MULTINAZIONALI E GLOBALIZZAZIONE: LE DUE OPPOSTE VISIONI

Con oggi, iniziamo a pubblicare – con periodicità casuale – alcuni articoli “pro e contro” certi argomenti, che sono più o meno sulla lingua di tutti. Lo facciamo utilizzando pezzi altrui, pezzi originali, oppure già pubblicati in passato. Tutto ciò, al fine di aprire un sano dibattito fra chi la pensa in un modo e chi in un altro. Eviteremo di approvare commenti che sviliscono nel puro insulto (redazione).

LE MULTINAZIONALI E LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO

di VERCINGETORIX

La globalizzazione è il male assoluto e le multinazionali possono compiere tutti i crimini che vogliono senza che nessuno li punisca, anzi dominano sempre di piu. Tanti sono gli esempi di paesi poveri ma in realtà è cosi per tutti gli operai del mondo, anche in Europa capita di lavorare con stipendi da fame e se non ti sta bene trovano sempre l’africano, l’asiatico, il sudamericano che prende il tuo posto lavorando per stipendi ancora piu bassi.
Fino agli anni ’80 l’Adidas doveva rispettare gli standart sociali ed ecologici tedeschi. Tramite la globalizzazione l’Adidas guadagna oggi nettamente piu di allora. Le scarpe da ginnastica adesso vengono fatte in Cina, India o altri paesi asiatici per circa 40 centesimi il paio e poi vendute a prezzi piu elevati in Europa.
I libri di Klaus Werner Lobo e Hans Weiss sui crimini delle multinazionali sono dei best sellers. Ci si aspettava delle reazioni delle multinazionali; hanno risposto con delle stupidaggini nascondendosi dietro ai progetti sociali e alla lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile.  Qualche gruppo industriale ha chiesto consigli a Lobo per migliorare i propri “standards”  ma ha cambiato idea quando ha capito che con i suoi suggerimenti ci sarebbe stato una notevole riduzione dei profitti.

da : I CRIMINI DELLE MULTINAZIONALI- Klaus Werner Lobo (Newton Compton Editori)

Ventidue secondi e mezzo, é il tempo che le lavoratrici hanno a disposizione per fare una cucitura. La macchina per cucire sferraglia senza sosta, fino a dodici ore al giorno. Sempre gli stessi gesti, sempre gli stessi due pezzi di stoffa da guidare sotto l’ago. Accanto alla macchina, pile di lavoro. Il compito del giorno è cucire 80 magliette all’ora. Chi non ci riesce rimane in fabbrica e continua, gratis. Altrimenti perde l’intera paga giornaliera.
Julia Esmeralda Pleites,22 anni, lavorava nella fabbrica di Formosa nel Salvador, dove cuciva magliette per Nike e Adidas per 5 euro al giorno; due euro e mezzo li spendeva per la mensa: fagioli e caffè per colazione, un pezzo di pollo e un pò di riso per pranzo. Per l’appartamento di dodici metri quadrati, in cui Julia viveva con sua madre e con la sua figlioletta di tre anni, andavano contati altri 35 euro al mese. L’autobus per andare al lavoro costava 77 centesimi all’andata e altri 77 al ritorno. Un giorno Julia non aveva i soldi per il biglietto,arrivò tardi a lavoro e fu licenziata, così, su due piedi e senza ricevere gli arretrati. “Per sopravvivere dobbiamo prendere in prestito dei soldi”, dice la ragazza, che non sa piu come pagare i suoi debiti. Avrebbe voluto mettere da parte dei soldi per mandare a scuola sua figlia un giorno.
La storia di Julia Esmeralda è la stessa di milioni di persone, sopratutto donne, impiegate nell’industria tessile in tutto il mondo.
Circa il 90% dei vestiti che finiscono nei nostri negozi vengono prodotti in qualche zona franca in Cina, nel Sud-est asiatico, in America Centrale o nell’Europa dell’Est. I grandi marchi europei e americani di abbigliamento e articoli sportivi non hanno nessun centro di produzione di proprietà. Comprano tutta la loro merce dal miglior offerente del mercato del discount. Meno caro,  meno caro.
Per offrire il prezzo piu basso le fabbriche tailandesi messe in piedi nei cortili dei palazzi fanno concorrenza alla maquiladoras messicane, così si chiamano le fabbriche tessili dell’America centrale e spesso le stesse macchine confezionano modelli destinati a marchi concorrenti.
I marchi si occupano solo dei design e della pubblicità e in questo non badano certo a spese.
Un nuovo modello di scarpe da ginnastica della Nike, dell’Adidas o della Reebok costa almeno cento euro. Alle aziende produttrici, però, va solo il 12%, che deve servire loro per sostenere i costi del materiale e della produzione. Il peso del costo del lavoro sul prezzo finale dei prodotti è irrisorio: la Campagna internazionale Abiti Puliti per il miglioramento delle condizioni di lavoro ha calcolato che a un’operaia tessile spetta solo lo 0,4% del prezzo finale di una scarpa da ginnastica. Per un paio vendute a 100 euro, l’operaia guadagna 40 centesimi.
Suthasini Kaewlekai, tailandese, ha lavorato per undici anni per l’azienda Par Garment, tra i cui clienti figurano nomi noti come Nike, Adidas e Puma, Asics, Fila, Gap e Timberland.  Come la maggior parte delle operaie, Suthasini riceveva solo il salario minimo di 162 bath al giorno, cioè circa 4,80 euro. “Non ci si può vivere”, racconta questa esile donna nella sua madrelingua, il thai. “E non c’è neanche la previdenza sociale. Il management ci ha promesso 300 bath (8,9 euro) al giorno e undici giorni di vacanza all’anno. Ma per mesi ha continuato a versarci il salario abituale”. Perciò alcune lavoratrici ,tra loro anche Suthasini Kaewlekai, hanno citato l’azienda in tribunale.

