MPS: ecco chi ha guadagnato con le cedole d’oro

FONTE ORIGINALE: www.corriere.it   di Fabrizio Massaro

SIENA – L’inchiesta su Mps è un faldone che si gonfia sempre di più. Lo scorso maggio era deflagrata con le maxi-perquisizioni sull’ affaire Antonveneta, cioè l’acquisizione da 9 miliardi in contanti dell’istituto padovano e sui modi con cui la banca senese si era finanziata, a cominciare dal misterioso – per certi versi – bond fresh del 2008. Di recente si è incrociata con un’altra indagine relativa ai derivati sottoscritti da Montepaschi, sviluppatasi contemporaneamente a Siena e a Milano e poi, poche settimane fa, riassunta tutta nel capoluogo toscano. E il punto di contatto è appunto quell’emissione obbligazionaria da 960 milioni, per metà finita in pancia alla stessa Fondazione Mps, per metà a investitori istituzionali, come si disse allora. Soggetti mai venuti allo scoperto, nonostante la vita travagliata di quel prodotto finanziario.

I 220 milioni di utili realizzati nel 2009 da Mps grazie ai derivati di Nomura con l’operazione «Alexandria» consentirono allora alla banca di remunerare la pesante cedola del 10% annuo ai sottoscrittori del bond fresh , per poco meno di 100 milioni complessivi. Non è ancora chiaro se «Alexandria» sia stata realizzata proprio per ottenere la provvista per quel dividendo, ma di certo senza quel maquillage contabile pagare sarebbe stato impossibile. Quell’anno Mps riuscì a distribuire un utile di appena 186 mila euro e solo alle azioni di risparmio, tutte peraltro in mano alla Fondazione Mps: 1 centesimo per azione. Ma lo stacco di quella cedola fece scattare la clausola che obbligava la banca a remunerare anche i bond «fresh». Ma perché Mps ricorse a quello strumento così sofisticato? Per finanziare la gigantesca acquisizione di Antonveneta, 9 miliardi in contanti versati nel novembre 2007 alla spagnola Santander – che a sua volta l’aveva rilevata solo pochi mesi prima per poco più di 6 miliardi dalle spoglie dell’olandese Abn Amro – il Monte dei Paschi dovette ricorrere a un aumento di capitale monstre : 5 miliardi, metà dei quali dalla Fondazione Mps, che per questo si svenò. Alla banca presieduta da Giuseppe Mussari e guidata dal direttore generale Antonio Vigni ne servivano però almeno 6, di miliardi. Dove trovare quei soldi in più? Anche per agevolare la fondazione presieduta da Gabriello Mancini che non voleva diluirsi sotto il 50% del capitale, venne elaborato con Jp Morgan il «fresh», un prestito che però veniva computato nel patrimonio come se fosse capitale a tutti gli effetti.

La vita di quel prestito però non fu facile. Ed è proprio sugli eventi successivi all’emissione del «fresh» nella primavera del 2008 che inizialmente hanno acceso il faro la Banca d’Italia e i pm di Siena Antonino Nastasi, Giuseppe Grosso, Aldo Natalini e il procuratore Tito Salerno con il nucleo valutario della Guardia di Finanza, nell’ambito della più generale inchiesta su Antonveneta. Pochi mesi dopo, nell’autunno del 2008, la Banca d’Italia chiede a Rocca Salimbeni di modificare in maniera più stringente il regolamento di quel bond in modo da trasferire pienamente il cosiddetto «rischio d’impresa» sui sottoscrittori. Ma nel 2009 le cose si complicarono ancora di più.

Alcuni sottoscrittori, come l’ hedge fund svizzero Jabre Capital Partners, contestarono a Mps le regole più stringenti introdotte nel bond accusando la banca di avere cambiato le carte in tavola dopo che essi avevano sottoscritto e dunque versato i soldi. Anche dentro la banca vi fu un’accesa discussione sui nuovi termini dell’emissione.
Addirittura ad almeno uno di questi sottoscrittori la banca concesse una sorta di garanzia supplementare, una indemnity , che lo tutelava maggiormente nell’investimento. Ma chi aveva concesso quel privilegio? Il consiglio ne era stato informato? E chi lo ottenne? Per il momento si sa da dove arrivarono gli utili per pagare la cedola: da Alexandria.

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