MULTINAZIONALI: LA CAPACITA’ DI PRODURRE E DI COMMERCIARE

Continuiamo il dibattito aperto con un precedente articolo sul ruolo delle multinazionali e sul loro ruolo nel sistema economico mondiale

di STEFANO MAGNI

Le multinazionali sono innocenti. Chi le considera colpevoli di tutte le malefatte del mondo sta commettendo un grosso equivoco: confondere il potere economico con il potere politico. Senza usare mezzi termini, la filosofa Ayn Rand, fuggita dall’Unione Sovietica nel 1926 per scrivere liberamente negli Stati Uniti, spiegava nel suo romanzo “La Rivolta di Atlante” la differenza fra questi due concetti opposti: “Voi dite di non poter distinguere il potere economico da quello politico, il potere dei soldi da quello dei fucili, nessuna differenza fra il premio e la punizione, nessuna differenza fra l’acquisto e il saccheggio, nessuna differenza fra il piacere e il terrore, nessuna differenza fra la vita e la morte. Ora avete capito qual è la differenza”. La Rand, che veniva da un Paese totalitario, capiva benissimo che non si può confondere un imprenditore con un tiranno. Ma la maggioranza degli intellettuali, anche oggi, non lo capisce. E continua ad attribuire alle multinazionali e ai “poteri forti” dell’economia la colpa per crimini e soprusi commessi dagli Stati.

Perché il potere economico è innocente?

Come spiega più diffusamente la Rand nel suo libro “Capitalismo, l’ideale sconosciuto”: “Che cosa si intende per ‘potere economico’? E’ la capacità di produrre e commerciare. In un’economia libera, dove nessun uomo o gruppo può usare la violenza, il potere economico può essere conseguito solo con mezzi volontari: per mezzo della libera scelta e dell’accordo volontario di tutti coloro che partecipano al processo di produzione e scambio. In un mercato libero, tutti i prezzi, i salari, i profitti sono fissati non dall’arbitrio di un ricco o di un povero, non dall’avidità o dal bisogno di qualcuno, ma dalla legge della domanda e dell’offerta. Il meccanismo che regola un libero mercato è la somma di tutte le scelte e le decisioni prese da tutti i partecipanti. Gli uomini scambiano beni e servizi in base a un consenso reciproco, per ottenere un reciproco vantaggio, secondo un loro giudizio libero, personale e indipendente. Un uomo può diventare ricco solo se è in grado di offrire valori migliori: prodotti e servizi migliori a un prezzo minore rispetto agli altri concorrenti”. La Rand rimarca, poi, la differenza fondamentale fra potere economico e politico: “Lo strumento dell’uomo d’affari è il valore. Quello del politico è il terrore”.

Si dirà che l’argomento della Rand è troppo assoluto, troppo “in bianco e nero”. Tutte le economie, più o meno stataliste che siano, presentano numerose zone grigie, dove è difficile distinguere i privati dallo Stato. In America lo chiamano il “crony capitalism”, il potere economico colluso con il governo. In Italia, dove le grandi aziende lavorano al fianco dello Stato (o dentro lo Stato), la zona grigia è ancora più ampia. Nei Paesi in via di sviluppo, non si capisce mai del tutto se siano i governi locali o le multinazionali a comandare. Ma la distinzione fra potere politico e potere economico fatta dalla Rand è utilissima per capire, in qualsiasi situazione, di chi sia la colpa originaria. Lo Stato detiene il monopolio tendenziale della violenza nel suo territorio. Un’azienda, anche se è molto ricca e molto grande, non dispone di proprie risorse di violenza.

Detto tutto.

Quando una multinazionale si presenta a cospetto di un politico, in un Paese democratico, chiedendo favori in cambio di sostegno finanziario, l’ultima parola spetta sempre al politico. E se il politico, dopo le elezioni, decide di non mantenere le promesse, la multinazionale non ha alcun potere di rappresaglia, se non quello di scommettere su un altro candidato nelle elezioni successive. In un Paese non democratico, questo scenario si delinea in modo ancora più lampante. La storia dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina è costellata di episodi in cui il dittatore di turno incamera le risorse nazionali ed espelle dal suo Paese tutti gli imprenditori stranieri, grandi o piccoli che siano. Il caso più recente ed evidente è quello di Hugo Chavez in Venezuela, ma anche le vicende dell’ultimo mezzo secolo di Paesi in via di sviluppo quali l’Iran, il Cile, la Libia, Cuba, solo per citarne alcuni, è piena di atti di forza da parte dei governi contro i privati. E spesso, questi dittatori o aspiranti tali, sono spacciati ancora come “difensori” (armati) del loro popolo dai “soprusi” delle multinazionali (disarmate). Se la multinazionale “sfrutta” le risorse locali, lo fa solo perché rientra negli interessi del governo (dittatoriale o democratico che sia) locale. Altrimenti non potrebbe fisicamente operare.

Fatta questa debita distinzione tra forza e persuasione, molti critici della globalizzazione sollevano il problema della diseguaglianza, affermando che quella della multinazionale sia spesso una “offerta che non si può rifiutare”. Certe aziende sono più ricche dell’intero Pil dei Paesi in cui vanno ad operare. Ma per questo sono in grado di dettare tutte le condizioni su salari, profitti e quant’altro? Anche qui si commette l’errore di scambiare un’offerta con un’imposizione. Ricorda ancora la Rand, in “Capitalismo, l’ideale sconosciuto”, che: “Avrete spesso sentito luoghi comuni del tipo ‘un uomo affamato non è libero’ o ‘non c’è alcuna differenza, per un lavoratore, se prende gli ordini da un imprenditore o da un politico’. Molta gente accetta questo equivoco, anche se sa che il più povero degli operai americani è già più libero e sicuro rispetto al più ricco e potente dei funzionari sovietici. Quale è il primo, basilare, essenziale e cruciale principio che permette di distinguere fra la libertà e la schiavitù? E’ il principio dell’azione volontaria, opposta alla coercizione fisica”. Quella fatta dalla multinazionale a una nazione povera è un’offerta volontaria, per quanto iniqua possa sembrare. E poi… iniqua solo in base ai nostri parametri di ricchezza. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, i salari e le condizioni di lavoro offerte da una multinazionale, che da noi verrebbero considerati come “sfruttamento”, risultano essere molto vantaggiosi se paragonati a quelli offerti dalle imprese locali.

Allora, non avete ancora capito la differenza fra potere economico e potere politico? Vi faccio rispondere dalla Rand. Con una citazione da “La Rivolta di Atlante”: “Il farabutto che dice di non vedere alcuna differenza fra il potere del dollaro e quello della frusta, dovrebbe imparare la differenza sulla sua stessa schiena”.

 

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