MULTINAZIONALI, GLOBALIZZAZIONE E GLOBALISMO GIURIDICO

di A. MINGARDI & C. LOTTIERI

(a.m.) – Il verdetto ormai è unanime: le grandi multinazionali (americane, per completare il cliché), quest’orco cattivo postmoderno, sono colpevoli. Colpevoli: di tutte le malefatte, piccole e grandi, di cui vengono accusate quotidianamente. Nell’immaginario collettivo, la multinazionale è diventata una specie di cupola mafiosa, una cricca di vecchi signori che ogni tanto si siede attorno a un tavolo, si versa un bicchiere di cognac, accende un sigaro cubano e traccia a tavolino i destini del mondo. E’ pura mistica marxista: la mentalità comunista non accetta che le cose (ogni tanto) accadano per caso, che il mondo sia un accavallarsi di persone e idee una diversa dall’altra, che finiscono per comporre (senza saperlo) un mosaico meraviglioso. No. Dev’esserci un qualcuno che tira le fila, un grande vecchio o giovane che incaselli le pedine di questa partita giocata sullo scacchiere mondiale.

Per esempio, le mega corporation. Tuonare contro il capitalismo di per sé è diventato quasi impopolare – c’è il rischio che qualcuno arrischi la fatidica domanda, cosa al suo posto? E allora meglio inventarsi un feticcio, un mostro di rincalzo. Alle multinazionali la parte calza a pennello: il solo nome evoca qualcosa di lontano, di distante dalla realtà quotidiana. Un essere i cui contorni s’intravedono appena appena. Ma le corporation sono davvero così diaboliche? E’ possibile che Coca-Cola, Nike, Microsoft, McDonald’s siano associazioni a delinquere che lucrano sulla fame nel mondo?

Ogni tanto dovremmo ricordarci di quella “distruzione creatrice” che Joseph Schumpeter indicava come uno dei tratti caratteristici del capitalismo. Ogni innovazione crea dei perdenti: l’industria dell’automobile ha reso obsolete le carrozze, i computer hanno surclassato le macchine da scrivere. Nei Paesi del Terzo mondo, tutto questo sta avvenendo a ritmo frenetico, quello che per noi è stato un tragitto verso lo sviluppo lungo quattro secoli lì si sta consumando in pochi anni. Ma se sicuramente questo sbarco del capitalismo laddove non c’era ha carattere “distruttivo”, la sua spinta “creatrice” è sotto gli occhi di tutti: il mercato sta creando ricchezza, le multinazionali stanno creando benessere. Il ritornello che sentiamo recitare ai vari Agnoletto e Casarini ci lascia intendere l’opposto. “C’è gente che vive con un dollaro al giorno”, ammoniscono. Una mezza verità gli è scappata: c’è gente che vive, quando solo pochi anni fa sarebbe stata condannata a morire.

