica a tutto volume, panni stesi sopra i vicoli bui, guappi in gessato e torvo lo sguardo, è ripresa la guerra di camorra che ha esteso il fronte della violenza incontrastata all’intera città. Non c’è più luogo sicuro, se mai ce n’è stato uno, e l’indomani si fa la conta dei morti ammazzati. Le estorsioni, le intimidazioni ai negozianti ormai non si denunciano più.

I clan rivali si sparano allegramente per aggiudicarsi il controllo del contrabbando di zona; “bionde”, droga, prostituzione, caporalato, perché non si muove foglia che la camorra non voglia: c’è un potere parallelo di interdizione che lo Stato invisibile non riesce a combattere. Senti la gente, “i cittadini onesti”, e la lamentela è unanime; “Non siamo protetti. L’autorità non fa nulla”.

Senti la Questura, il signor Prefetto, l’Autorità da cui ci si aspetta il tocco taumaturgico, e la risposta è sempre la stessa: «La gente non collabora, c’è omertà». Furti, estorsioni, omicidi. Vedi Napoli, con quel che segue, ha qui una tautologica teatralità. Inutile cercare di capire. Il buon popolo napoletano ha visto di peggio. «Un paradiso abitato da diavoli», diceva Goethe del Sud; e Napoli è la sintesi perfetta di questo viluppo primitivo di cuore, sentimento, ferocia, col rifiuto costante di un canone normale di vita. Ma sempre meglio che andare a lavorare.

 

Diceva Totò: sono partenopeo e parte napoletano. La maschera tragicomica di Pulcinella è quella che più si addice
alla città. Si piange e si ride. Il Golfo è splendido con la corona delle sue isole. Il popolo ha una sua grazia gentile, non è strafottente e
greve come il popolino romano, e l’ingorgo più immane non è mai drammatico. Nessuno impreca, tutto è relativo. Nel traffico caotico e lieto di Pozzuoli un uomo volteggia e schiva le macchine cercando di impietosire.
Cosa vende? Non vende niente. Alza l’indice per richiamare l’attenzione (la sapiente gestualità partenopea), chiede l’elemosina, gli bastano pochi spiccioli. Nessuno gli bada, non per cattiveria, ma perché lo spettacolo è rituale, sempre uguale. Lui continua a implorare in quell’oceano di indifferenza facendosi continuamente il segno della croce.

 

C’è chi vende tappeti, schienali per auto, immagini di San Gennaro. Al vostro buon cuore. Un bazar di pietà, una scala infinita di piccoli
commerci illegali. Si fa in modo che nell’ingorgo non ci si annoi. Se vuoi puoi chiedere un caffè. Sul lungomare Caracciolo la gente
attraversa la strada e le macchine si fermano per lasciarla passare, nemmeno lo facessero sulle strisce pedonali, perché a Napoli, dove
nulla è scritto, c’è grande rispetto per chi non rispetta le regole. Non so quale sia “allo stato”, come si dice nei mattinali della Questura, il bilancio aggiornato dei morti. So che siamo nella piena normalità di un’emergenza cronica, con la popolazione mezza complice e mezza vittima degli scherani della malavita.

 

Alexandre Dumas, quando ci capitò nel 1860, al seguito della spedizione garibaldina, s’era dovuto rendere conto della precarietà della
vita e dei pericoli che incombevano sui viaggiatori nel Napoletano. «Ho rischiato di essere assassinato due volte», scrive nelle sue
memorie. «Sono sfuggito per un pelo ai briganti, in mezzo a una scarica di pallottole; sono stato testimone di quattro duelli, ho
rischiato di farne dieci». Il popolo napoletano, anche nei giudizi più benevoli, veniva rappresentato come oppresso da «turpi vizi» e da «corruzione profonda: una società immobile e arretrata, un popolo crudele e ignorante» che sopportava ogni sopercheria.

