Giustizia italiana: 48 anni per far abbattere un muro! 26 per ottenere giustizia

di JAMES CONDOR

CHIUDUNO – Per far abbattere il muro costruito sul confine del suo laboratorio, Benito Scaburri, 78 anni, ha dovuto attenderne 26. La corte di appello di Brescia, il 12 aprile 2012, gli ha dato finalmente ragione. Nel frattempo ha cambiato quattro legali, i giudici sono andati in pensione, le controparti sono decedute e ha dovuto lottare in tribunale con gli eredi: «Finalmente però, dopo 48 anni, verrà abbattuto il muro di Chiuduno. Quello di Berlino è durato la metà». Una storia di paese esemplare per raccontare i tempi della giustizia civile. Ma anche molto particolare. Quella di Scaburri è stata soprattutto una rivincita sul passato, quando, proprio per le lamentele del vicino prima, e le cause dello stesso vicino poi, fu costretto a chiudere il suo bottonificio, restando in brache di tela e lasciando a casa 30 operai. Da allora abbandonò il paese, cambiò mestiere, fece fortuna. Ma non smise mai di ripensare a quanto gli era accaduto. Quando questa storia è infatti cominciata in tempi remoti, addirittura nei primi anni ’60. E si è trascinata fino ai giorni nostri.

L’INIZIO

Nel 1964 Benito Scaburri, dopo qualche anno passato a lavorare come fornaio, apre un bottonificio insieme al padre, che poi rileva. Ha la quinta elementare, ma sul lavoro si rivela un asso. Lì, racconta, tanti facevano i bottoni e il mercato tirava da impazzire. Tanto che lui, nel giro di una manciata di mesi, aumenta notevolmente il fatturato. I suoi operai passano da 10 a 25, oltre a 5 collaboratori. Il successo gli arride in fretta: diventa anche presidente della squadra di calcio locale. Fino a quando il Comune non gli taglia, professionalmente, le gambe. Accade quando chiede di mettere una soletta nel laboratorio.

UNA STRANA LETTERA

Il 3 novembre 1964  gli arriva infatti una lettera del sindaco che, nell’autorizzarlo a costruirla, gli fa nello stesso documento presente che i vicini che abitano nel palazzo adiacente sono infastiditi dai rumori e dalla polvere che produce lavorando i bottoni. Aggiunge che l’orario di lavoro che deve seguire va dalle 7 alle 20. «Io, come altri, fabbricavo i bottoni borlotti. E la loro lavorazione  necessita di un ciclo continuo di 24 ore. A nessuno era stato chiesto di interrompere la produzione. E mi sembrò assurdo. Chiesi dunque chi facesse parte della commissione edilizia, che, nell’autorizzarmi, mi imponeva una cosa tanto devastante. Ma mi fu risposto che si trattava di un “segreto d’ufficio”». Il che è piuttosto singolare, dato che si tratta di atti pubblici.

LA ROVINA

Succede altro. La stessa vicina che si lamentava dei rumori e della polvere lo denuncia, sostenendo che la soletta di Scaburri verrebbe costruita sul muro di confine. «Vennero i carabinieri e constatarono che non era così. Rilevarono pure che i rumori erano sotto i 47 decibel di norma».

Ma non basta. Perché arriva una nuova querela: la donna soffre ai polmoni per via delle polveri del bottonificio. «Io rimasi di sasso. Nessun altro bottonificio della zona, anche molto più grande del mio, aveva avuto lamentele di questo genere.I miei operai, che erano proprio a contatto con i bottoni, stavano benissimo». Ma alla donna si aggiunge uno di loro. Cominciano sopralluoghi, visite, ispezioni, processi. «Intanto, per otto mesi la mia produzione andava nettamente a rilento per via dell’orario ridotto. Alla fine fui costretto a chiudere. E con me 30 famiglie rimasero senza lavoro. Persi anche la causa sui danni di salute provocati  alla vicina e dovetti risarcirla con cinque milioni nel 1969. Non avevo più un soldo per pagare i miei legali. E fui costretto a vendere le terre di mia madre. Ero rovinato, questa è la verità».

IL MURO

Ma in paese ci sono altri movimenti. Perché è la stessa vicina di casa a costruirgli sul confine di comproprietà,  un vano scale, che presto diventerà una parete di oltre quattro metri e mezzo con finestre, dietro cui ricavare dei bagni, chiedendo poi il condono. «Tre licenze, dal 1961 al 1989» dice lui.  In Comune, autorizzano in soli quattro giorni quella del 1967, “a tempo di record – scriveranno decenni dopo i giudici- …sembrerebbe, senza nemmeno sentire la commissione edilizia”.

Certo, un dettaglio può passare inosservato. Ma un muro di oltre quattro metri dietro cui ricavare vani, alla fine non può sfuggire agli occhi delle istituzioni. Anche perché Chiuduno non è grande come Roma o Milano. «Eppure, allora, nessuno diceva niente. E per me rimase il simbolo dell’ingiustizia che avevo subito. Solo che non avevo appunto il denaro per pagare gli avvocati e portare avanti la causa». Così se ne va, perché deve rifarsi una vita.

Si mette a commerciarli, i bottoni, e presto la fortuna comincia ad arridergli. Si rimette in piedi e anzi, ottiene enorme successo. Ma la sua testa è ancora là, al suo paese, quando una lettera del sindaco e le cause intentate dalla vicina, lo hanno portato a chiudere. Mentre un muro abusivo, alto e lungo, veniva su e incombeva sul confine del suo laboratorio nel silenzio generale.