Il dollaro al giorno è una boutade, una specie di milione del signor Bonaventura all’incontrario – è cifra tonda, perfetta per qualche dichiarazione ad effetto. Le statistiche, tuttavia, parlano di uno stipendio giornaliero sui 4-5 dollari, che non è molto, ma è sempre quattro volte quel che raccontano il Genoa Social Forum e affini. Ancora: noi sappiamo che questo salario, per quanto magro, corrisponde a otto volte e mezzo quello che lo stesso lavoratore prenderebbe se impiegato in un’industria locale (l’ha dimostrato, con tanto di numeri, Edward Graham dell’Institute for International Economics). Cosa vuol dire? Che le multinazionali non affamano il Terzo mondo, lo sfamano. La demagogia degli antiglobalisti consiste nel mettere a confronto il nostro tenore di vita e quello dei Paesi in via di sviluppo. Ma per quelle persone, che sono carne ed ossa dietro i numeri, l’alternativa a lavorare per una multinazionale non è continuare a studiare o poltrire davanti alla televisione. L’alternativa è essere pagati un ottavo di quanto darebbe loro la Nike (tanto per fare un nome), sudando l’anima in un’impresa locale che non dà certezza, sicurezza, solidità. Oppure restare disoccupati, non mettere assieme il pranzo con la cena, probabilmente morire.

Negli anni Ottanta, le economie industrializzate crescevano più velocemente che i Paesi all’epoca sottosviluppati ed oggi in via di sviluppo. Negli anni Novanta, man mano che la globalizzazione diventava una realtà, le nazioni più povere sono cresciute con un tasso del 3,6 %, cioè il doppio dei loro vicini più ricchi. Cosa vuol dire: vuol dire che la globalizzazione crea ricchezza nei paesi più arretrati, l’ingresso delle multinazionali nei mercati del Terzo mondo porta con sé crescita e sviluppo. Certo che i lavoratori di quei Paesi non sono pagati quanto i lavoratori occidentali – ma perché dovrebbero esserlo? Anzitutto hanno qualifiche non paragonabili a quelle di un americano o di un italiano. E in secondo luogo la manodopera a basso costo è un incentivo essenziale per decidere l’insediamento qua o là della sede di una corporation. E’ un circolo virtuoso.

La vulgata insegna che le multinazionali “schiavizzano” i lavoratori dei Paesi poveri. Scusate, ma chi l’ha detto? La Nike non rapisce i bambini pakistani, e non s’insedia neppure in questo o quel luogo portando con sé giganteschi cartelloni del tipo “qui si accettano solo baby-cucitori di palloni”. E’ l’amore di un padre, l’affetto di una madre che li spinge a spedire in fabbrica i pargoli: per garantire loro la certezza di continuare a vivere, la sicurezza di stare lontani dalla strada. Il mio bisnonno ha cominciato a lavorare a otto anni, e ne è sempre stato orgoglioso: parliamo di un paesino del milanese, neanche un secolo fa. Se una tappa dello sviluppo è il lavoro minorile, perché, imponendo al Terzo mondo i nostri standard, vogliamo impedirgli di crescere? Gli “egoisti occidentali”, barricati dietro un velo di umanitarismo, non rispondono. E ignorano anche un altro dato: sapete chi è che “investe” più soldi, tempo ed energie nella formazione (scuole e affini) nei paesi poveri? Bingo. Al secondo posto dopo la Chiesa cattolica, troviamo le imprese multinazionali. Grazie, orco cattivo.

(c.l.) – Contro la globalizzazione ormai si trovano (assieme) estrema destra ed estrema sinistra. Io non sono contro la globalizzazione, ma contro il globalismo giuridico (realtà ben diversa). Mi spiego.

La globalizzazione è un fenomeno antico come il mondo, come testimoniano i nostri piatti regionali più caratteristici (qualcuno conosce polenta e baccalà? il mais viene dalle Americhe e il baccalà dal Nord Europa… altro che radici venete!). Il Basso Medioevo era un’età di commerci eccezionali e di liberi scambi tra aree lontane. Quando Marco Polo, con le tecniche d’allora, arrivò in Cina fece più di quanto oggi noi si possa fare andando verso le galassie più lontane. La globalizzazione è vecchia come il mondo perché non è altro che il diritto degli esseri umani di avere relazioni economiche e/o culturali (religiose, ecc.) se lo vogliono. Noto, per inciso (e da cattolico), che l’Europa è diventata cristiana in virtù dell’azione di una multinazionale religiosa di successo: la chiesa dei seguaci di Gesù Cristo. Analoga fortuna hanno avuto, nel passato, la filosofia greca, il diritto romano, l’algebra araba, ecc.