 

La popolazione del Regno delle Due Sicilie, scriveva nel 1855 l’economista napoletano Antonio Scialoja, era composta «da otto milioni e mezzo di pecore». L’immagine di una landa fosca e misteriosa prevalse a lungo nei resoconti del primi piemontesi calati al Sud. Luigi
Carlo Farini, inviato di Cavour a Napoli, mandava rapporti sconsolati sulla qualità del vivere civile. Diceva Giosuè Carducci: «Due cose sono immortali in Italia: l’Arcadia e la camorra». A Napoli è più vero che altrove. All’alba del Novecento un commissione d’inchiesta parlamentare accertò che decine di comuni del napoletano erano collusi con la camorra e che il direttore del maggior quotidiano napoletano Il Mattino, Edoardo Scarfoglio, vi era implicato fino al collo. Era cambiato tutto, ma la musica era sempre la stessa. Secondo un vecchio stereotipo, accettato di buon grado per consolazione, era la miseria che spingeva tanti bravi giovani sulla cattiva strada. La
camorra è sempre stato il miglior datore di lavoro. Non stupiva la brutalità di Metternich, se lo stesso Piero Colletta, storico napoletano,
riconosceva che i conterranei «facili a intraprendere, svogliati a mantenere, tristi nei precipizi», erano un popolo che «avvicenda
costumi civilissimi a barbari».

 

Mafia e camorra erano due poteri alternativi che siciliani e napoletani opponevano per contrasto alla prepotenza dei governi stranieri.
Non a caso il termine camorra derivato dall’arabo “Kumar”, rissa, è stato importato nell’Italia meridionale dagli spagnoli. E se il vezzo è rimasto anche col governo “nazionale” qualcosa di conveniente ci sarà. Un documento del 1817 ci informa che a quell’epoca operava a Napoli la “Bella Società riformata”, ossia la camorra, la cui struttura consisteva in 12 “capintriti” (uno per ogni quartiere di Napoli), ciascuno dei quali aveva sotto di sé “contaioli” (tesorieri), “capiparanza” (capizona) e camorristi semplici. A questa “società” maggiore, di primo livello, corrispondeva una società minore, di sottolivello, detta degli aspiranti: giovanotti onorati o guappi di sgarro, i quali attraverso imprese e servizi (sfregi, ferimenti, intimidazioni, o assassinii su commissione) potevano sperare di diventare effettivi nella società maggiore.

 

Una carriera che faceva gola a molti. Il rito di iniziazione si svolgeva nella chiesa di Santa Maria di Formello. Era un rito cruento che
metteva alla prova la serietà e il coraggio dell’iniziato. Intorno a un tavolo sul quale era posta una moneta si riunivano i camorristi,
pugnali alla mano, e in mezzo a loro il candidato, che a un cenno del capoparanza doveva sottrarre la moneta prima che i camorristi
glielo impedissero con la punta dei loro pugnali. La camorra che «ha per scopo il guadagno senza lavoro, per mezzi la forza, per
strumento l’altrui paura», come ripeteva un codice d’onore consolidato, era tollerata dal governo napoletano. Anzi, il re trovava più
conveniente combattere i liberali e la Carboneria piuttosto che la camorra, che in più occasioni trovò il modo di metterla al proprio
servizio. Anche dopo il 1860 la struttura della società napoletana, con i suoi intrecci malavitosi, rimase sostanzialmente immutata e a
quanto pare non è cambiata ai tempi nostri. Si è solo aggiornata. Il “Rinascimento” di Bassolino, più un’anomalia di breve durata
che una cosa seria, non ha interrotto una secolare e onorata tradizione. Nulla di nuovo. Napoli com’era e com’è ancora! E ora lui si vuole pure ricandidare (ndr).