IL CONCORRENTE

Scaburri s’impunta e paga un detective per ottenere il verbale di commissione edilizia del 1964. Un verbale pubblico. Lo ottiene 24 anni più tardi. Dentro, non c’è traccia del nuovo orario di lavoro da seguire. Però scopre un particolare inquietante: la commissione edilizia aveva autorizzato la costruzione della sua soletta il 15 novembre, e cioè 12 giorni dopo che lui aveva ricevuto quella lettera con autorizzazione e limitazione dell’orario di lavoro. I conti, ovviamente, non tornano affatto. Ma c’è dell’altro: «Dal verbale venni a conoscenza che, tra i membri della commissione edilizia, c’era il mio diretto concorrente nella produzione di bottoni borlotti, che, come me, operava sul mercato tedesco». E lui va su tutte le furie.

LE CAUSE

Sono passati decenni, ma Scaburri agisce: porta in tribunale la vicina per la costruzione abusiva del muro. Poi, trascende. Fa volantini ingiuriosi su di lei, distribuendoli in paese, ipotizzando complotti. E viene condannato a pagarle altri cinque milioni di danni. Ma la sua ira si scaglia anche contro il diretto concorrente e gli amministratori locali, sindaci e assessori, nessuno dei quali si è accorto dell’abuso edilizio fatto sul suo laboratorio. Nessuno dei quali, a suo dire, gli aveva consegnato un atto pubblico, per ottenere ufficialmente il quale si era dovuto far accompagnare dai carabinieri. Attacca tutti sui giornali: «Voglio sapere chi volle rovinarmi». E va oltre:  fonda l’associazione Facce di bronzo, con cui scolpisce la faccia di un politico che ritiene degno del titolo.

Capirai, siamo in piena Tangentopoli e le facce scolpite si moltiplicano. Diventano facce nazionali. Finisce sui settimanali, in tv. Ma la sua testa è sempre concentrata sugli anni ’60. «Nel 1989 fu concessa alla vicina l’ultima licenza, nonostante fosse iniziata già la causa per il muro». La rabbia sale. Il tempo passa. Le udienze rallentano. Si allontanano di mesi, poi di anni. Scaburri è sempre più voglioso di giustizia. Con l’associazione edita un libro in cui sostiene che dietro i suoi guai ci sia stato un complotto ordito per rovinarlo di cui avrebbero fatto parte alcuni imprenditori di bottonifici e la vicina di casa, sorella del parroco del paese negli anni ‘60, tanto potente, scrive, da poter ottenere il silenzio dei politici. Accuse pesantissime. Viene naturalmente denunciato e ancora condannato a risarcire tutti quanti. Ma non si ferma affatto. Questa storia poteva finire molti anni fa. Invece no. Scaburri vince infatti il processo civile coi vicini nel 2002: devono arretrare il vano scale a 4 metri e i bagni e le tubazioni a un metro. E vince anche il ricorso sulla sospensiva un anno più tardi. «Ma l’avvocato non mi avvertì. Non mi disse che era esecutiva e che potevo chiedere di abbatterlo già allora».

Cambia legale. E attende fremente altri nove anni. Ora la corte d’appello di Brescia si è definitivamente pronunciata. Stavolta ha ragione lui. Il muro da cui sentiva provenire ogni sua ingiustizia, lo chiamava il muro “Berlin-chiudunese”, come un locale muro di Berlino. Solo che quello vero è venuto giù nella metà del tempo.

 

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7 Comments

  1. lelia kita says:

    Beh, io sono stata denunciata da un avvocato di Trescore Balneario, una decina di anni orsono, perché ho osato dirgli che “sto” (voce del verbo stare) si scrive senza accento. Un Pubblico Ministero mi ha rinviata a giudizio e un giudice mi ha assolto perché il fatto non sussiste, dopo aver accertato che, effettivamente, “sto” si scrive senza accento! Ma vi pare logico che abbia dovuto affrontare un giudizio penale, sobbarcarmi una barca di spese, oberare lo stato di costi ingenti, per una STRONZATA del genere???? E poi dicono che la giustizia è intasata e che, per velocizzarla, è indispensabile stanziare ulteriori fondi!!!!!
    Ma vaffa….

  2. gibuizza says:

    Quanti giudici sono passati? Cinque? Allora i costi di questa operazione vanno divisi per 5 e addebitati ai signori lazzaroni che non sono stati capaci di risolvere un problema di quinta elementare in 26 anni! Scommettiamo che dopo gli altri saranno più veloci?

  3. Dan says:

    Andava fatto come quel tizio del buldozer di qualche tempo fa: demolire tutto e mandarli a farsi fottere.

  4. FrancescoPD says:

    E’ come la mia vicenda, 33 anni per aver soddisfazione al 100% e lasciare le cose come il giorno che inizio la causa, tra l’altro la mia posizione era ancora più limpida, assendo convenuto e non attore.
    Perseguiterò lo stato fino alla morte grazie alla legge Pinto, lo stato è la cancrena dell’italia, la giustizia è la punta dell’icerberg.

  5. Giacomo says:

    La giustizia idagliana fa schifo, ma questa storia la dice lunga anche sulla “fratellanza” tra i “padani”.

    Sempre più spesso penso che emigrare sia l’unica.

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