Il globalismo (o “mondialismo”) è tutt’altra cosa; in larga misura è il suo opposto. Se oggi si parla di globalizzazione, infatti, è perché gli Stati nazionali (creature moderne ed illiberali come poche) sono in crisi. Sempre meno persone credono alle ridicole storielle sulla Patria, la democrazia, ecc.

Di fronte a tale crollo di legittimità dei vecchi poteri, che fanno le classi politiche nazionali? Vogliono realizzare un “cartello” per cercare di recuperare il potere perduto (potere che il processo di globalizzazione ha sottratto loro, restituendoci una maggiore signoria sulla nostra vita e i nostri beni). Se l’Italia (l’élite criminale che compone la classe politica locale) non è più in condizione di dominare gli italiani, la stessa élite potrà continuare a farlo se entra in una più vasta élite europea che controlli l’intera società europea. L’Europa è quindi una tappa verso lo Stato mondiale, verso la fusione in un solo gruppo di tutte le classi politiche nazionali. Verso la “democratizzazione dell’Onu”.

Il globalismo giuridico è la dottrina che difende l’esigenza di unire gli uomini sotto un unico governo ed una medesima giurisdizione.

Avversare la globalizzazione significa avversare il libero scambio: è evidente. Ma se non si vuole il libero scambio tra cittadini europei e americani, lo si deve (secondo logica) avversare anche tra Francia e Germania. Non solo: all’interno della Francia i provenzali dovrebbero proteggere i loro prodotti dalla “globalizzazione” proveniente dall’Ile de France o dalla Normandie. Non solo: Aix-en-Provence dovrebbe tutelarsi da Marseille e le famiglie axoises del centro da quelle della periferia… Insomma: la logica che sottende l’anti-globalizzazione regge solo se zoppica. Se invece la si vuole applicare con coerenza, con rigore intellettuale e se si vogliono prendere sul serio quelle idee, allora si è costretti a rifiutare ogni forma di cooperazione.

Il problema è che la storia viene insegnata malissmo.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

4 Comments

  1. Fabrizio says:

    Facciamo pressione affinchè venga approvato un Trattato per la non commercializzazione, all’interno dei Paesi aderenti, dei prodotti privi di una certificazione che garantisca la realizzazione senza sfruttamento del lavoro!
    http://www.avaaz.org/it/petition/STOP_allo_sfruttamento_del_lavoro_e_al_degrado_ambientale/?launch

  2. Giuseppe D'Andrea says:

    Germania Est vs Germania Ovest

    Nel primo paese si doveva costuire un muro e piantonare i confini per ‘tenere i lavoratori nel paradiso dei lavoratori’ nel secondo paese Ropke e Erhard avviarono la crescita più solida e duratura smentendo anche gli economisti inglesi e americani, con una moneta solida e una politica fortemente liberista.

    Questo è un caso quasi ‘unico’ della storia; un paese ‘omogeneo’ (approsimativamente) per lingua, popolazione, cultura, uscito distrutto da una guerra, l’unica differenza sostanziale fu che nel primo c’era il capitalismo e l’economia di mercato nel secondo il socialismo e la command economy.

    Chi vinse?

  3. Arminius says:

    Sembra un’analisi fatta apposta per giustificare la dottrina capitalista, che è la base della globalizzazione che sta distruggendo la nostra Terra e l’Europa intera, ! Ogni tanto non capisco perchè vi prendiate certe sbandate!

    • Leonardo says:

      Noi non prendiamo sbandate! Noi siamo un giornale libero. Probabilmente, lei crede di possedere la verità (cosa non vera), mentre noi mettiamo a confronto le tesi contrarie. Dopodichè, i lettori, si formeranno la loro opinione. Detto ciò, al mondo esistono solo due dottrine, quella capitalista e quella socialista (nelle loro varie declinazioni). Ebbene, benessere, libertà e ricchezza son conseguenze di quelle realtà che hanno abbracciato il capitalismo, non il socialismo.

Leave a Comment