 

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3 Comments

  1. Fernando Riccardi says:

    Forse non sarà male ricordare al dott. Bracalini che la camorra a Napoli ha iniziato il suo nefasto percorso proprio con Garibaldi che, fidandosi del traditore Liborio Romano, nel settembre del 1860 assoldò i “capibastone” per cercare di mantenere l’ordine pubblico. Quanto ai famosi personaggi menzionati nel lungo e francamente fin troppo stereotipato suo articolo, infarcito di luoghi comuni e di una severa retorica antinapoletana che credevamo di aver messo alle spalle in maniera definitiva (ma evidentemente ci sbagliavamo), è bene far notare che Luigi Carlo Farini era quel signore che scrivendo al compare Cavour chiamava i meridionali “africani”, anzi affricani” con due effe (alla faccia dei fratelli d’Italia…) mentre il collega giornalista Dumas, un altro tra i raccomandati di Garibaldi, venne a Napoli povero in canna e tornò in patria ricco sfondato, grazie alle “sovvenzioni di stato” (quelle sì che non passano mai di moda) che il generale di rosso vestito gli fece ottenere in quantità industriale. A dimostrazione che il suo soggiorno in quel di Napoli non dovette essere così tenebroso ed incerto.
    Quindi, come si può vedere, i “testimoni” che il dott. Bracalini nomina a conferma del suo assunto lasciano molto a desiderare né sono così irreprensibili come si vorrebbe far credere. Quanto al ritorno di Bassolino non c’è poi da meravigliarsi troppo: la cosa, infatti, è nella tradizione più intima della politica italiana anzi della italica nazione. Una nazione che nata male, anzi malissimo nel 1860, non poteva che evolvere peggio. Come si può facilmente notare spaziando un po’ in tutte le latitudini. Anche nel progredito e civilissimo Lombardo-Veneto. Fernando Riccardi

  2. renato says:

    Tutti noi meritiamo un colpo di fortuna almeno una volta nella vita: i genitori o i padroni giusti. Nel Regno delle Due Sicilie non gli è andata bene. Con i Borbone invece degli austriaci. Questi ultimi non si sarebbero forse identificati con il popolo ma non avrebbero certo ceduto al nepotismo, loro alieno e grande male del sud. In quella parte dello stivale non mancano certo le risorse umane; ciò che manca è il senso di responsabilità negli intellettuali, negli aristocratici, che dovrebbero insegnare al popolo l’educazione civica e infondere il senso della Comunità. Invece si perdono in sterili, inutili, dannose elucubrazioni sui fasti della Magna Grecia e dei tempi di Ferdinando. Sono tutti dottori ma non hanno capito niente.

  3. caterina says:

    la rovina del Regno delle Due Sicilie è stata l’avventura cavourriana di occupazione per regalarlo al Re savoiardo come convenuto con l’Inghilterra… i Borbone dal 1734 vi si erano insediati e scacciati gli austriaci resero il Regno indipendente e per sempre autonomo anche dalla Spagna (Carlo era figlio di una Farnese oltre che del re di Spagna, cui trentacinque anni dopo dovette succedere suo malgrado, diventando Carlo III di Spagna)… lo fecero prosperare come tutti gli studiosi non asserviti convengono perché la dinastia si identificava con il popolo… certo, non con i baroni, non con la vecchia nobiltà, non con gl’intellettuali spocchiosi per i quali l’erba del vicino è sempre più buona…
    Con l’avvento dell’unità d’Italia, al potere andarono i mafiosi e i profittatori, anche quelli che Ferdinando II aveva graziato, e più tardi magari gli diedero ragione…
    Il Sud non si risolleverà mai finchè non saprà riprendersi la sua indipendenza insieme con la responsabilità, e la libertà di sviluppare le sue potenzialità, invece di sacrificarle e annullarsi nell’incapacità di un governo romano che riesce a corrompere tutti fino al midollo, mortificando ogni sforzo delle persone perbene e capaci che rappresenterebbero molto più degnamente le popolazioni del Sud invece che spendersi e accomodarsi su scranni romani… meglio sarebbe che cominciassero e ragionare in questi termini… L’Italia li ha traditi falsando il loro voto nel referendum dopo la seconda guerra mondiale… Il Sud è sempre stato Regno, perché il Re è sempre stato per loro un’istituzione unificante e riferimento per tutte le sue regioni e popolazioni… Una Repubblica fasulla ha fregato tutti, come prima un’unità coatta..

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